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ANALISI / Se tra Israele e Gaza scoppia anche la prima guerra “social” al mondo

La voragine provocata da un blitz aereo israeliano su Gaza City (foto Mahmud Hams/Afp)

La guerra annunciata con un tweet. E le minacce, ecco, pure quelle comunicate con un cinguettio. Per non parlare dei poster violenti, dei «most wanted» fatti fuori, degli attacchi hacker. Poi ecco Facebook, i video caricati su YouTube, le foto postate sul profilo Flickr. Mentre sullo sfondo, nel mondo reale, piovono razzi su Gaza e su Israele.

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Pronti i piani di guerra contro Gaza. Netanyahu spera nell’ok di Usa e Europa

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu parla a 50 ambasciatori ad Ashqelon. A fianco, un razzo Grad palestinese (foto GPO)

S’incontreranno ancora stamattina, i vertici del governo e dell’esercito. L’hanno fatto la notte prima. E lo faranno per tutto il giorno fino a quando non si decideranno a decidere. A scegliere tra il bastone e lo schiaffo. Tra i carr’armati e i proiettili. In tutta questa storia una cosa, a Gerusalemme, è certa: non c’è spazio per la carota.

«I 160 razzi sparati da Gaza e piovuti sul suolo israeliano non resteranno impuniti», spiega un analista. «Sul tavolo ci sono diverse opzioni, compresa quella militare. Quest’ultima è la più accreditata. Ma il premier Benjamin Netanyahu vuole essere sicuro, stavolta, che il mondo abbia capito cosa sta succedendo qui da noi. Così da rendere comprensibile l’offensiva su Gaza con migliaia di uomini, centinaia di tank e la caccia ai terroristi casa per casa».

Il primo ministro – forte dei sondaggi a due mesi dalle elezioni del 22 gennaio – preme per la risposta più dura, insomma: «invasione della Striscia, azzeramento di Hamas, avvio di una fase di democratizzazione di Gaza». Il tutto con l’aiuto – confermato in questi giorni – degli Stati Uniti. Con l’appoggio del ministro della Difesa, Ehud Barak. E di buona parte della comunità ebrea ultraortodossa.

Il ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, nella situation room durante le esercitazioni congiunte con l’esercito americano (foto Ministero della difesa israeliano)

Ma nel Likud, la formazione di Netanyahu, più di un parlamentare gli fa notare i rischi di una guerra contro Hamas, ma anche Hezbollah e la frazione di Al Qaeda che si trova nel Sinai. Un conflitto alla vigilia delle elezioni, se vinta, fa benissimo alle urne. Ma rischia di portarsi via le vite di decine di soldati israeliani. E quindi anche una vittoria che nello Stato ebraico danno ormai in mano al duo Likud-Israel Beitenu.

«Non tollereremo più altri razzi su Israele», ha tuonato ieri il premier ad Ashqelon, a pochi chilometri dal confine con Gaza. Davanti a lui più di 50 ambasciatori – compreso quello italiano – che, per la prima volta, hanno capito che Netanyahu stava facendo sul serio. A rendere ancora più tesa la conferenza, il razzo, lungo più di tre metri, alla sinistra del primo ministro israeliano. Un razzo palestinese.

«Il mondo deve capire che Israele ha il diritto e il dovere di difendere i suoi cittadini», ha tuonato Netanyahu davanti ai rappresentanti delle cancellerie di mezzo mondo. «Non staremo più fermi contro le minacce quotidiane, non sopporteremo ancora che mettano a rischio le vite delle nostre donne, dei nostri bambini, dei nostri uomini».

Uno dei razzi sparati da Gaza e caduto sulle campagne di Netivot (foto di Tsafrir Abayov/Flash90)

Da tre giorni e fino a lunedì sera – 12 novembre – i miliziani di Hamas hanno sparato più di 160 razzi. Più di quaranta gl’israeliani feriti. Città continuamente assillate dalle sirene d’emergenza: Beersheba, Netivot, Ofakim, Sderot. Tanto che la notte, Netanyahu s’è incontrato con il capo dell’esercito, Benny Gantz, il ministro della Difesa, Ehud Barak, e un paio di analisti. Gantz gli avrebbe assicurato che l’esercito è pronto a entrare nella Striscia. «Del resto – avrebbe spiegato – sono giorni che i nostri uomini si esercitano su questo scenario».

