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Un mese di fuoco

Un militante di Hamas si prepara a lanciare un razzo sul territorio israeliano

Che ci sarebbe stato un aumento, questo lo davano per certo tutti. Ma vedere il dato finale che è più del doppio di quello di un mese prima fa una certa impressione. E segnala che l’area si sta surriscaldando. Con il rischio che esploda nei prossimi mesi. Quelli in cui si dovrebbe anche arrivare all’accordo del secolo: la creazione ufficiale dello Stato palestinese.

E comunque. Scrive l’ultimo dossier dello Shin Bet – il servizio israeliano di sicurezza interna – che nel mese di marzo il numero di attacchi contro Israele e interessi israeliani è più che raddoppiato: erano 53 a febbraio, sono diventati 125 nel mese che si è appena concluso.

“Gli aumenti più drammatici si registrano a Gerusalemme e lungo la Striscia di Gaza”, scrive il dossier. In quest’ultimo settore, gli attacchi sono passati da 13 a 36. Mentre nell’area attorno alla capitale da 3 a 27. In tutto, sono state tre le vittime dei razzi qassam o dei colpi di arma da fuoco: uno, un lavoratore thailandese che lavorava in una serra; gli altri due, invece, erano dei soldati uccisi negli scontri con i militanti di Hamas a Khan Younis.

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Meglio del previsto

Nonostante tutto, gli attacchi diminuiscono. Solo 53 a febbraio contro gli 80 del mese prima. I valori, più o meno, sono simili al dicembre 2009, quando di azioni contri gli interessi israeliani da parte degli arabi ce ne sono state 51.

Il dossier aggiornato mensilmente dallo Shabak, il servizio di sicurezza interno, sottolinea come nonostate il periodo teso di queste ultime settimane, il fragile equilibrio per il momento regge.

Anche se, rispetto agli altri mesi, c’è da registrare l’uccisione di un soldato israeliano del’Idf nella contea di Giudea e Samaria e il ferimento di un altro in prossimità della Striscia di Gaza. Qui, il calo degli attacchi è stato più decisivo (13 a febbraio contro i 32 di gennaio). Così come nell’area di Gerusalemme (3 contro 11).

Qui, il dossier completo in formato pdf.

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Carenza di fosforo

Il mercato del pesce di Khan Younis, nella Striscia di Gaza (foto Reuters)

C’è chi si avventura oltre il limite marittimo consentito mettendo nel conto di non tornare mai più sulla terraferma. Chi rischia di rimanere intrappolato in uno dei tanti tunnel che portano all’Egitto. E chi usa delle piccole vasche. Si fa di tutto pur di portare sulle tavole palestinesi un po’ di pesce.

Nella Striscia di Gaza isolata dal mondo – a nord e a est da Israele, a sud dal governo di Mubarak – anche il mercato ittico risente del blocco. Così, se i pescatori della Striscia non possono avventurarsi oltre le 12 miglia (se hanno il permesso) e quando lo fanno rischiano di prendersi le pallottole delle pattuglie israeliane (che teme siano terroristi di Hamas), le uniche due possibilità sono anche vecchi metodi dalle parti di Gaza.

La prima: ricorrere ai tunnel clandestini che collegano la Striscia all’Egitto. “Ma spesso, quasi un terzo del carico – conservato in impacchi di ghiaccio – arriva già avariato”, racconta Suleyman Itta, un rivenditore.

La seconda: ricorrere all’itticoltura. Anche se, si lamenta il ristoratore Ahmed Abu Haseera, “i clienti chiedono sempre il pesce cresciuto in mare perché ha più sapore. Ma i tempi sono difficili e bisogna arrangiarsi”.

L’agenzia britannica Reuters, in un suo reportage rilanciato dall’edizione on line dello Yedioth Ahronoth, è andata a vedere come funziona il mercato del pesce a Gaza.

