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Israele, niente pubblicità per le modelle anoressiche. E’ il primo Paese al mondo

Modelle ultraslim addio. Mai più giovani pelle-e-ossa. Per la prima volta al mondo un Paese, Israele, decide di mettere al bando le top model sottopeso. Dovranno sparire dalle passerelle. Dai maxiposter. Dalle inserzioni tv e cartacee. Donne e uomini. Perché la parità dei sessi, almeno qui, deve essere netta. E perché non ci sia mai più un’altra Isabel Caro. La fotomodella diventata famosa più per l’anoressia che per la sua cavalcata nelle passerelle. La fotomodella divorata dentro e morta nel novembre 2010. La fotomodella che doveva servire da monito. Da allarme. E invece ha finito per diventare la normalità per certe colleghe.

E insomma. Dice, la nuova legge dello Stato ebraico, che chi ha un indice di massa corporea inferiore a 18,5 – il limite sotto il quale l’Organizzazione mondiale della Sanità parla di «denutrizione» – ecco, dice la nuova legge israeliana che sotto quel numero il mondo dei riflettori e degli obiettivi delle macchine fotografiche resterà un miraggio. A meno che, ovvio, non si metta qualche chilo in più.

Non solo. Dice, la stessa norma approvata ieri in Parlamento, che le aziende sono obbligate anche a dire quando e se le immagini dei modelli sono state modificate con Photoshop per migliorare l’aspetto. E ancora. Aspiranti modelle e modelli dovranno presentare, per le sedute fotografiche destinate al mercato nazionale, il certificato medico «non più vecchio di tre mesi» nel quale ci sia scritto – esplicitamente – che «il modello non è denutrito».

«Questa legge cambierà la situazione attuale, nella quale modelli e modelle rappresentano l’immagine ideale per i giovani, spingendoli verso la maledizione dei disturbi alimentari, che incidono non solo sullo spirito ma anche sul corpo», ha spiegato la parlamentare e promotrice della legge, Rachel Adatto. La Adatto è anche un medico. E da anni paragona la battaglia contro l’anoressia alla lotta contro il fumo. «Con questo provvedimento riportiamo gli ideali di bellezza nei limiti ragionevoli della logica e della salute».

© Leonard Berberi

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cultura

Last fashion in Bethlehem

Khawla Abu Sada, 31 anni, stilista palestinese (Ruth Eglash / Jerusalem Post)

“Voglio cambiare l’abbigliamento della West Bank”. Una missione difficile per Khawla Abu Sada. 31 anni, cristiana e stilista di Betlemme con casa a Beit Sahour. Da meno di un anno ha aperto la sua attività in Palestina e l’ultimo ordine che ha ricevuto è di creare una serie di magliette dedicate al Natale.

“Soltanto adesso le donne palestinesi hanno capito che possono permettersi un abbigliamento unico e personalizzato”, racconta Abu Sada al Jerusalem Post. “La maggior parte dei vestiti qui a Betlemme è di bassissima qualità – continua la stilista -. Vengono dall’estremo Oriente, costano poco e non propongono alcuna varietà. Sono tutti uguali”.

Abu Sada, a differenza di molte sue coetanee, non ha problemi di soldi. E’ la moglie di Fadi, il capo del Palestinian News Network. E madre di due figli. “Le palestinesi amano spendere per i vestiti e amano seguire l’ultima moda – svela la 31enne -. Solo che non ne hanno la possibilità. Così a volte vedo delle ragazze indossare roba che loro ritengono sia fashion, ma quando chiedo loro perché indossano proprio quel modello non mi sanno rispondere”.

La sfida di Abu Sada non è però facile. Per questioni religiose, economiche. E politiche.

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