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“Netanyahu è un cagasotto” Scoppia la crisi Usa-Israele

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama alla Casa Bianca, durante l'ultima visita ufficiale di Netanyahu a Washington, lo scorso 1° ottobre (foto di Pablo Martinez Monsivais/Ap)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama alla Casa Bianca, durante l’ultima visita ufficiale di Netanyahu a Washington, lo scorso 1° ottobre (foto di Pablo Martinez Monsivais/Ap)

L’irritazione non l’hanno mai nascosta. Così come la diffidenza. E quel giudizio – nemmeno tanto lusinghiero – sulla sua effettiva capacità di guidare il Paese verso scelte difficili, ma radicali e importanti per il futuro dell’area. Però mai si erano spinti – almeno nei colloqui con i cronisti – a tanto. A dargli del «chickenshit», del cagasotto. A lui, un premier d’Israele. E invece è successo. Almeno a dare credito a un esplosivo pezzo di Jeffrey Goldberg pubblicato sul sito The Atlantic. E questo avvia ufficialmente le pratiche di divorzio tra Benjamin Netanyahu e Barack Obama.

«Netanyahu è un cagasotto», dice a Goldberg un alto funzionario della Casa Bianca. E sottolinea come ormai il leader israeliano sia arrivato a un «desiderio, al limite del patologico, di preservare la carriera». «La notizia buona è che Netanyahu ha paura delle guerre» e per questo – nonostante le tante minacce – non ha mai lanciato un missile contro l’Iran per fermare il programma nucleare.

E però, le cose positive – secondo il funzionario americano – finiscono qui. Prendiamo, per esempio, la questione israelo-palestinese. «Netanyahu non vuole fare nulla per arrivare a un accordo con i palestinesi o con gli Stati arabi sunniti. L’unica cosa che gli interessa è non essere sconfitto alle elezioni politiche». «Lui non è Yitzhak Rabin – continua l’esponente della Casa Bianca – non è Ariel Sharon e di certo non è Menachem Begin. Lui, Netanyahu, non ha le palle».

Il filmato dell’ultimo incontro pubblico, il 1° ottobre scorso

Se c’era bisogno di qualcosa per sancire l’inizio delle ostilità tra Netanyahu e Obama questa cosa è arrivata. E proprio poche ore dopo l’annuncio del premier israeliano della costruzione di mille nuovi alloggi nei quartieri ebraici di Gerusalemme Est, zona a maggioranza araba.

«Ma quella nell’articolo dell’Atlantic non è la visione dell’amministrazione Usa», spiega a The Hill Alistair Baskey, portavoce del Consiglio nazionale per la sicurezza americana. «Il primo ministro Netanyahu e il presidente hanno costruito una collaborazione effettiva, si sentono spesso e si consultano continuamente», getta acqua sul fuoco Baskey. «Il segretario di Stato John Kerry dirà personalmente a Netanyahu che quei commenti non riflettono la linea della Casa Bianca», aggiunge Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato. «M’insultino pure – ha replicato Netanyahu – a me interessa soltanto salvaguardare questo Paese».

Il dispiegamento statunitense invece di calmare la situazione l’ha ingarbugliata ancora di più. Soprattutto perché – come fanno notare molti giornalisti israeliani – tra amministrazione americana e governo israeliano sono anni che scorre solo veleno, che si registrano sgambetti e scortesie. Per non dire di peggio. E gli episodi non mancano.

Il presidente Usa Barack Obama e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dentro l'Ufficio ovale della Casa Bianca (foto di Pete Souza/White House)

Il presidente Usa Barack Obama e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dentro l’Ufficio ovale della Casa Bianca (foto di Pete Souza/White House)

È il marzo 2010. Netanyahu è alla Casa Bianca con i suoi consiglieri più stretti. Da tempo stanno cercando di mettersi d’accordo con Obama sugli insediamenti. Il presidente americano cerca di strappare un congelamento alle nuove costruzioni. Netanyahu prende tempo. «Beh, sentite, vado nell’ala residenziale a cenare con Michelle e le figlie», dice a un certo punto – stizzito – Obama. «Sono ancora in giro, fammi sapere se ci sono novità». Obama se ne va. Pochi secondi dopo pure gli ospiti.

A maggio dello stesso anno, dopo aver scattato insieme le foto da mandare alla stampa dei due capi dentro la Casa Bianca, Netanyahu prima saluta, poi torna energico da Obama e lo rimprovera in malo modo per aver insistito a far accettare al governo israeliano non solo i confini del 1967 tra Stato ebraico e Cisgiordania, ma anche lo scambio di territori.

