attualità

“Affondate tutte le flottiglie della Pace”

Jonathan Mark e la testatina del suo spazio all'interno del settimanale ebraico di New York

«La prossima flottiglia della Pace? Affondatela. E vedrete quante altre si permetteranno di fare lo stesso. Tanto la condanna mondiale non sarà molto differente da quella di questi giorni. Eppoi, sarebbe un gesto che farebbe desistere buona parte dei terroristi che vorranno entrare via mare. Ci sarebbero meno armatori disposti a perdere le loro barche».

Jonathan Mark, editorialista del “The Jewish week – New York”, settimanale on line di cultura ebraica, scrive un durissimo commento. E dal sito internet del periodico attacca tutto e tutti. Con un consiglio a Israele: basta esitazioni. Ora ci vuole solo violenza. Senza pietà. E senza prestare ascolto «agli attacchi della vile sinistra occidentale che sta con i terroristi».

Quindi la proposta di azione politica: «Mano pesante contro le prossime flottiglie – scrive Mark –. E nuove costruzioni a Gerusalemme Est. E altre ancora negl’insediamenti in Palestina. Almeno fino a quando i palestinesi non la finiranno con questa pagliacciata dei colloqui di pace. Senza considerare che Obama – che passa più tempo a criticarci che ad aiutarci – tra poco se la dovrà vedere con le elezioni di mid-term, quindi sarà impegnato a far altro».

Annunci
Standard
economia

La crisi economica spaventa Hamas. In arrivo nuove tasse e tagli ai salari

(foto Ap)

Non sono solo i governi europei ad essere in crisi. Economica e di consenso. Ne sa qualcosa anche Hamas, l’organizzazione terroristica che da anni controlla la Striscia di Gaza. Negli ultimi due mesi non è riuscita a pagare gli stipendi di migliaia di palestinesi che lavorano per l’autorità politica non riconosciuta fuori dai confini.

Ogni mese – dicono i bene informati – Hamas ha bisogno di circa dieci milioni di dollari per coprire il pagamento degli stipendi. Ma negli ultimi tempi i soldi sono sempre meno, dall’estero gli aiuti latitano (l’80% del budget annuale di Gaza arriva da fuori) e la popolazione civile preme, stretta dalla politica d’isolamento attuata da Israele prima ed Egitto poi. Una situazione che potrebbe esautorare l’autorità di Hamas.

L’unica soluzione sembra quella di aumentare il gettito fiscale introducendo nuove – e impopolari – tasse. Dieci nuove imposte sulle sigarette. E qualche cosa da pagare in più nelle operazioni immobiliari: dalla compravendita di una casa alla costruzione di un palazzo.

Non solo. Sul modello Grecia, ci sarà un taglio pesante dei salari dei funzionari pubblici: dagli 800 euro circa al mese del 2009 – anticipa il tesoriere di Hamas, Ismail Mahfouz – ai poco più di 300.

Standard
attualità, cultura

Ostaggi

Gilad Shalit, il soldato rapito da Hamas nel 2006, insieme al padre Noam

Di certo non vincerà il premio “Sensibilità dell’anno”. E di certo ha fatto una battuta piuttosto infelice. Perché accusare di plagio un soldato rapito – non proprio uno qualsiasi – e andare a dire in giro che il proprio libro è “ostaggio” dei genitori di uno che ostaggio lo è per davvero – e da anni, ormai -, beh, non è proprio da tutti i giorni.

Ma Shelly Elkayam, scrittrice israeliana, non vuole sentire ragioni. Così ha deciso di denunciare per plagio i genitori di Gilad Shalit, il soldatino israeliano sequestrato dai miliziani di Hamas quasi quattro anni fa. Il padre e la madre di Shalit, accusa Elkayam, “hanno pubblicato un libro scritto dal figlio, ma che contiene una storia copiata da un mio racconto”.

Quando il militare scrisse la storia incriminata aveva poco più di 11 anni. E solo qualche mese dopo il rapimento lungo il confine con Gaza, i genitori decisero di farne un libro. Non per farci dei soldi. Ma per tenere viva la memoria del figlio e per urlare a Gerusalemme che c’è un “missing in action” ancora da salvare.

