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Gaza, Arrigoni strangolato poco dopo il sequestro. Lo sdegno e l’orrore dei palestinesi

Non è mai andata a letto, ieri notte, Gaza. Centinaia di persone – soprattutto giovani – hanno voluto aspettare i risultati del blitz di Hamas casa per casa. Ma verso le due di venerdì mattina si sono dovuti arrendere tutti alla realtà: Vittorio Arrigoni morto, strangolato probabilmente poco dopo il sequestro con un cavo metallico o qualcosa di simile. L’uomo è stato trovato senza vita in un angolo, in una casa alla periferia di Gaza City con indosso un giaccone nero e la testa coperta.

È finita così, in tragedia, l’avventura dell’attivista filopalestinese e blogger italiano rapito giovedì mattina verso le 10 (le 9 in Italia) da casa sua. A sequestrarlo sarebbe stato un commando ultra-estremista salafita.

Il corpo di Arrigoni resta per il momento vegliato all’ospedale Shifa di Gaza. Quello stesso ospedale dove lui accompagnava le ambulanze con i feriti ai tempi dell’offensiva israeliana “Piombo Fuso” di due anni fa. Alle autorità consolari italiane di stanza a Gerusalemme giunti nella Striscia venerdì mattina è stata già affidata la salma del 36enne. Salma che non potrà uscire da Gaza prima di domenica, giorno in cui verrà riaperto il valico di Erez, quello che porta verso Israele.

L’uccisione di Arrigoni è stata condannata sia da Hamas sia dall’Autorità nazionale palestinese (Anp). Fawzi Barhum (Hamas), ha additato gli ultra-integralisti salafiti definendoli «una banda di degenerati fuorilegge che vogliono seminare l’anarchia e il caos a Gaza». Mentre il negoziatore Saeb Erekat (Anp) ha detto che si è trattato di un «crimine odioso che non ha niente a che vedere con la nostra storia e con la nostra religione».

Di fronte all’oltraggio generale nei Territori per la uccisione di un attivista che era noto per il suo sostegno senza se e senza ma alla causa palestinese, uno dei gruppi salafiti attivi nella Striscia, al-Tawhid wal-Jihad, ha emesso un comunicato in cui si proclama estraneo alla vicenda anche se i rapitori (le finora sconosciute Brigate Mohammed Bin Moslama) avevano indicato fra i detenuti da liberare in cambio di Arrigoni un loro capo, Abd el-Walid al-Maqdisi.

Secondo fonti locali, le indagini hanno portato all’arresto d’un primo militante salafita. Dopo qualche ora di interrogatorio è stato lo stesso uomo a condurre gli uomini di Hamas fino al covo: un appartamento nel rione Qarame, a Gaza City, che i miliziani delle Brigate Ezzedin al-Qassam (braccio armato di Hamas) hanno espugnato nel giro di pochi minuti conclusa con la cattura di un secondo salafita. Ma per Arrigoni era già troppo tardi.

Il cordoglio, nella rete dei giovani palestinesi, è unanime. Così come la condanna. Per la prima volta si registrano nella Striscia di Gaza un’ostilità e una rabbia che rischia di travolgere non solo le varie fazioni estremiste e violente, ma anche gli stessi vertici di Hamas.

In molti ricordano, poi, il primo contatto con il volontario italiano. Dice Mohammed Rabah Suliman, un blogger di 22 anni di Gaza City, che «uno come lui che ha lasciato il lusso italiano per starsene in questo posto dimenticato da tutti non può meritare che il rispetto, la stima e l’affetto di tutti i palestinesi». Mohammed ricorda anche il primo messaggio su Facebook che Vittorio “Vik” Arrigoni gli ha inviato: «Ween?» (dove, in arabo). «Da lì è iniziata una grande amicizia». Il ragazzo ricorda anche il più grande sogno dell’italiano: «Non vedeva l’ora della proclamazione dello Stato palestinese e di sventolare la sua bandiera».

Una tenda per il lutto per accogliere quanti desiderano esprimere condoglianze per la morte di Vittorio Arrigoni è stata allestita nel porto di Gaza, nel punto dove per la prima volta sbarcò alcuni anni fa da una imbarcazione che portava aiuti umanitari per la popolazione. Fra i molti visitatori vi sono sia esponenti del regime di Hamas, sia persone comuni.