Pochi mesi dopo, nel novembre 2011, arriva il fuori onda al G20 di Cannes, in Francia, tra l’allora presidente Sarkozy e Obama. «Netanyahu è un bugiardo», dice Sarkozy pensando il microfono sia spento. «Ti sei stufato di lui? Pensa io che ho a che farci ogni giorno», replica Obama.

«Sai che c’è? Spero che John Kerry riesca a vincere ‘sto cavolo di Premio Nobel e ci lasci un po’ in pace», confessa il ministro israeliano della Difesa, Moshe Ya’alon, a un giornalista del quotidiano più venduto dello Stato ebraico, Yedioth Ahronoth, chiedendo di non trascrivere questa frase nell’intervista. Cosa che puntualmente è comparsa sul giornale. Era il gennaio 2014. Da lì il vuoto tra Usa e Israele – almeno a livello politico – s’è allargato ogni giorno di più.

© Leonard Berberi

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Il rabbino e quella mail inviata a 1.350 fedeli: “Sono gay”

Il rabbino Gil Steinlauf, 45 anni (foto Adas Israel Congregation)

Il rabbino Gil Steinlauf, 45 anni (foto Adas Israel Congregation)

Questa reazione, dice lui, non se l’aspettava proprio. Così come i tanti ringraziamenti. E i complimenti. E gli inviti ad andare avanti. A non fermarsi. Nemmeno di fronte a quella fetta – ormai sempre più una nicchia – «composta da chi vuol restare indietro e non guardare al mondo reale, al futuro».

No, quella reazione proprio non se l’era immaginata. Soprattutto dopo che a un certo punto della sua vita – a 45 anni compiuti, una moglie, dei figli e 1.350 fedeli di cui prendersi cura nella più grande congregazione ebraica di Washington, l’Adas Israel, in qualità di rabbino senior – ecco, dopo che quasi a metà della sua vita, Gil Steinlauf, volto gentile, barba leggera, aveva dovuto digitare le parole più importanti della sua vita in una fresca giornata del 6 ottobre scorso. Poi premere «send», invia. E sperare. E pregare.

«Cari amici, vi scrivo per condividere con voi il fatto che dopo vent’anni di matrimonio mia moglie Batya e io abbiamo deciso di divorziare», ha scritto Steinlauf in una lunga e-mail. «Siamo arrivati a questa decisione dolorosa perché sono gay». Boom! Il rabbino conservatore, spesso citato tra quelli in prima linea contro l’apertura dell’Ebraismo agli omosessuali, che si scopre lui stesso omosessuale?

Il rabbino con l'ex moglie Batya Steinlauf lo scorso luglio mentre pregano durante una manifestazione pro Israele a Washington, negli Stati Uniti (foto di David Stuck)

Il rabbino con l’ex moglie Batya Steinlauf lo scorso luglio mentre pregano durante una manifestazione pro Israele a Washington, negli Stati Uniti (foto di David Stuck)

«Per anni ho dovuto reprimere la mia vera vita, i miei sentimenti», dice lui ora alla Jewish telegraphic agency. «Ma sono cresciuto in altri tempi, quando essere attratti da una persona del tuo stesso sesso era un peccato, non compatibile con i precetti religiosi, qualcosa da nascondere, da schiacciare». E invece ora i tempi, almeno a seguire la reazione dei suoi fedeli e delle centinaia di persone che scrivono dall’Australia al Sudafrica, sembrano proprio cambiati. «Ricevo e-mail, telefonate, messaggi su Facebook positivi da moltissime persone che non potete immaginare», spiega il rabbino alla Jta.

«Sei diventato un esempio per tutta la comunità Lgbt ebraica in qualsiasi angolo del mondo, soprattutto dentro il Movimento conservatore», gli ha scritto Aimee Close dello United Synagogue of Conservative Judaism, l’organizzazione che raccoglie tutte le sinagoghe che praticano il giudaismo conservatore in Nord America. «Da parte di tutti noi grazie per il tuo coraggio».

«Al di fuori delle sue funzioni – c’è scritto nella sua presentazione ufficiale dell’Adas Israel – «il rabbino Steinlauf pratica nuoto e corsa. Con il resto della famiglia si cimenta nel campeggio e nelle escursioni». La biografia non è stata ancora aggiornata. Ma la vita di Steinlauf intanto è cambiata molto. Da quando, ancora giovanissimo, è stato preso in giro e vessato. Da quando ha passato anni a negare quello che provava, fino ad arrivare a un matrimonio diventato insostenibile.