La storia – quella di Gilad – è quella di uno squalo e di un pesce. Simbolo, secondo i genitori, dei due popoli che devono imparare a convivere. E il libro s’intitola proprio così: “Quando uno squalo e un pesce s’incontrano per la prima volta”. Una dicitura, però, simile a quello del libro della Elkayam, “Quando il serpente e il topo s’incontrano per la prima volta”. Per questo l’autrice ha tuonato: “La mia storia è ostaggio della coppia Shalit”. “Al di là di poche trascurabili cambiamenti, Gilad ha copiato la mia storia”.

“Non ho nulla contro Gilad, sono una madre e voglio che torni vivo a casa sua”, ha proseguito Elkayam. “Ma per quanto tempo ancora i diritti di un mio racconto andranno nelle tasche dei genitori del soldato israeliano?”.

Standard
attualità

L’Onu distribuisce 200 mila laptop ai palestinesi. Ma con soldi di Usa e Giordania

Studenti palestinesi (foto Ap)

Un’altra invasione. Ancora a Gaza. Ma stavolta gl’israeliani non c’entrano nulla. Anzi, non fanno proprio niente. Perché l’invasione riguarda i 200 mila pc portatili che arriveranno ai piccoli in età scolare della Striscia di Gaza gestita da Hamas. Grazie all’iniziativa dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi.

Entro il 2012, in tutto il Medio Oriente – ha detto Adnan Abu Hasna, portavoce dell’Unrwa – saranno distribuiti 500 mila laptop. Si inizia con i 2.200 mini pc per Rafah, al confine con l’Egitto per salire, pian piano, verso nord, verso la barriera militarizzata che separa la Striscia dallo Stato ebraico.

“In questo modo gli studenti potranno restare in contatto – grazie a Internet – con i loro insegnanti ogni volta che ci sarà una crisi politico-militare”, ha spiegato Abu Hasna. Non nascondendo che, in un prossimo futuro, possa registrarsi qualche intervento militare.

L’operazione, che in tutto costa 23 milioni di euro, è stata sovvenzionata da fondi statunitensi dell’Olpc (“Un laptop per bambino”) e dall’Organizzazione giordano-hashemita di carità.

Standard
attualità

Pennelli, spray e tanti colori. Dagli Usa a Sderot per portare un po’ di vita

Graffito realizzato in uno dei muri di Sderot

A vederli così colorati, questi murales, sembra di stare ad Harlem. Ma se ci si avvicina si vedono tanti piccoli forellini. Non frutto di qualche sparatoria, ma di razzi – Qassam – che ogni tanto arrivano dall’altre parte della valle, là in fondo, dove c’è Gaza City.

Però questi graffitari, “Artists 4 Israel”, hanno deciso che vale lo stesso la pena di colorarli quei muri bucati. Giusto per portare un po’ di vivacità in questa cittadina, Sderot, la più colpita dagli attacchi di mortai targati Hamas (qui il video). Hanno attraversato l’Oceano, hanno volato per oltre quattordici ore. Una volta arrivati a Sderot si sono messi a colorare i muri, a dipingere vita, a prendere il rosso dell’allarme razzi Qassam e a metterlo in mezzo ad altri colori. Perchè non esiste solo il rosso – appunto – e il blu del cielo che per guardarlo si potrebbe rischiare anche la vita.

Dice Craig Dershowitz, il presidente deli “Artists 4 Israel” che la loro missione è “portare un po’ di vivacità nelle vie, nei muri e nei profili della città di Sderot”. Mentre Sarah Brega, una pittrice non ebrea, riproduce su una facciata quello che fa per le vie di New York: l’immagine di Golda Meir, ex primo ministro donna di Gerusalemme e una delle persone simbolo dello Stato israeliano.

Dopo Sderot – fanno sapere i pittori – il tour proseguirà per il Mar Morto, Ein Gedi, Gerusalemme e Tel Aviv.