In particolare spiccano pescatori e contadini con i quali Arrigoni aveva intrattenuto rapporti stretti e frequenti offrendosi loro come “scudo umano” in momenti di pericolo. Sul posto si sono notati inoltre esponenti di diverse Ong italiane e straniere.

Hamas ha anche voluto esprimere il proprio dolore per la uccisione del volontario italiano organizzando un corteo di protesta che, dopo aver attraversato alcune strade di Gaza, ha concluso il proprio percorso di fronte agli uffici locali delle Nazioni Unite.

Il cordoglio è forte anche sulla stampa locale. La associazione dei giornalisti di Gaza ha proclamato tre giorni di lutto e ha indetto una manifestazione di commemorazione in un locale – il Gallery – che Arrigoni era solito frequentare. «È il minimo che possiamo fare per il nostro amico», hanno detto gli organizzatori.

Nel frattempo i giovani del gruppo Gybo rilanciano in rete un video. C’è Arrigoni, in mezzo ad altri palestinesi di Gaza, che canta in favore dei giovani tunisini. Sembra uno di loro. Anzi, è uno di loro.

 © Leonard Berberi

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Gaza, ucciso Vittorio Arrigoni

L’hanno trovato senza vita in una casa alla periferia di Gaza City. Vittorio Arrigoni non ce l’ha fatta. Ed è morto prima che scadessero le trenta ore che i miliziani salafiti avevano dato come tempo ad Hamas per liberare i loro compagni.

La morte del volontario italiano è stata confermata alle 03.20 di venerdì mattina all’ospedale Al Shifa. A riconoscere il corpo sono stati i vertici dell’International Solidarity Movement, l’organizzazione presso il quale Arrigoni lavorava come attivista per i diritti umani.

L’epilogo è avvenuto in un appartamento del rione Qarame, dove a quanto pare unità delle Brigate Ezzedin al-Qassam (braccio armato di Hamas) avevano individuato il covo del gruppuscolo salafita responsabile del rapimento.

Secondo le prime ricostruzioni, durante l’irruzione risultano essere stati feriti almeno due dei miliziani di Hamas, il cui commando sarebbe comunque riuscito alla fine ad avere la meglio sui rapitori dopo una sparatoria, ma solo per trovare Arrigoni – una volta sfondato l’ingresso – ormai senza vita. Il terzo uomo, infatti, aveva da poco dato il segnale a un’altra persona di impiccare l’italiano.

Le fonti della sicurezza di Hamas hanno aggiunto che oltre ai fermati, è scattata una caccia all’uomo anche negli altri quartieri di Gaza City per scovare eventuali fiancheggiatori. Alle tre e trenta di venerdì mattina testimoni raccontano di incursioni violente nel quartiere dove risiede il clan dei Doghmosh, da anni coinvolti in violenze e rapimenti.

Alle 3.31 in un comunicato stampa, il ministero dell’Interno e della Sicurezza nazionale di Hamas ha dichiarato che “l’intenzione dei sequestratori non è mai stata quella di far rilasciare i compagni di lotta, ma di uccidere quasi subito Arrigoni”. E ha invitato i palestinesi a non prestare attenzione alle voci infondate che nelle ultime ore si sono diffuse nella Striscia.

(ultimo aggiornamento: venerdì 15 aprile, ore 03.36)

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Caos a Gaza, Hamas propone tregua a Israele, ma il braccio armato non è d’accordo

Dunque, il caos, dalle parti di Gaza City, è ufficiale. Da un lato Hamas. Dall’altro le Brigate Ezzedin al-Qassam. Che di Hamas sono il braccio armato. In mezzo, due annunci che, in sintesi, dicono uno il contrario dell’altro.

In uno dei momenti più delicati dei rapporti israelo-palestinesi e con venti di guerra che da Gerusalemme sono rimbalzati nella Striscia, si viene a sapere che nel tardo pomeriggio di sabato 9 aprile, Hamas ha trasmesso a Israele, per via indiretta, la proposta di un cessate il fuoco. La notizia è stata confermata da fonti della Difesa israeliana.

Secondo le fonti, lo Stato ebraico sarebbe disponibile ad accettare l’offerta e intenderebbe vedere se vi sarà uno stop ai lanci di missili e colpi di mortaio dalla Striscia di Gaza. La proposta di Hamas giunge nel pieno di una grave escalation al confine fra Israele e la Striscia di Gaza.

