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A Roma israeliani e palestinesi uniti nello sport

Una pace sportiva, simbolica ma efficace per dimostrare il valore dello sport e la forza di aggregazione che porta con sé. Due delegazioni, quella israeliana e quella palestinese, si sono sedute intorno allo stesso tavolo, in Campidoglio, per presentare l’evento amichevole che si terrà giovedì 21 aprile in occasione del Natale di Roma all’auditorium Parco della Musica.

Durante la manifestazione il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, conferirà la Lupa capitolina ai presidenti dei comitati olimpici israeliano e palestinese, Zvi Varshaviak, e Jibril Rajoub. Il vicepresidente del Cio, Mario Pescante, durante la presentazione della kermesse, ha salutato con piacere un’occasione che rappresenta «la prima volta che le delegazioni si incontrano fuori dalle solite sedi istituzionali». «La road map politica per chiudere questa tragica storia che fa soffrire due popoli – ha aggiunto – si è fermata. Ma quella sportiva va avanti».

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Gara di scacchi, l’Iran soffia il record del mondo a Israele

I comunisti cinesi puntavano molto sulla pallina di plastica per farsi sentire alla Casa Bianca. Un colpo di qua, un colpo di là e se gli americani uscivano sconfitti, potevano magari acquisire crediti di fronte all’amministrazione Usa. La chiamavano “diplomazia del ping pong”.

La storia poi è cambiata. Forse grazie anche al ping pong. Ma resta l’idea della sfida sportiva. Tant’è che ora, decenni dopo, siamo passati alla “guerra degli scacchi” tra Israele e Iran. Teheran ha vinto l’ultima battaglia in ordine di tempo. Anche se, negli ultimi mesi, è un continuo rincorrersi di record mondiali tra i due paesi.

Quattro mesi dopo che un giocatore dello Stato ebraico (Alik Gershon) aveva battuto il record del maggior numero di partite simultanee vinte, il maestro iraniano Ehsan Ghaem-Maghami, scrive l’agenzia di Stato Isna, ha vinto 590 partite (su 614) in 25 ore e 15 minuti. Riportando il record nella bacheca tutta speciale della Repubblica islamica.

Il campione iraniano di scacchi durante la sfida che l'ha portato a battere il record

L’israeliano Gershon aveva vinto 454 partite su un totale di 523 disputate simultaneamente. E al momento del trionfo si era pure lanciato in una dichiarazione politica: «Spero che tutte le guerre contro l’Iran possano essere così». Da Teheran non hanno mai replicato. Non a parole, almeno. Perché la replica è arrivata sul campo da gioco. O meglio: sulla scacchiera.

Ghaem-Maghami è stato meno diplomatico del rivale. «L’Iran è un grande Paese e merita il meglio», ha detto il giocatore. Nessun accenno diretto ai rapporti (nulli) tra i due Paesi. Ehsan Ghaem-Maghami è stato assistito da un medico, un massaggiatore e un dietista. In tutto ha percorso 55 chilometri tra un tavolo e l’altro. Nulla, in confronto alla strada – diplomatica, s’intende – che i due odiati vicini devono ancora percorrere. Mossa dopo mossa.

© Leonard Berberi

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Olimpiadi di Londra, Israele allenerà la squadra palestinese

La storia, di per sé, non sarebbe poi tanto nuova. Lo sport che supera qualsiasi barriera ideologica e religiosa. Una corsa sulla pista d’atletica che abbatte decenni di diffidenze. Già visto, appunto. Un po’ nei film. Un po’ nella realtà.

Solo che qui, quando si parla di Israele e Palestina, anche il copione letto e riletto ha sempre un sapore diverso. La notizia, nell’aria già da qualche settimana, è che lo Stato ebraico allenerà la formazione palestinese per le Olimpiadi di Londra nel 2012.

L’accordo è stato firmato in pompa magna a Losanna, la sede ufficiale del Cio, il comitato olimpico internazionale di fronte a un soddisfatto Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite e il numero uno del Cio, Jacques Rogge.

C’è di mezzo anche un po’ d’Italia. Il mediatore dell’accordo è stato Mario Pescante, una sorta di ministro degli Esteri del Comitato. Al centro degli impegni presi da Israele e Palestina le questioni che riguardano la vita di tutti i giorni di atleti: la libera circolazione dei palestinesi e dei loro dirigenti, il trasferimento del materiale sportivo.

