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Israele, la protesta choc degli ebrei ultraortodossi vestiti come le vittime dell’Olocausto

La «manifestazione della vergogna» va in scena l’ultimo giorno dell’anno, al calar del sole. Nel quartiere degli ebrei ultraortodossi per eccellenza di Gerusalemme, Mea Shearim, si concretizza la protesta che ha scosso per la seconda volta, nel giro di pochi giorni, tutto il Paese. Quando centinaia di zeloti scendono in piazza vestiti come le vittime dell’Olocausto, con la stella di Davide gialla attaccata al petto, per sostenere il diritto alla separazione dei generi nei loro quartieri e in altri luoghi pubblici.

Ci sono pure tanti bambini. Addobbati come i coetanei – più sfortunati – degli anni Quaranta: giacche pesanti scure, stella imposta dal Nazismo, sguardo perso. A fianco, uomini con le uniformi a strisce dei campi di concentramento. E così sui giornali è stata pubblicata l’immagine simbolo di un pezzo di Paese sempre più lontano dal cuore d’Israele: un ragazzino con le mani alzate in segno di resa. La stessa posa, o quasi, di un altro bambino ebreo, terrorizzato e immortalato da un fotografo nel bel mezzo del ghetto di Varsavia occupato dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

«È sconvolgente e terribile», ha detto il ministro della Difesa, Ehud Barak. «La leadership degli ebrei ortodossi che in generale mostra senso di responsabilità deve sradicare questo fenomeno intollerabile». Parole al vento. Perché loro, gli ebrei che fanno della religione il loro unico stile di vita, non vogliono sentire ragioni. E chiedono – anzi, pretendono – di imporre le loro regole su pezzi dello Stato ebraico.

La manifestazione del 31 dicembre si svolge in un clima di crescente tensione tra religiosi e laici. C’è una frangia radicale di ebrei ultraortodossi che nelle ultime settimane è stata protagonista di una serie di episodi di discriminazione di donne. Come nel caso di Naama Margolis, la bambina di 8 anni di Beit Shemesh che ha raccontato in televisione di essere stata colpita da insulti e sputi da parte di ebrei ortodossi perché vestita, secondo loro, in modo «immodesto».

Intanto oggi, il primo giorno del 2012, decine di militanti israeliani anti-segregazionisti uomo-donna sono saliti a bordo degli autobus che collegano i quartieri ultra-ortodossi di Gerusalemme per denunciare la regola tacita che obbliga le donne a sedersi nelle file posteriori dei mezzi pubblici. I manifestanti, la maggior parte dei quali giovani, sono saliti sugli autobus in gruppi di 10 e le donne si sono sedute nelle prime file, senza provocare nessuna reazione degli ortodossi a bordo. Ma la sensazione, secondo molti analisti, è che il radicalismo «para-islamico», pur in minoranza, stia diventando sempre più chiassoso. E pericoloso per la tranquillità della nazione.

© Leonard Berberi

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E all’aeroporto di Teheran spuntò la stella di Davide

(Google Earth)

L’hanno girata e rigirata. Hanno cercato di capire attraverso delle foto di repertorio se fosse proprio quella cosa là oppure solo un’illusione ottica. Poi hanno dovuto desistere. Sopra al tetto del quartier generale dell’Iran Air c’era una stella di Davide. Il simbolo del Paese più odiato dal caro leader.

Provare per credere. O meglio: aprire Google Earth, inserire le coordinate 35°41’47.07” Nord e 51°19’07.82” Est e poi guardare. Al centro di un edificio a tre braccia c’è una cosa che assomiglia proprio al simbolo ebraico. Quel ch’è certo è che quell’elemento a sei punte è lì da almeno trent’anni, tanto è vecchio l’edificio che si trova subito a ridosso della pista dell’aeroporto di Teheran.

Pare che, quando l’anno scoperto, i funzionari di Ahmadinejad non siano rimasti granché bene. Anzi, abbiano iniziato a capire se quella che si vedeva da Google fosse davvero una stella di Davide oppure un’illusione ottica. E comunque, per sicurezza, ne hanno ordinato la rimozione. Un po’ come avevano fatto con un’altra stella di Davide, quella che si trovava nella centralissima piazza della Rivoluzione. Anche lì l’hanno saputo dopo aver usato il sistema di mappe di Google. Quello degli americani cattivi e immorali.

Leonard Berberi

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