Solo che qualche minuto dopo – sempre da Gaza – viene messo in circolazione un comunicato. È firmato dalle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio armato di Hamas. Scrivono, i miliziani, anzi ribadiscono di non essere disposti ad aderire ad alcuna tregua con Israele fino a quando proseguiranno i raid dello Stato ebraico sulla Striscia.

«Non ci può essere un cessate il fuoco mentre i sionisti continuano a uccidere il nostro popolo, il sangue del palestinesi ci è caro, vittoria o martirio», ha detto un portavoce con il volto coperto durante un breve incontro con la stampa locale. Ripetendo quanto affermato da un esponente dell’ala politica di Hamas, il portavoce dei miliziani è poi tornato a negare che l’attacco allo scuolabus israeliano di giovedì (due feriti) – rivendicato dalla stesse Brigate Ezzedin al-Qassam – sia stato compiuto deliberatamente contro bambini e ragazzi, sostenendo che a essere presa di mira era stata una strada «attraversata da posti di controllo e frequentata da veicoli militari».

In ogni caso, ha concluso il portavoce, l’attacco sarebbe stato «la legittima risposta» a un raid di pochi giorni prima nel quale l’aviazione israeliana aveva ucciso tre capi del braccio armato di Hamas in una fase di relativa quiete – e in cui a Gaza era stato preannunciato il «ripristino della calma» – seguita a una precedente escalation.

E ora? Israele apprezza l’emergere – dentro Hamas – di un’ala moderata. La stessa che potrebbe ricongiungersi al Fatah di Abu Mazen e sedersi, un giorno, al tavolo dei negoziati. Ma preoccupa, allo stesso tempo, questa scissione senza precedenti.

© Leonard Berberi

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Hamas continua a colpire Israele. E Gerusalemme pensa all’intervento militare

«È chiaro che vogliono la guerra». Il commento, brevissimo, i più alti ufficiali dell’esercito l’hanno sentito dalla bocca del ministro della Difesa, Ehud Barak. Il quale, in calo di consensi, come il suo capo, il premier Benjamin Netanyahu, sta pensando a un blitz militare in stile operazione “Piombo fuso”. Quello, tanto per intenderci, che ha portato al criticato e poi corretto “Rapporto Goldstone”. Un modo, per Barak, di fermare una volta per tutte il lancio dei razzi. E, perché no, di guadagnare voti.

E’ stata l’ennesima giornata calda in suolo israeliano. Quel suolo che, a ridosso della Striscia di Gaza, sta diventando una groviera. A furia di essere bersagliata da razzi Qassam, mortai, colpi di fucile e ogni altra diavoleria militare passi per la testa – e le mani – dei miliziani islamici di Hamas.

Un razzo palestinese ha appena colpito il suolo israeliano (foto Epa)

Il copione si ripete, immutato, da giorni. I palestinesi sparano. Gl’israeliani replicano. Di qua i danni materiali (per ora). Di là quelli umani. Con morti, feriti, mutilati. Sabato mattina – a Shabat ancora in corso – sono esplosi tre missili Grad a Ofakim. Un altro è caduto vicino a una scuola, nella zona di Merchavim. Un altro ancora ha colpito un campo aperto, lontano dalle abitazioni. Ci sarebbe pure un quarto missile. Di cui però s’è perso traccia. Poco più lontano, un mortaio è esploso in un kibbutz, nei pressi di Eshkol, e ha danneggiato un edificio. Per fortuna nessuno è rimasto ferito. In tutto, in mezza giornata, nell’area di Eshkol si sono abbattuti 24 colpi di mortaio.

Durante la notte sono stati sparati altri missili contro Beersheba, due dei quali intercettati dal sistema di difesa “Iron Dome”, Ofakim e aree a nord di Ashdod e Nitsanim. Un volantino mandato via fax ai giornalisti dalle Brigate al Qassam, ala militare di Hamas, ha rivendicato l’intenso lancio di missili contro Israele di sabato mattina.

L'attacco sulla Striscia di Gaza da parte dell'aviazione israeliana

Quindi è stata la volta dell’esercito israeliano. Che in un blitz durato pochi minuti, ha colpito edifici e persone ritenute responsabili degli attacchi di questi giorni. Secondo un primo, provvisorio, bilancio quattro militanti palestinesi sarebbero stati uccisi.