Il rabbino Steinlauf durante il Gay Pride di Washington lo scorso 9 giugno al banchetto della sua congregazione (foto Adas Israel Congregation/Facebook)

Il rabbino Steinlauf durante il Gay Pride di Washington lo scorso 9 giugno al banchetto della sua congregazione (foto Adas Israel Congregation/Facebook)

Il coming out del religioso – e la reazione dei fedeli – non è soltanto un fatto dentro a una congregazione. È anche l’esempio più esplicito di quanto, negli ultimi anni, sia cambiato il movimento conservatore ebraico. «Meno di otto anni fa la dottrina conservatrice stabiliva che gli atteggiamenti omosessuali erano contrari alla legge ebraica», fa notare la Jewish telegraphic agency. «I gay non potevano sposarsi e nemmeno servire alle funzioni. I rabbini gay, poi, potevano essere allontanati. All’interno del movimento conservatore gli omosessuali erano benvenuti soltanto come individui».

Poi arrivò il dicembre 2006. Quando il movimento conservatore dichiarò che l’omosessualità non solo era consentita secondo l’interpretazione dell’halakhah, le norme dell’Ebraismo, ma permetteva ai rabbini (e ai seminaristi) di dichiararsi apertamente e per i religiosi di sposare persone dello stesso sesso.

«Quando studiavo al Jewish theological seminary – ricorda Steinlauf – era pieno di gay, ma nessuno lo diceva perché non era sicuro farlo». In quel periodo, continua, non pensava proprio di essere attratto dagli uomini. Fino a quando, sedici anni dopo la fine quel percorso di studi, e mentre in Israele sul tema c’è molta discussione, il rabbino Gil Steinlauf – una moglie, figli e 1.350 fedeli – ha deciso di scrivere il 6 ottobre scorso la mail che gli ha cambiato la vita. «Cari amici, sono gay».

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Il silenzio assenso sui raid israeliani e quell’asse arabo contro Hamas

Decine di carri armati dell'esercito israeliani si muovo verso la Striscia di Gaza dopo il lancio di razzi da parte di Hamas sul suolo dello Stato ebraico (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Decine di carri armati dell’esercito israeliani si muovo verso la Striscia di Gaza dopo il lancio di razzi da parte di Hamas sul suolo dello Stato ebraico (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

«Voi bombardate pure le strutture di Hamas. Cercate di annichilirli. Noi, nel frattempo, non vi daremo più di tanto fastidio. Al massimo rilasceremo qualche dichiarazione». Il patto non scritto. L’accordo che non si può confermare. Lo scambio che non si può spiegare. Non ufficialmente, almeno. E una serie di alleanze saltate e altre costruite – persino con quello considerato il «nemico» fino a poche settimane fa – nel segreto delle diplomazie mediorientali.

Si parlerà a lungo di quest’estate torrida a cavallo tra l’Europa e l’Asia. E lo si farà perché quello che sta andando in scena aggiungerà un capitolo ai manuali sulle relazioni internazionali del terzo millennio. Nella notte tra giovedì e venerdì – e con un annuncio insolitamente congiunto – Stati Uniti e Nazioni Unite hanno svelato che lo Stato ebraico e Hamas hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco umanitario di almeno 72 ore nella Striscia di Gaza dalle 8 di venerdì 1° agosto. Ma, ed è questa una delle novità, il segretario di Stato Usa John Kerry ha spiegato che «Israele continuerà le azioni difensive contro i tunnel di Hamas nelle ore di stop».

Fuoco e fumo a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dopo un raid aereo dell'esercito israeliano (foto di Ibraheem Abu Mustafa/Reuters)

Fuoco e fumo a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dopo un raid aereo dell’esercito israeliano (foto di Ibraheem Abu Mustafa/Reuters)

Nel frattempo le parti – con la mediazione del blocco arabo e degli Usa – cercheranno di raggiungere nei prossimi giorni un accordo «definitivo» al Cairo. Una piccola delegazione statunitense è già in viaggio. Quelle israeliana e palestinese pure. «Non si parleranno direttamente, Israele e Hamas», chiariscono diversi alti funzionari.

La tregua non tregua. La pace, momentanea, che pace non è. Tanto è cambiato rispetto a due anni fa. Stesso copione, stessi attori in campo. Ma alleanze diverse. E una condanna, quasi unanime a livello mondiale, che aveva costretto Gerusalemme a sedersi al tavolo con i miliziani palestinesi per firmare – controvoglia – una tregua. Ora non è più così. E, tolte le frasi di circostanza delle cancellerie di mezzo mondo, il dato di fatto è un altro: mai come questa volta il mondo è stato con Israele. Spesso non dicendo nulla. Il silenzio assenso. Anche dal mondo arabo.

