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La vita è bella (in Israele) per nove abitanti su dieci

Malgrado il senso di isolamento e di accerchiamento. Malgrado le rivoluzioni arabe alle porte. Malgrado la minaccia iraniana. E malgrado le crisi con Egitto e Turchia. Ecco, malgrado tutto questo, lo Stato ebraico è «un posto dove è bello vivere». Parola d’israeliano. Anzi: d’israeliani. In cifre: l’88 per cento, secondo un sondaggio commissionato dallo Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto nel Paese.

Il 67% dello stesso campione d’intervistati aggiunge anche di essere di buon umore, in questo momento. Il 74%, poi, si dice soddisfatto della propria situazione economica. Insomma, «indignados» o meno, in Israele si vive che è una meraviglia.

Per carità, non tutto è rose e fiori. Ci sono anche dichiarazioni negative. O meglio: avvisaglie di pessimismo. Tanto che lo stesso giornale ha evidenziato come le risposte date, prese nel loro complesso, siano un po’ schizofreniche. Quasi polarizzate.

Un esempio? Quasi la metà degl’intervistati (il 45%) teme che Israele, in quanto Stato ebraico, sia esposto a rischi esistenziali. Tradotto: rischia da un momento all’altro di essere cancellato dalla faccia della Terra. Per non parlare dei negoziati di Pace, ormai diventati «la telenovela politica e mediatica più lunga di sempre»: in questo caso, quasi due terzi degl’israeliani pensano che non si raggiungerà mai un accordo con i palestinesi.

Ecco, a proposito del tavolo di negoziati. Oggi lo Stato israeliano, per bocca del suo primo ministro Benjamin Netanyahu, ha accettato la richiesta del Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia) di riprendere al più presto le trattative con i palestinesi. E senza precondizioni. «Ora ci aspettiamo da Ramallah la nostra stessa disponibilità», ha aggiunto il premier. Anche se, a leggere tra le righe del comunicato poi letto su tutte le radio e le tv, qualche intoppo c’è già: «Israele ha alcune riserve che saranno avanzate nel corso delle trattative», scrive il documento. Certo, visti i tempi e gli uomini, tornare su uno stesso tavolo – un anno dopo i colloqui di Washington – sarebbe un bel passo in avanti.

Leonard Berberi

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Sondaggio in Israele: Shimon Peres è il più amato

A quasi 88 anni continua ad essere il politico preferito dagl’israeliani. Di più: un faro. E ancora: un «brand», un marchio, come ha scritto mesi fa la rivista economica ebraica “Calcalist”. Shimon Peres, presidente d’Israele, è il membro della classe dirigente più amato dalla popolazione secondo un sondaggio del quotidiano “Haaretz”. Peres è apprezzato dal 72 per cento degli intervistati, mentre solo il 20 per cento lo critica. Fra la popolazione araba dello Stato ebraico l’apprezzamento sale al 78 per cento. (continua…)

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Sondaggio: i giovani israeliani privilegiano la sicurezza, l’ebraicità e l’uomo forte

Privilegiano la sicurezza dello Stato ai diritti dei cittadini. Preferiscono l’uomo forte più dello Stato di diritto. E ancora: danno la priorità all’idea di uno Stato ebraico piuttosto che a quella di uno Stato democratico.

È la fotografia dei giovani israeliani della generazione di domani scattata da una ricerca condotta dalla “Friedrich Ebert Foundation” e dal “Center for Political Economics” del Dahaf Institute. Lo studio – che conferma e accentua uno spostamento a destra registrato di recente da numerosi altri sondaggi – è stato realizzato su un campione rappresentativo di ragazzi israeliani ebrei di età compresa fra 15 e 18 anni, in gran parte nativi d’Israele e di tutte le origini geografico-familiari possibili.

Il 60% si dichiara sedotto dall’immagine dell’uomo forte in politica, mentre addirittura il 70% ritiene che la sicurezza dello Stato debba prevalere sui valori democratici. La maggioranza vorrebbe limitare i diritti della comunità arabo-israeliana (1,5 milioni di persone su poco più di 7 milioni) e il 46% pretende di vietarne pure la rappresentanza parlamentare.

