attualità

Casillas e Nadal salpano sulla prossima “Freedom Flotilla”?

Iker Casillas, 29 anni, portiere della nazionale spagnola di calcio e neo-campione del mondo in Sudafrica

Iker Casillas e Rafael Nadal. Per cominciare. Il campione del mondo del calcio e il numero uno del tennis. Insieme, pare, su una nave che a settembre farà rotta verso Gaza. Freedom Flotilla, atto secondo. Questa volta con meno persone “normali” e il maggior numero di personaggi famosi.

A dare la notizia è al-Hayat, giornale arabo, ma pubblicato a Londra: la Campagna europea per la fine dell’assedio su Gaza – la stessa che ha organizzato la prima sciagurata spedizione del 31 maggio (9 morti, decine di feriti, incidenti diplomatici a catena) – ecco, la Campagna europea avrebbe contattato personaggi famosi dello sport (spagnoli e francesi soprattutto) da far imbarcare sulla seconda spedizione della Freedom Flotilla.

Rafael Nadal, 24 anni, tennista spagnolo al primo posto nel ranking mondiale ATP (Ap Photo)

Stando al giornale, il portiere della nazionale spagnola di calcio Casillas avrebbe dato un sì preliminare. Ma vorrebbe tenere segreta la sua eventuale presenza sulla nave per evitare – scrive al-Hayat – «che lui e la sua squadra possano ricevere un qualche tipo di pressione da parte israeliana».

Il portiere non sarebbe nuovo a questo tipo di simpatie filo-palestinesi. Molti blog spagnoli non hanno mancato di far notare che Casillas avrebbe chiesto di non partecipare ai festeggiamenti popolari per la vittoria del mondiale in Sudafrica «per rispetto e per esprimere tutto il dispiacere per quello che succede a Gaza». «Non è pensabile che la gente prenda parte a celebrazioni, ridendo e divertendosi, dopo aver visto quello che succede nella Striscia», avrebbe detto il numero uno.

L’altro nome che viene fatto è quello di Rafa Nadal. Uno che – scrive al-Hayat – «non ha esitato a condannare l’aggressione israeliana nei confronti della Striscia di Gaza durante l’operazione “Piombo Fuso”». A questo punto la palla – è il caso di scriverlo – passa a loro. Ai due campioni spagnoli.

Leonard Berberi

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sport

E ai mondiali di calcio gl’israeliani tifano Germania

Miroslav Klose, giocatore della nazionale tedesca (Afp)

Per chi fanno il tifo gl’israeliani alle semifinali del Sudafrica? La risposta non è così scontata. Perché se la passione per l’Olanda è abbastanza consolidata negli anni, la vera sorpresa è quel 30% d’israeliani che fa il tifo per una nazione che evoca più incubi di qualsiasi altra: la Germania. A dirlo è un sondaggio del Dahaf Institute commissionato dal quotidiano Yedioth Ahronoth.

I dati non lasciano scampo: il 31,1% della popolazione maschile israeliana vuole che a vincere il mondiale di calcio sia la nazionale arancione. Subito dopo, il 30,5 spera che a trionfare siano Miro Klose e compagni, cioè i tedeschi.

Un dato che provoca le reazioni dei superstiti dello sterminio nazista. Ma che mette in evidenza come la passione israeliana per la civiltà e la cultura tedesca negli ultimi tempi sia diventata una costante. «Più si andava avanti con la coppa del mondo, più sentivo crescere il tifo israeliano nei confronti della Germania», dice Christine Winter, del Goethe Institute di Tel Aviv.

«In fondo è solo tifo calcistico», sostiene qualche simpatizzante. Ariel Melamud, un altro fan della Germania, studente di medicina all’Università Ben Gurion di Tel Aviv racconta della discussione con lo zio: «È nato nel 1947 e mi ha detto che non avrebbe mai tifato per una squadra come la Germania, nemmeno in ambito calcistico».

Fra i sopravvissuti il rifiuto è totale. «È semplicemente una disgrazia che ci siano tifosi della nazionale tedesca in Israele», ha detto Zeev Wolf, uno dei testimoni ancora in vita della Shoah. «Non siamo passati attraverso tutto ciò che abbiamo subìto per vivere in un Paese che palpita per la Germania. C’è forse mancanza di squadre ai mondiali? Non si potrebbe tifare l’Inghilterra o la Spagna?». Il vero incubo di Wolf, però, è un altro: «Oggi questi giovani sostengono la Germania. Domani, chissà, dimenticheranno l’Olocausto».