Una nuova missione «Piombo fuso» è alle porte? Difficile dirlo. In molto ci scommettono. In tanti lo sperano. Ma per ora potrebbe entrare in gioco una tregua con Hamas. L’ennesima fragile cessazione delle violenze. Sperando che, nel frattempo, lassù, al Nord, non succeda e non si muova qualcosa. Che gli uomini di Assad stiano buoni e non sparino più contro il Golan israeliano. Che Hezbollah prosegua nelle sue faide interne. Che Ahmadinejad continui a non arricchire ulteriormente l’uranio.

A Gerusalemme, intanto, non hanno mancato di esaltare gli ottimi risultati dell’esercitazione congiunta con gli americani. Migliaia di soldati israeliani, 2.500 marines, decine di missili Patriot sparati dalle basi militari dello Stato ebraico verso il Mediterraneo. «Un successo», ha esclamato il ministro della Difesa Ehud Barak. E aveva il sorriso di chi, in realtà, voleva dire ben altro: che dopo la rielezione di Obama, Israele non si sente più sola. Quasi quasi, si sente pronta a scendere in campo.

© Leonard Berberi

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Un po’ di breakdance. A Gaza City

Sotto al sole cocente. Sotto alla pioggia. Sotto la neve. Da soli. O in compagnia. In mezzo a edifici nuovi. O a costruzioni in rovina. Un gruppo di giovani di Gaza, appassionato di breakdance, ha girato questo video nel cuore della Striscia dal titolo «Breakdance revolution in Gaza». Perché oltre alle bombe e ad Hamas, c’è un po’ – forse tanto – Occidente. (l.b.)

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Tra campi profughi e ville di lusso ecco la prima maratona di Gaza

Dopo quella di New York, quella di Londra e quella di Milano, ecco la maratona di Gaza. Per la prima volta nella storia. Circa mille persone si sono messe a correre, giovedì 5 maggio, passando attraverso palazzi di lusso, hotel a cinque stelle, fattorie e campi profughi, strade linde e strisce di terra battuta. (continua…)

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Morte Arrigoni, Hamas pubblica le foto dei ricercati. Il feretro lascia l’ospedale

Ecco i tre ricercati. Quelli veri. Quelli che – secondo il cosiddetto ministero dell’Interno di Hamas – avrebbero organizzato il sequestro di Vittorio Arrigoni e poi avrebbero deciso di strangolarlo.

I tre ricercati sono indicati con i rispettivi nomi di battaglia: si tratta di Bilal al-Omari, Mohammad Salfiti e Abu Abdel Rahman al-Ordini. I primi due sono palestinesi della Striscia di Gaza, ritenuti affiliati a uno dei gruppi di matrice ultraintegralista salafita (vicini ad Al Qaeda).

Il terzo sarebbe invece un cittadino giordano, indicato come il probabile regista del sequestro di Arrigoni e descritto da diverse fonti come un militante del jihadismo internazionale infiltrato a Gaza.

Per la polizia di Hamas si tratta di pericolosi criminali e per questo è stata disposta la chiusura di tutti i valichi di frontiera con Gaza per facilitarne la cattura. Sui quattro pende anche una taglia, dal valore imprecisato al momento,  promessa a chi dovesse fornire notizie utili alla loro cattura.

Intanto a Gaza, al grido di “Non siamo terroristi” e “Via i terroristi dalla Palestina” circa 150 persone si sono radunate di fronte all’ospedale Shifa in attesa della salma del volontario italiano.