Le lacrime di una donna palestinese dentro quello che resta del suo appartamento a Gaza City dopo l'attacco israeliano contro Hamas (foto di A Palestinian woman (L) cries inside her damaged house, which police said was targeted in an Israeli air strike, in Gaza City July 17. (Mohammed Salem/Reuters)

La disperazione di una donna palestinese dentro quello che resta del suo appartamento a Gaza City dopo l’attacco israeliano contro Hamas (foto di A Palestinian woman (L) cries inside her damaged house, which police said was targeted in an Israeli air strike, in Gaza City July 17. (Mohammed Salem/Reuters)

Diversi analisti concordano su un fatto: Hamas è isolato. Non ha l’appoggio dell’Autorità nazionale palestinese. Che, anzi, pare abbia fatto capire al governo Netanyahu di «approvare» un intervento israeliano contro Gaza. Proprio ora che la riconciliazione tra i due fratelli «coltelli» è stata siglata. Per dirla in gergo finanziario: Mahmoud Abbas, presidente dell’Anp, ha lanciato un’opa sulla Striscia. Non si accontenta di governarla. Vuole sbarazzarsi dei miliziani palestinesi.

Ad aver mutato lo scenario – in favore dello Stato ebraico – è anche il resto del Medio Oriente e del Nord Africa. In Egitto la situazione politica è cambiata. I militari non ne possono più di come viene amministrata la Striscia. E così, negli ultimi mesi, è andato costruendo un blocco di Paesi – Giordania, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti – che sostanzialmente si sono allineati a Gerusalemme nel suo voler annientare Hamas. Non vogliono un altro pezzo in mano all’Islam radicale. Non vogliono un’altra simil teocrazia. Già sono difficili da gestire i fondamentalisti dell’Isis/Isil in Iraq e Siria. Così come quelli di Ansar al-Sharia in Libia.

Uno dei protagonisti del nuovo corso del mondo arabo: il presidente dell'Egitto Abdel Fattah al-Sisi (foto di A cease-fire proposal by President Abdel Fattah el-Sisi of Egypt met most of Israel’s demands; Hamas immediately rejected it. Fady Fars/Middle East News Agency/Ap)

Uno dei protagonisti del nuovo corso del mondo arabo: il presidente dell’Egitto Abdel Fattah al-Sisi (foto di A cease-fire proposal by President Abdel Fattah el-Sisi of Egypt met most of Israel’s demands; Hamas immediately rejected it. Fady Fars/Middle East News Agency/Ap)

E così, pur di non dover fronteggiare il radicalismo dei propri fratelli, diversi leader arabi si turano il naso e si «alleano» con l’odiato Netanyahu. Non c’è bisogno di un accordo scritto. Nemmeno di telefonate. Basta il silenzio. E il silenzio è stato così assordante attorno a queste tre settimane di bombe su Gaza che il messaggio, alla fine, l’hanno recepito anche i vertici di Hamas. Soprattutto quando, a un certo punto, gli egiziani hanno proposto una bozza per il cessate il fuoco che, questa volta, accoglieva quasi tutte le richieste d’Israele e nessuna – nessuna – dei miliziani palestinesi. Una bozza respinta, con fermezza, da Gaza.

Ora lo scenario è cambiato. I danni, per Hamas, sono ingenti. I depositi di munizioni si sono alleggeriti di molto. I civili morti fanno indignare, ma vengono attribuiti più alla miopia dei milizia che ai raid israeliani. E da fuori non arriva più nulla. Il tempo dirà cosa faranno i palestinesi della Striscia. Batteranno gli ultimi colpi prima della loro fine o opteranno per ancora qualche mese di vita. Anche se Udi Segal, analista per la tv israeliana Canale 2, pensa che gli incontri al Cairo non porteranno, nell’immediato a un cessate il fuoco.

Le lacrime di un soldato israeliano durante i funerali del capitano Natan Cohen, comandante di pattuglia, a Modiin, vicino Gerusalemme. Cohen aveva 23 anni ed è stato ucciso durante i combattimenti nella Striscia di Gaza (foto di Ariel Schalit/Ap)

Le lacrime di un soldato israeliano durante i funerali del capitano Natan Cohen, comandante di pattuglia, a Modiin, vicino Gerusalemme. Cohen aveva 23 anni ed è stato ucciso durante i combattimenti nella Striscia di Gaza (foto di Ariel Schalit/Ap)

Ma la strada è ormai segnata. E secondo più di un analista militare di Gerusalemme, «la Primavera araba ha insegnato ai leader di quel mondo che è preferibile tornare alla situazione iniziale: meglio il noto, magari anche se feroce per gli occidentali, che l’ignoto».

Se così sarà, Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele, avrà registrato la sua vittoria – politica, militare, diplomatica – più importante. Sua e del suo Paese. Resteranno, questo è certo, le macerie. E soprattutto loro, le vittime. Almeno 1.373 palestinesi, 58 israeliani e un migrante.

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