Leonard Berberi

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attualità

Problemi tecnici per Al Jazeera, i palestinesi guardano il mondiale sulla tv israeliana

«L’11 luglio smetto, lo prometto». Parola di palestinese. Sia esso di Gaza. Sia esso della Cisgiordania. Ma intanto, fino a quella data – l’11 luglio, appunto – orgoglio nazionale, proclami di guerra e odio verso gl’israeliani vengono messi da parte. E tutto per il mondiale di calcio in Sudafrica.

Succede che la febbre pallonara abbia contagiato a tal punto i palestinesi che – soprattutto in Cisgiordania – c’è stata una corsa per acquistare il decoder satellitare della pay tv israeliana che detiene i diritti di trasmissione delle partite.

E succede anche che la tv cardine del mondo mediatico musulmano – Al-Jazeera – abbia avuto molte difficoltà a trasmettere le partite sudafricane nell’area mediorientale. «Colpa di alcuni transponder dei satelliti Nilesat e Arabsat», hanno detto dall’emittente qatariota, l’unica rete che ha i diritti di trasmissione delle sfide nel mondo arabo. Risultato: il segnale di Al-Jazeera Sport nella Striscia di Gaza e nella West Bank è stato pessimo.

Così i palestinesi, imbufaliti, si sono recati dagli antennisti sotto casa e hanno sottoscritto un abbonamento con la pay tv israeliana. «Dopo tutte le interferenze su al-Jazeera durante i primi match molti palestinesi hanno ordinato i ricevitori israeliani», ha detto Ahsan Kamal, un antennista che in questi giorni sostiene di essere coperto dalle richieste di clienti che vogliono la tv israeliana.

Insomma, per il calcio chiudono un occhio. Ma non tutti e due. Perché l’immagine sarà pure fornita dagl’israeliani. Ma l’audio no. Almeno quello. Così, ogni volta che c’è una partita, gli abitanti di Gaza e della Cisgiordania azzerano il volume della tv e ascoltano la cronaca dalle radio arabe.

Ma tutti – o quasi – promettono: il 12 luglio restituisco tutto. Decoder, cavi, satellite, smart card. Intanto il mondiale sulle tv di Gaza e Ramallah, di Hebron e Khan Yunis è stato made in Israel.

Leonard Berberi

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attualità, economia

E in Israele c’è chi fa grandi affari vendendo le vuvuzelas

Chi ha detto che la vendita delle vuvuzelas, le fastidiose trombette sudafricane, stia arricchendo il paese organizzatore del mondiale di calcio? Provate a chiedere a Oron Barber. Un israeliano che già da un anno, ha messo su una società d’intermediazione per la vendita delle vuvuzelas.

Oron ha iniziato esattamente nel giugno del 2009. Ha creato due siti web: uno per gli stranieri (www.buy-vuvuzela.com) e uno per gl’israeliani (www.vuvuzela.co.il). Ha messo un po’ di annunci sul web e poi ha aspettato giusto il tempo che i mondiali prendessero il via.

E infatti. Provate a cercare “buy vuvuzela” sul motore di ricerca Google. Il primo risultato è proprio quello del sito di Oron Barber. Ed è così che, a mondiale ancora in corso e con le polemiche sul suono irritante della trombetta sudafricana, il sito sta facendo grandi affari. Oggi sono circa 30mila le vuvuzelas vendute.

«Abbiamo lavorato per tre mesi per mettere a punto il sito», ha detto Oron al giornale economico “The Marker”. «Ma abbiamo capito che si potevano fare soldi solo quando abbiamo saputo che la Fifa aveva approvato le vuvuzelas negli stadi durante le partite».

Soldi che si fanno facendo da semplice intermediario. Perché Oron non produce direttamente le trombette. Semplicemente: riceve le richieste dai clienti e le inoltra ai produttori. «È possibile contattare direttamente il produttore – ammette l’imprenditore israeliano –, ma è più facile rivolgersi a noi. Di fatto noi forniamo soltanto il modo più semplice e meno dispendioso per comprare vuvuzelas su Internet».

Ma com’è iniziato tutto? «Abbiamo visto le trombette un anno fa, alla Confederation Cup», ricorda Oron Barber. «Abbiamo visto che c’erano un sacco di video su YouTube e la cosa ci è piaciuta. È partito tutto da lì. E per adesso sta andando molto bene».

Leonard Berberi

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attualità

Ingeriscono un chilo di semi d’anguria. Due bambini finiscono in ospedale

Tiro. Gol. E giù una fetta d’anguria. Tiro. Gol. E giù un’altra fetta d’anguria. Ma i semi? Ecco, i semi se li sono scordati. E se li sono portati giù, nello stomaco, insieme alla frutta rossa. È così che, pezzo dopo pezzo, due bambini sono finiti in ospedale. Dentro il loro intestino si era depositato quasi un chilo di semi d’anguria.