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Postcards from Middle East / 40

Nonostante le ferite della guerra e dei bombardamenti del 2009, nella Striscia di Gaza continuano le manifestazioni imponenti organizzate da esponenti delle milizie armate palestinesi. Ultima, in ordine di tempo, quella dei militanti del Fronte democratico per la liberazione della Palestina (DFLP) dove s'è visto un corteo anti-Israeliano. In tutto questo, i bambini guardano. Spaventati, perplessi e smarriti (Reuters)

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Postcards from Middle East / 39

Donne e bambini palestinesi mostrano le fotografie dei loro parenti imprigionati in Israele. Nella manifestazione - che si tiene ogni settimana presso l'edificio della Croce rossa internazionale di Gaza City - si invitava il governo di Gerusalemme a rilasciare senza condizioni tutti i detenuti della Striscia (AP Photo/Hatem Moussa)

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Mobilitazione civile e immobilismo politico

La protesta per la liberazione di Gilad Shalit e di alcuni detenuti palestinesi (foto di Tsafir Abajov)

Dentro, il caporale Gilad Shalit, c’è da 1.328 giorni. In gattabuia per colpa della sua divisa color cachi. Recluso dal mondo da un manipolo di terroristi.

Fuori, il ragazzino smilzo pare ormai dimenticato da molti ministri di Gerusalemme. Ma non dai genitori. Che continuano a far pressione sui media e sulla politica. Non dalla società israeliana. Che si chiede perchè questo limbo nel dialogo. Da ieri, poi, ci si sono messi anche gli arabi a reclamare la libertà del soldato di 23 anni e mezzo.

Erano poco più di cento, ieri, al valico di Erez, terra di confine tra l’ultimo avamposto ebraico e il primo tassello della Striscia di Gaza. Arabo israeliani. Soprattutto genitori. Sventolavano bandiere bianco-blu e fotografie di Shalit. Ma anche immagini di detenuti palestinesi.

A promuovere l’evento Malik Faraj, del villaggio arabo Kafr Qasim, fondatore dell’associazione “Una candela per la pace e l’armonia” che dal 2000 cerca di promuovere la coesistenza pacifica tra ebrei e musulmani. Ma Faraj, nonostante l’animo filantropo, non manca di attaccare i vertici di Gerusalemme. “I politici israeliani non stanno facendo niente nè per la liberazione di Shalit, nè per quella dei detenuti palestinesi”, ha urlato.

In parallelo, dall’altra parte della frontiera super sigillata, c’era un altro gruppo di abitanti di Gaza che manifestava per lo stesso motivo. Le due iniziative non si sono mai unite – causa divisione -, ma i partecipanti hanno aggirato l’ostacolo chiamandosi a vicenda e facendosi coraggio.

Quando riprenderanno i negoziati per la sorte di Gilad Shalit non si sa ancora. Quel ch’è certo è che alla Knesset è sceso un velo d’indifferenza che stupisce tutti.

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Fatenah – Una storia vera

Fatenah (Fatima, in italiano), protagonista del primo film animato fatto in Palestina (AP Photo)

Fatenah (Fatima, in italiano) ha 27 anni. Abita nella Striscia di Gaza. E ha un cancro al seno. Fatenah è anche la protagonista di un film animato, che dura quanto gli anni della donna. Ed è anche la prima pellicola di questo genere prodotta in Palestina.

Fatenah riproduce la vita nella Striscia. Descrive la lotta quotidiana di questa donna per la sopravvivenza. Un dramma umano. Una storia vera. Tra le tante raccolte dall’Organizzazione mondiale della Sanità. E’ una pellicola che cerca di raccontare il mini-esodo di circa 1.000 pazienti di Gaza che ogni mese chiedono all’Autorità israeliana un visto per motivi di salute. Che consente loro di curarsi in cliniche specializzate a Gerusalemme Est, Israele, Giordania e West Bank.

“Ma nonostante questo, c’è un 30 per cento di questi pazienti, circa 300 al mese, che non riescono a curarsi fuori dalla Striscia”, denunciano gli sceneggiatori Saed Andoni, Ahmad Habash, e Ambrogio Manenti (medico italiano dell’Oms).

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