Interpellati sugli obiettivi di riferimento, il richiamo alla difesa del carattere ebraico d’Israele (cavallo di battaglia dell’attuale premier Benjamin Netanyahu e dal suo ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman) s’è rivelato prevalente. A indicarlo è stato il 33,2% (erano appena il 18% nel 1998), mentre risulta quasi dimezzato il numero di quelli che privilegiano la natura democratica d’Israele (il 14,3% rispetto al 26,1 del 1998) o di chi reputa prioritaria la pace con i vicini (18% contro 28).

Leonard Berberi

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Stampa, prosegue la fuga del free press “Israel ha-Yom”: è il giornale più letto del Paese

Un tabloid gratuito contro tutti. E letto più di tutti. Nonostante le sue aperte simpatie nei confronti del governo Netanyahu. È quel che succede in queste settimane in Israele. Dove “Israel ha-Yom”, di cui è proprietario Sheldon Adelson, «il più ricco ebreo al mondo».

Il free press pro-governativo continua a rafforzarsi e – durante la settimana – allarga il proprio margine di vantaggio rispetto al principale rivale, “Yedioth Ahronoth” (che vince nelle edizioni del fine settimana). Lo ha rilevato una ricerca sull’«esposizione» del pubblico ai mezzi di comunicazione israeliani, curata dall’Istituto internazionale Tgi.

Nel secondo semestre del 2010 “Israel ha-Yom” si è aggiudicato il primo posto con una «esposizione» al pubblico del 37,4 per cento. Seguono “Yediot Ahronoth” (34,9), “Maariv” (13,9) e “Haaretz” (6,8). Fra di loro, “Israel ha-Yom” è l’unico a essere diffuso gratuitamente anche se di recente “Yedioth Ahronoth” ha avviato la distribuzione di una propria edizione ridotta e gratuita nei mezzi di trasporto di massa.

Nel fine settimana, nel secondo semestre 2010, “Yedioth Ahronoth” ha mantenuto il primo posto con un 43,1 per cento di «esposizione» al pubblico, seguito da “Israel ha-Yom” (30,3), “Maariv” (15,9) e “Haaretz” (8,0).

Il free press formato tabloid è stato lanciato nel luglio 2007 (quando nel resto del mondo iniziava il periodo nero della stampa gratuita) con l’intento di fornire al lettore israeliano «un’informazione più patriottica». Il suo clamoroso sorpasso di “Yedioth Ahronoth” è avvenuto nella prima metà del 2010 e anche nei mesi successivi, secondo Tgi, “Israel ha-Yom” ha continuato ad avanzare. Di questo passo, temono i giornalisti israeliani di sinistra, il quotidiano di Adelson rischia di stravincere dal lunedì alla domenica.

Leonard Berberi

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Sondaggio-choc in Israele: più di un ebreo su due vorrebbe cacciare gli arabi dal Paese

Gli arabo-israeliani? Bisognerebbe cacciarli dal Paese. E se proprio non si può, allora si dovrebbe fare di tutto per incoraggiarli ad andarsene altrove. Sondaggio-choc nello Stato ebraico (qui il documento integrale): la maggioranza assoluta degli ebrei d’Israele – secondo l’Israel democratic institute – sarebbe oggi favorevole a misure volte a espellere la minoranza araba dal Paese.

Moschea e ristorante ebraico in un angolo di Jaffa, il quartiere storico a sud di Tel Aviv

In numeri: 53 israeliani ebrei su cento vedrebbero di buon occhio una politica d’incoraggiamento al cosiddetto «transfert», al trasferimento della popolazione araba, teorizzata senza tanti problemi etici da ampi settori della destra e dell’estremismo nazionalista.

Non solo. L’86% ritiene che, nel quadro d’un ipotetico accordo di pace con i palestinesi fondato sulla soluzione dei due Stati, Israele debba fare di tutto per garantirsi all’interno dei propri confini il mantenimento di una maggioranza etnica ebraica.