Nella notte tra venerdì e sabato un comandante di Hamas e due suoi uomini sono stati uccisi in un raid israeliano. Poi, qualche ora dopo, quando ormai sulla Strisca s’era alzato il sole, un quarto militante del movimento islamico è morto dopo essere stato colpito in un raid israeliano presso Jabaliya. Secondo i portavoce di Hamas, sono 17 i palestinesi uccisi e 60 i feriti da giovedì scorso.

Gaza è in subbuglio. Chiede l’aiuto internazionale. «Quanti ne dovranno morire ancora prima che le organizzazioni di governance internazionale condannino Israele?», si sono chiesti i ragazzi via Facebook e Twitter. La sensazione è che Hamas abbia perso il controllo delle ali più estremiste dell’organizzazione. Altrimenti non si spiegherebbe la moratoria di razzi anti-israeliani annunciata dai vertici, ma smentita nemmeno dodici ore dopo. E questo, stando a molti analisti militari, non potrà che costringere lo Stato ebraico a punire Hamas & Co. per far smettere la pioggia di razzi, missili e mortai che piovono dalla Striscia sul suolo israeliano.

© Leonard Berberi

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Il progetto miliardario di Israele: costruire un’isola artificiale di fronte Gaza

Un’isola artificiale di fronte a Gaza. Con tanto di porto, aeroporto e centri di accoglienza. Il tutto da mettere a disposizione dei palestinesi. È il progetto del governo israeliano stando alle indiscrezioni di Canale 2, una emittente televisiva privata dello Stato ebraico.

L’isola verrebbe affidata alla gestione dall’Autorità nazionale palestinese (Anp) del presidente Abu Mazen, che governa la Cisgiordania, ma non la Striscia (dal 2007 sotto controllo di Hamas). Il progetto, ha riferito l’emittente, è stato messo a punto dal ministro dei trasporti, Yaakov Katz, con il sostegno del premier, Benjamin Netanyahu, e quello «entusiastico» del presidente Shimon Peres. Proprio il capo dello Stato, in una conferenza del 2007, aveva detto: «Dobbiamo investire sul mare e allargare i nostri confini occidentali in quella direzione, costruendo isole artificiali».

Il lungomare di Gaza City

Il progetto prevede la costruzione di un’isola lunga quattro chilometri e larga due, collegata alla terraferma di Gaza da un ponte lungo circa quattro chilometri. Dovrebbe accogliere, oltre al porto e allo scalo aereo, anche una località turistica marittima, degli alberghi e un’unità per la desalinizzazione dell’acqua, per un costo minimo di 5 miliardi di dollari e massimo 10.

I lavori potrebbero durare anche dieci anni. La questione spinosa resta la sicurezza. Il controllo – la Striscia di Gaza è sottoposta a rigido embargo – lo Stato ebraico vorrebbe affidarlo a una «forza internazionale», che potrebbe includere membri delle Nazioni Unite.

Secondo Canale 2 che per prima ha dato la notizia, l’isola permetterebbe a Israele di «sbarazzarsi definitivamente» della Striscia di Gaza, abbandonando la sua stretta sui commerci via terra pur mantenendo il blocco marittimo per impedire il contrabbando di armi verso Hamas.

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Gaza, il raid israeliano provoca 4 morti. L’Idf attacca Hamas: “Sparano da aree abitate”

Erano giorni che si respirava aria di guerra. Da una parte Hamas a sparar razzi sul suolo israeliano. Dall’altra l’esercito ebraico e rispondere per le rime. Fino ad ora erano morti solo dei miliziani. Ma martedì mattina alle vittime si sono aggiunti quattro civili – tra cui due adolescenti di 11 e 16 anni – mentre stavano giocando a pallone nel quartiere Tufah, vicino Gaza City.

I quattro sono stati uccisi da un colpo sparato dal carro armato israeliano. Almeno questo è quello che hanno reso noto fonti mediche palestinesi. Secondo testimoni oculari, i ragazzi sono stati colpiti dalle schegge quando il tank ha sparato contro una casa vicina.

Le conseguenze del blitz israeliano su Gaza (foto Epa)

Stanotte è stata come quelle precedenti. Per l’ennesima volta Israele ha dovuto rispondere con un raid contro obiettivi della Striscia al lancio di missili di Hamas contro lo Stato ebraico. Nei cinque raid notturni sono state ferite 19 persone, fra cui sette bambini e due donne, mentre due militanti sono stati colpiti in mattinata.

Dopo aver fatto le proprie verifiche, l’Idf ha espresso rammarico per l’uccisione delle vittime. «L’esercito israeliano ha sparato con mortai in reazione a tiri di razzi sulla località di Shaar HaNeghev (dove non ci sono state vittime o danni, nda)», ha detto un portavoce dei militari.

