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Israele? Nel 2030 sarà uno stato religioso. Parola di demografo

Il sionismo laico dei padri della Patria? Nel 2030 andrà in pensione. E lascerà il posto alle correnti religiose le quali, proprio in quell’anno, in Israele rappresenteranno la maggioranza, se gli attuali tassi di crescita non cambieranno.

E insomma, è allarme rosso per tutti quelli che affidano le istituzioni dello Stato ebraico agl’insegnamenti di David Ben Gurion, Golda Meir, Shimon Peres e Yitzhak Rabin. Questa almeno è la previsione del demografo Arnon Soffer, docente all’università di Haifa, nel suo nuovo libro «Israele 2010-2030, verso uno Stato religioso».

Soffer scrive che fra gli ebrei ortodossi (spesso anti-sionisti o non-sionisti, e politicamente orientati a destra) la crescita annuale è del 6-7 per cento. Nel 2030 saranno oltre un milione e nelle fasce giovanili la loro percentuale sarà ancora più marcata. In parallelo crescerà anche il numero degli ebrei nazional-religiosi (molti dei quali vivono nelle colonie) e dei tradizionalisti sefarditi.

Tendenze che, secondo Soffer, porteranno all’indebolimento della democrazia israeliana. L’educazione pubblica – calcola il demografo – «sarà sempre più religiosa, il sistema giuridico maggiormente fondato sui dettami biblici, e anche i mezzi di comunicazione attraverseranno una involuzione». Una situazione che potrebbe allora spingere parti considerevoli dell’Israele laico a cercare un futuro all’estero.

Nel suo libro Soffer prevede «la fine tragica della visione sionista» laica. Un pericolo che a suo parere può ancora essere sventato se nei sistemi educativi della correnti educative religiose sarà subito imposta l’inclusione di contenuti «democratici ed occidentali».

L.B.

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Lo studio: Adolf Hitler aveva radici ebraiche

Adolf Hitler (GettyImages)

Un po’ nordafricano. Un po’ ebreo. Ma questo non è bastato a fermarlo. Anzi, nel primo caso di consanguinei ne ha uccisi migliaia. Nel secondo, milioni.

A volte ritornano. E questa volta con anche una sorpresa. Adolf Hitler, il dittatore nazista che ha quasi cancellato dalla faccia della Terra gli ebrei, ecco Hitler sarebbe, in parte, anche lui un ebreo. O meglio: avrebbe geni che si riscontrano soltanto in alcune popolazioni. Tra cui quella giudaica.

La scoperta, scrive il giornale britannico “Telegraph” riprendendo l’articolo pubblicato sulla rivista belga Knack, si deve al giornalista belga Jean-Paul Mulders e allo storico Marc Vermeeren convinti di avere individuato le tracce del codice genetico di Hitler che lo collegano all’ebraismo. Il tutto, dopo aver studiato la saliva di trentanove persone con un legame di parentela con il Fuhrer.

Secondo il dossier il test del Dna sui campioni di saliva ha individuato un cromosoma – chiamato Haplogroup E1b1b1 – che si trova raramente in Europa occidentale. Ma che – secondo i due studiosi – è molto comune nell’Africa settentrionale (tra i berberi del Marocco, Tunisia, Algeria e i somali) e tra gli ebrei sefarditi e ashkenaziti.

Facile, se non scontato, il commento del giornalista-ricercatore Mulders: «Partendo da quello che abbiamo scoperto, possiamo concludere che Hitler era parente della popolazione che ha tentato di sterminare».

Leonard Berberi

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Il male oscuro dei soldati israeliani: già 19 suicidi nei primi sei mesi dell’anno

Ci sono soldati che ballano per le vie di Hebron. Scherzano, si divertono, ridono. Sfogano così tutto lo stress che il ruolo comporta. Soprattutto nei territori a loro ostili come la Cisgiordania.

Poi ci sono altri soldati che non reggono il peso. E la fanno finita. Nei primi sei mesi dell’anno 19 soldati giovanissimi si sono tolti la vita. Chi con un colpo di pistola alla testa. Chi buttandosi da un terrazzo.

Un dato che preoccupa. Perché nell’intero 2009 a suicidarsi erano stati in 21. Se continua così, il record negativo del 2005 – 35 morti – rischia di essere battuto. E di non poco.

A fare luce sull’alto numero dei suicidi tra le file dell’esercito israeliano è il quotidiano Yedioth Ahronoth. Citando fonti militari, il giornale scrive che secondo le indagini compiute in passato su ogni singolo caso di soldato che s’è tolto la vita non ci sarebbero «connessioni dirette» con la vita di caserma e le attività belliche.

Una risposta che non basta allo stato maggiore. Che ha già iniziato a dare maggior peso alla componente psicologica dell’addestramento, a organizzare nuovi corsi per ufficiali destinati a individuare in anticipo situazioni di disagio fra i sottoposti e a disporre una riduzione del numero dei militari autorizzati a detenere regolarmente armi.

Nel 2008, per la prima volta, due ufficiali furono condannati per non essere riusciti a evitare il suicidio di un soldato che mostrava – a detta degli specialisti – evidenti segni di disturbo mentale. Nello stesso caso, anche uno psichiatra fu sottoposto a processo disciplinare per non aver curato il soldato.

Leonard Berberi

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