Per ora è un piccolo passo (sportivo). Ma nel vuoto di idee e di leader politici validi, il piccolo passo potrebbe essere solo l’inizio.

Leonard Berberi

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Problemi tecnici per Al Jazeera, i palestinesi guardano il mondiale sulla tv israeliana

«L’11 luglio smetto, lo prometto». Parola di palestinese. Sia esso di Gaza. Sia esso della Cisgiordania. Ma intanto, fino a quella data – l’11 luglio, appunto – orgoglio nazionale, proclami di guerra e odio verso gl’israeliani vengono messi da parte. E tutto per il mondiale di calcio in Sudafrica.

Succede che la febbre pallonara abbia contagiato a tal punto i palestinesi che – soprattutto in Cisgiordania – c’è stata una corsa per acquistare il decoder satellitare della pay tv israeliana che detiene i diritti di trasmissione delle partite.

E succede anche che la tv cardine del mondo mediatico musulmano – Al-Jazeera – abbia avuto molte difficoltà a trasmettere le partite sudafricane nell’area mediorientale. «Colpa di alcuni transponder dei satelliti Nilesat e Arabsat», hanno detto dall’emittente qatariota, l’unica rete che ha i diritti di trasmissione delle sfide nel mondo arabo. Risultato: il segnale di Al-Jazeera Sport nella Striscia di Gaza e nella West Bank è stato pessimo.

Così i palestinesi, imbufaliti, si sono recati dagli antennisti sotto casa e hanno sottoscritto un abbonamento con la pay tv israeliana. «Dopo tutte le interferenze su al-Jazeera durante i primi match molti palestinesi hanno ordinato i ricevitori israeliani», ha detto Ahsan Kamal, un antennista che in questi giorni sostiene di essere coperto dalle richieste di clienti che vogliono la tv israeliana.

Insomma, per il calcio chiudono un occhio. Ma non tutti e due. Perché l’immagine sarà pure fornita dagl’israeliani. Ma l’audio no. Almeno quello. Così, ogni volta che c’è una partita, gli abitanti di Gaza e della Cisgiordania azzerano il volume della tv e ascoltano la cronaca dalle radio arabe.

Ma tutti – o quasi – promettono: il 12 luglio restituisco tutto. Decoder, cavi, satellite, smart card. Intanto il mondiale sulle tv di Gaza e Ramallah, di Hebron e Khan Yunis è stato made in Israel.

Leonard Berberi

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Auto sportive e corsi di velocità per le donne palestinesi

(foto Afp)

Se non altro ha il merito di riportare a galla la difficile condizione femminile in Palestina. Certo, l’iniziativa è particolare. Perché le gare automobilistiche, in mezzo a una delle aree più tese degli ultimi decenni, sembrano più un viaggio onirico alla David Lynch piuttosto che un evento concreto.

E comunque. Il consolato britannico di Ramallah ha dato inizio a un progetto “per consentire alle giovani donne di praticare attività di motosport”. Siano essi rally o ciclocross. E ha fornito anche tutto l’abbigliamento necessario. Così alcune giovani palestinesi hanno preso parte alle competizioni automobilistiche in diverse località della West Bank: Jenin, Nablus, Ramallah, Betlemme e Gerico.

(foto Afp)

Le foto fornite dagli inviati dell’Afp (ne riportiamo soltanto due) sono molto particolari. Con gli uomini che guardano dietro le transenne e le donne assolute protagoniste. Certo, una parola veloce sulle auto: più che vere macchine da competizione, sembrano – in particolare la Bmw in alto – veicoli sequestrati (o presi in prestito) alla malavita locale.

“Il nostro obiettivo è incoraggiare la componente femminile della società a prendere parte alle attività sportive in generale, in particolare nelle competizioni automobilistiche”, hanno fatto sapere dal consolato britannico.

La stessa autorità governativa fa sapere che presto inizieranno dei veri e propri corsi di guida competitiva. Corsi tenuti da campioni inglesi della specialità. Certo, sarà dura trovare gli “allievi”. Nella competizione di Jenin si sono presentate soltanto quattro donne.

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