«Le forze armate israeliane si rammaricano per le vittime civili dell’incidente, ma al tempo stesso sottolineano che Hamas opera deliberatamente da aree densamente abitate da civili. L’inchiesta prosegue». Quindi la rassicurazione: «Le forze armate non sono interessate a un’accentuazione della tensione militare e degli scontri».

Finito qui? A sentire gli umori di Gaza e dintorni pare proprio di no. Tanto che Hamas ha già avvertito: «Israele non sarà sicura fino a quando non si sentiranno sicuri i palestinesi», hanno minacciato i miliziani estremisti.

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Torna la violenza di Hamas: decine di razzi contro Israele e botte ai giornalisti stranieri

Gli effetti di uno dei razzi sparati dai miliziani di Hamas sul suolo israeliano (foto Roee Idan)

È stata una giornata di guerra. Non solo in Libia. Ma anche a Gaza. Un sabato di mortai, attacchi aerei, vittime e minacce ai giornalisti. Dopo giorni di proclami ieri dalla Striscia è partita una lunga serie di attacchi contro il fronte israeliano. Almeno cinquanta proiettili di mortaio sono stati sparati dai miliziani di Hamas verso la parte meridionale del deserto del Negev. Colpi quasi tutti andati a vuoto. Tranne uno, finito sulla comunità agricola di Pithat Shalom: due persone sono rimaste ferite e una casa ha subito danni.

A quel punto la replica dell’esercito israeliano non s’è fatta attendere. Carri armati e artiglieria di terra sono entrati in azione sul confine sud-orientale della Striscia di Gaza. Poi è stata la volta di un paio di incursioni aeree. Secondo fonti mediche, cinque miliziani e un bambino palestinese sarebbero rimasti feriti. L’esercito israeliano ha anche comunicato di aver ucciso due terroristi posizionati lungo la frontiera.

Il premier Benjamin Netanyahu ha definito «molto grave» quest’ultima violazione della tregua di fatto in vigore teoricamente dalla fine dell’offensiva “Piombo Fuso” di due anni fa e ha fatto intendere ulteriori ritorsioni, ribadendo di essere deciso a «proteggere i cittadini israeliani con tutti i mezzi necessari».

Uno dei palestinesi feriti dal raid israeliano di sabato mattina viene portato in ospedale per le prime cure (foto Associated Press)

Meno diplomatico il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, leader di Israel Beitenu (partito di estrema destra). Da sempre contrario a qualunque concessione negoziale nei confronti dei palestinesi, ha inviato una protesta formale alle Nazioni Unite e ha scritto che «gli attacchi odierni, avvenuti mentre si discute di riconciliazione fra l’Autorità nazionale palestinese e Hamas, dimostrano come il sostegno internazionale che i palestinesi chiedono sarebbe nei fatti sostegno a uno Stato terrorista».

Miliziani di Hamas (foto Reuters)

Le tensioni continuano anche all’interno della parte politica palestinese. Come confermano la parole di Sami Abu Zuhri. Il portavoce dell’ala dura di Gaza è tornato ieri a scagliarsi contro Fatah, il partito di Abu Mazen rimasto in sella nella sola Cisgiordania dopo la sanguinosa presa del potere di Hamas nella Striscia nel 2007. Zuhri ha avvertito che l’annunciata visita conciliatoria di Abu Mazen a Gaza non potrà esserci prima del rilascio di «tutti i prigionieri politici» detenuti in Cisgiordania. E ha accusato Fatah d’aver «sobillato da Ramallah» i giovani protagonisti di alcuni insoliti raduni “non autorizzati” promossi in settimana a Gaza per invocare l’unità nazionale e protestare contro la divisione tra fazioni.

Raduni che la forza pubblica di Hamas ha disperso con la violenza. E dei quali i miliziani islamici non hanno gradito neppure la copertura mediatica, come testimoniano le irruzioni compiute sabato mattina nelle sedi di Gaza City della tv dell’agenzia internazionale Reuters e d’un service locale che fornisce assistenza video all’agenzia americana Associated Press. I miliziani – una decina in tutto – hanno sequestrato le telecamere, hanno picchiato un giornalista, minacciato gli altri e hanno finito il loro raid con il pestaggio di due operatori palestinesi.

© Leonard Berberi

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