Verso le 2 del pomeriggio (le 13 ora italiana) il feretro di Vittorio Arrigoni ha lasciato l’ospedale per essere portato in corteo verso il valico di Rafah, da dove passerà poi in Egitto per proseguire verso l’Italia. Il corteo è scortato dalla polizia di Hamas, la fazione islamica palestinese al potere a Gaza, e seguito da diversi torpedoni. A Rafah è atteso da personaggi pubblici e da gente comune per una commemorazione solenne che precederà il trasferimento in Egitto.

Fra i presenti ci sono diversi palestinesi nonchè stranieri in rappresentanza di Organizzazioni non governative. Gli amici palestinesi alzano una foto che mostra Arrigoni al suo arrivo a Gaza nel 2008 con la flottiglia umanitaria “Free Gaza”. Tra gli slogan scanditi: “Onore a Vittorio, combattente della libertà” e “Vittorio, martire della solidarietà, la Palestina non ti dimentica”.

Leonard Berberi

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Israele, muore il ragazzo colpito da un razzo di Hamas

Il pullman, nel quale si trovava Viflic, dopo lo scoppio di uno dei razzi sparati nel Negev da Hamas lo scorso 7 aprile

Non ce l’ha fatta Daniel Viflic, il ragazzo israeliano di 16 anni, colpito da un razzo sparato da Hamas nel Negev il 7 aprile scorso durante il ritorno a casa dopo una giornata di scuola. Dopo più di una settimana di cure intensive, le condizioni dell’adolescente sono peggiorate negli ultimi giorni. Viflic è morto all’ospedale universitario Soroka di Beersheba domenica 17 aprile.

Per il primario dell’ospedale c’era poco da fare già al momento dell’arrivo del giovane. Subito dopo il ricovero il cervello aveva già smesso di funzionare.

Daniel Viflic diventa così la prima vittima israeliana – negli ultimi mesi – della pioggia di missili e razzi sparati dalla Striscia di Gaza contro Israele. Una morte che il governo Netanyahu ha promesso non resterà senza impuniti. (l.b.)

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Arrigoni, è caccia al giordano

Parte del referto medico che certifica il decesso di Vittorio Arrigoni

Ci sarebbe un cittadino giordano dietro al sequestro e all’uccisione dell’attivista e blogger italiano Vittorio Arrigoni. Lo confermano a Falafel Cafè fonti bene informate di Gaza City. La sicurezza di Hamas sta cercando ovunque, nella Striscia, l’uomo che si fa chiamare “Abdel Rahman il Giordano” e sarebbe uno degli esponenti della Jihad mondiale.

Il premier di Hamas, Ismail Haniyeh, avrebbe chiesto ai suoi apparati la massima attenzione per chiudere il caso in fretta e con l’arresto anche del terzo uomo. Il giordano – sempre secondo fonti bene informate – si sarebbe trasferito a Gaza negli ultimi anni. Sarebbe entrato nella Striscia attraverso uno dei tunnel di contrabbando con il Sinai. Ed è proprio per questo che Hamas ha chiuso tutte le vie d’uscita verso l’Egitto.

Nella Striscia avrebbe aderito a uno dei tanti gruppi salafiti palestinesi. Ora di lui s’è persa ogni traccia. Ma da Gerusalemme fanno sapere che l’uomo potrebbe essere coinvolto in almeno un altro paio di rapimenti conclusi con la morte della persona sequestrata, in entrambi i casi un occidentale.

A dare una svolta alle indagini è stata la confessione di Haitem Salfiti. In cella restano due dei tre presunti fiancheggiatori del sequestro e della morte di Arrigoni. Sono entrambi ragazzi minorenni, Farid Bahas e Tamer al-Hasasnah, di 16 e 17 anni, e sono stati arrestati poche ore dopo il rapimento. Bahar – secondo la sua testimonianza – avrebbe materialmente strangolato l’attivista italiano con un filo di ferro, in una casa abbandonata a nord di Gaza City. Ma Hamas ha precisato che i veri colpevoli, oltre al giordano, sono ancora in circolazione.

© Leonard Berberi

(ultimo aggiornamento: domenica 17 aprile, ore 05.47)

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