Standard
attualità

“Lo spettacolo è finito”. Hamas ferma il concerto rap sulla Striscia di Gaza

Miliziani di Hamas (foto Reuters)

Avevano appena iniziato la loro performance. Tesi, entuasiasti, pieni di voglia di fare. Il teatro, un auditorium, stracolmo, la musica avviata da qualche secondo e il cuore che batte a mille. I ragazzi del gruppo  rap di Gaza, i “b Boy”, avevano appena iniziato. Ma neanche il tempo di finire la prima canzone che un gruppo di miliziani targati Hamas irrompe sul palco, ferma tutto e urla “lo spettacolo è finito”.

“Ho tentato di convincere uno dei poliziotti che il rap era dedicato al rispetto per le persone, ma lui era irremovibile e sosteneva che fosse un ballo immorale”, ha raccontato all’agenzia Reuters uno dei rapper palestinesi. Ma gli ufficiali di Hamas negano e spiegano che lo show è stato interrotto perchè gli organizzatori non avevano chiesto alla polizia il permesso di dare vita all’evento.

Sapere chi dice la verità e chi le bugie non sarebbe – in teoria – molto difficile da trovare. Ci sono delle registrazioni video, telecamere che hanno impresso su pellicola quello che è davvero successo. Peccato che – rivela il Centro palestinese per i diritti umani – la polizia abbia sequestrato tutto il materiale e arrestato per alcune ore sei membri del gruppo rap.

Standard
attualità

La dura vita dei parrucchieri palestinesi

Il parrucchiere per sole donne Adnan Barakat, fotografato di fronte agli specchi della vetrina del suo negozio (foto BBC)

In tutta la Striscia di Gaza ce ne saranno cinque o sei. E avranno ancora pochi giorni a disposizione. Poi scompariranno. Dovranno spegnere i phon, buttare tinte e lacche e chiudere il negozio. Una volta per tutte. E’ il triste destino dei parrucchieri per sole donne per le vie di Gaza City e delle altre città della Striscia.

Il corrispondente della Bbc, Jon Donnison, è andato a parlarci. E ha trovato Adnan Barakat, da 25 anni al servizio della capigliatura delle donne palestinesi. Poi s’è fatto raccontare da Hatem el-Ghoul, un altro parrucchiere per sole donne, quelle volte in cui il negozio è stato attaccato con delle piccole bombe.

Il pugno duro della polizia di Hamas colpisce tutti. E la divisione tra ciò che compete alle donne e ciò che tocca agli uomini arriva fino a questo punto. Tanto da costringere i pochissimi parrucchieri palestinesi a riprogrammare il proprio futuro. Perché – ordinano i miliziani – gli uomini non potranno più tagliare i capelli delle donne.

Hatem al-Ghoul, anche lui parrucchiere per sole donne, racconta che il suo negozio è stato attaccato con esplosivo per due volte, tra il 2007 e il 2008 (foto BBC)

“Forse è meglio andare a lavorare in Somalia o Afghanistan”, racconta ironico Adnan Barakat. Poi si fa serio: “Non c’è più vita per me a Gaza”. “Se vengono e mi costringono a chiudere – continua Adnan – l’unica cosa che posso fare è starmene a casa, seduto sul divano a guardare la tv tutto il giorno. Ch’è quello che fanno i miei coetanei che il lavoro non ce l’hanno e non lo cercano nemmeno”.

Il negozio di Adnan ha pochi clienti al giorno. E al posto dei vetri ci sono degli specchi che riflettono quello che succede sulla strada.

“Sono venuti due volte nel mio negozio, tra il 2007 e il 2008, e hanno fatto esplodere due esplosivi nel cuore della notte”, racconta Hatem el-Ghoul. Non ha idea di chi possa essere stato, ma spiega che questo tipo di cose è successo soltanto ai parrucchieri per le donne, non ad altri.

Adnan e Hatem intanto continuano a tagliare. Fino a quando i miliziani non busseranno alla porta e costringeranno loro due, e gli altri tre o quattro colleghi a fare altro. Come se vent’anni fossero passati invano. Insomma, non è più tempo di tagliare i capelli, ma di tagliare la corda. E’ la teocrazia, bellezza!

Standard