Per quel riguarda i rapporti con l’attuale minoranza araba del Paese (circa un milione e mezzo di persone, pari al 20% della popolazione), l’Israel democratic institute scrive che il 62% degli intervistati ritiene che il governo debba ignorare le opinioni in materia di politica estera, almeno fino a quando il conflitto israelo-palestinese non sia risolto una volta per tutte.

Il 51% difende l’idea che i cittadini d’Israele – siano essi ebrei o arabi – debbano avere pari diritti di fronte alla Legge. Una convinzione che però è poco coerente con l’atteggiamento secondo cui è bene privilegiare nella distribuzione delle risorse pubbliche le comunità ebraiche rispetto a quelle arabe. Lo pensa il 55% del campione.

Leonard Berberi

Leggi anche: Israele, la metà dei giovani non vuole avere un arabo come compagno di classe (del 7 settembre 2010)

Muro contro muro (del 13 marzo 2010)

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Israele, secondo due sondaggi l’85% delle coppie è infedele

Gl’israeliani? Un popolo d’infedeli. Non nel senso religioso. Ma nella vita di coppia. Lo dice un sondaggio. Lo conferma un altro. Entrambi  commissionati dallo studio legale “Azrielnet”, specializzato – guarda caso – nelle cause di divorzio.

E comunque. Scrivono le due ricerche che l’85% delle coppie israeliane ha tradito, tradisce o non esclude la possibilità di tradire il proprio partner. Il campione – va detto – riguarda soltanto la popolazione adulta e con almeno cinque anni di vita matrimoniale. Eppoi esclude la comunità – molto chiusa – degli ebrei ultraortodossi. I dati rilevano che la percentuale di infedeltà degli uomini è delle donne è quasi identica.

E la maggior parte degli interpellati nei due sondaggi si è rifiutata di rispondere alla domanda se confesserebbero il tradimento. Tra quei pochi che hanno risposto, il 20% ha detto che lo rivelerebbe solo al migliore amico (o amica), il 9% a un parente stretto e soltanto il 7,7% al partner.

Spiegano quelli di “Azrielnet” che «l’infedeltà non porta necessariamente alla fine del rapporto di coppia, visto che la vita matrimoniale non significa solo sesso, ma anche comuni interessi economici, la crescita dei figli e la possibilità di realizzare se stessi». Ecco perché quella della coppia «è un’associazione che è difficile rompere, anche dopo il tradimento». Sarà. Anche perché con questi dati c’è ancora qualcuno che dormirà sonni tranquilli?

Leonard Berberi

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Israele, la metà dei giovani non vuole avere un arabo come compagno di classe

La notizia buona, l’unica in un mare di pessimi risultati, è che due giovani su tre (15-18 anni) pensano che gli arabo-israeliani non godono di tutti i diritti all’interno dello Stato ebraico. Poi il vuoto. O meglio: le cattive notizie. Che il sondaggio curato dal professor Camil Fuchs (dipartimento di Statistica, Università di Tel Aviv) e presentato ad Haifa al convegno “L’educazione nell’era digitale” non evita di rilanciare in ogni pagina del dossier.

Perché, al di là della consapevolezza che qualcosa non stia andando per il verso giusto dal punto di vista dei diritti civili, i risultati dell’inchiesta mostrano un quadro preoccupante e una generazione che cresce a colpi di divisioni. E di discriminazioni. Non solo nei confronti dei musulmani.

Nello specifico: il 59% dei ragazzi intervistati (campione di 500 persone) pensa che gli arabo-israeliani non dovrebbero avere gli stessi diritti degli ebrei, il 96% vuole che Israele sia uno stato ebraico e democratico. Di questi, il 27% pensa che chi si azzarda a mettere in dubbio questo binomio debba essere processato e il 41% pensa che la punizione migliore sia privare queste persone della cittadinanza.

Per quanto riguarda l’ambito scolastico, il 32% non vorrebbe avere nella sua classe nemmeno uno studente con bisogni speciali (intendi: portatori di handicap), il 23% preferirebbe non avere a che fare con compagni omosessuali e per quanto riguarda gli israeliani di origini arabe la risposta è ancora più preoccupante: esattamente la metà non li vuole proprio come vicini di banco.

Leonard Berberi

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