Chissà dove avevano la testa tutti. Forse distratti, i piccoli, dalle partite del campionato del mondo di calcio in tv. Forse distratti, i genitori, dalle discussioni sulle sfide, dal suono delle vuvuzelas e dalle eliminazioni eccellenti.

Ospedale Rambam Medical Center di Haifa, nord d’Israele. Nell’ultima settimana due bambini, uno di 7 anni e una di 9, sono stati ricoverati per un blocco intestinale. Quando i medici hanno fatto le analisi, hanno scoperto che dentro il loro apparato digerente c’erano migliaia di semi. Semi che toccavano la cifra record di un chilogrammo. In entrambi i casi.

«Vuoi per la partita, vuoi perché i genitori non badavano troppo ai figli, questi due poveretti hanno mangiato l’anguria scordandosi di togliere i semi», ha detto il dottore che li ha avuti in cura, Itai Shavit. Che, poi, visti i due casi in pochi giorni, ha mandato a dire ai genitori: «Fate attenzione. Io non voglio insegnarvi il mestiere, ma forse dovreste spiegare ai vostri bambini come si mangia l’anguria».

Per i due poveretti un piccolo intervento e via, stomaco e intestino puliti. Ma chissà per quanto tempo non si avvicineranno all’anguria.

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attualità

Anche il soldato Gilad Shalit segue il mondiale di calcio in Sudafrica?

Gilad Shalit

Quattro anni fa lui veniva rapito. Quattro anni fa si giocavano i mondiali di calcio in Germania. Quattro anni dopo – oggi – lui è ancora sotto sequestro. Quattro anni dopo – oggi – si giocano sempre i mondiali di calcio. Anche se stavolta dalla parte opposta alla Germania.

Cambiano le situazioni, ma Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito da Hamas nel giugno del 2006 continua a restare intrappolato nelle trappole politiche e militari del Medio oriente. Solo che stavolta, assicura il quotidiano filo-Hamas, al-Resallah, Gilad ha la possibilità di vedere le partite del mondiale di calcio in Sudafrica. Di vedere giocare e di soffrire. Perché, fa sapere l’articolo – senza citare fonti attendibili – il soldato «ha molto sofferto nel vedere la Francia, la sua seconda  patria, uscire a testa bassa dalla competizione».

E non si capisce non solo se la notizia sia vera. Ma anche se l’aggiornamento sull’israeliano rapito sia una presa in giro o un modo per rendere ancora più dolorosa la prigionia. Dove la sofferenza per la propria condizione si mischia a quella per il calcio.

Immaginiamo allora Shalit seduto, con mani e piedi legati, un fazzoletto a chiudergli la bocca. Ma il calcio, assicura il quotidiano on line, «aiuta il soldato a dimenticare la disperazione per la decisione del governo israeliano di sospendere i negoziati indiretti per un accordo sullo scambio dei prigionieri con Hamas».

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attualità, sport

E a Betlemme i palestinesi guardano il calcio sul muro costruito da Israele

Un telo bianco attaccato al muro di separazione e un proiettore. Così vede le partite di calcio del mondiale in Sudafrica una parte di palestinesi di Betlemme

L’hanno chiamato in tutti i modi. Il “muro dell’apartheid”. Il “muro di contenimento”. Il “muro di difesa”. Il “muro della vergogna”. Più semplicemente è la costruzione in cemento armato che Israele ha eretto per separare la Cisgiordania da Israele. Ma dall’11 giugno, quella realtà, è anche altro. È il “muro del calcio”.

Ogni sera, da quando sono iniziati i mondiali di calcio in Sudafrica, centinaia di persone si siedono di fronte alla barriera. Un proiettore e un telo bianco (attaccato al muro) trasmettono le sfide di calcio. Ci sono palestinesi. Tanti. C’è qualche straniero. C’è il bar improvvisato che vende bibite fresche e cibo e sigarette. Ci sono i tavoli, gli immancabili narghilè. E le discussioni che ogni partita di calcio genera: il cross sbagliato, il calcio di rigore fallito, il fuorigioco fantasma.

Quel pezzo di Palestina, per novanta minuti, sembra un posto come tutti gli altri. Ci si dimentica pure di quel grande muro dove vengono proiettate le immagini. Non si notano i graffiti e i disegni che denunciano l'”occupazione ebraica”. Ci si dimentica pure dei soldati israeliani che sorvegliano l’area per evitare ingressi illegali sul loro territorio. Anzi: c’è chi giura di aver sentito un “militare ebreo chiedere l’aggiornamento sulla partita”. E c’è chi giura di aver sentito anche la risposta.

Leonard Berberi

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