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Addio a Yonah e Mietak, protagonisti (buoni) dell’Olocausto

Se ne sono andati entrambi nel giro di dieci giorni. Non uomini qualunque. Ma persone che hanno scritto – ciascuno – pagine di storia. D’Israele. E del mondo. Loro sono Yonah Elian e Mietak Pemper. Ottantotto anni il primo, novantuno il secondo. Divisi dalla geografia, dai percorsi di vita, dal contesto sociale. Ma uniti da un’unica vicenda: l’Olocausto. (continua QUI)

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Eichmann, l’Archivio di Stato: l’esecuzione del gerarca e i dilemmi morali degl’israeliani

L'imputato Adolf Eichmann passeggia nel cortile del carcere di Ramla il 1° aprile 1961 (foto John Milli / Gpo)

Altro che scelta fatta a cuor leggero. Prima di arrivare alla sentenza definitiva ci sono stati litigi, dilemmi morali, lacerazioni culturali e politiche. Perché anche se l’imputato si chiamava Adolf Eichmann e anche se era stato lui a organizzare l’eccidio di massa degli ebrei durante il Nazismo, ecco, Eichmann restava comunque un uomo. E per questo, forse, andava rispettato. Era fatto di carne e ossa anche lui. Esattamente come i suoi giudici.

Il retroscena, che ha accompagnato gli ultimi mesi del gerarca nazista catturato in Argentina e giustiziato in Israele, ora è nero su bianco negli Archivi di Stato di Gerusalemme. Cinquant’anni, esatti, dopo il processo al «manager» nazista. Buona parte è stata pubblicata in formato digitale anche sul sito www.archives.org.il.

E così si viene a sapere che l’esecuzione provocò lacerazioni nei vertici politici e culturali dello Stato ebraico. All’ultimo minuto si sono fatti avanti anche intellettuali importanti per chiedere un atto di clemenza all’allora capo dello Stato, Yitzhak Ben Zvi. Ma il premier David Ben Gurion ebbe l’ultima parola e Eichmann fu così mandato al patibolo.

Sul sito sono disponibili un centinaio di documenti relativi alla cattura del gerarca in Argentina (correva l’anno 1960), al processo (1961) e alla sentenza capitale (1962). Fra quelli divulgati ci sono anche due testi scritti in cella dallo stesso Eichmann: le sue “Memorie” (che sperava di poter pubblicare in Germania, per finanziare il processo) e un componimento autobiografico (“Goetzen”), con le riflessioni successive al processo.

Un uomo aspetta l'inizio del processo ad Eichmann in qualità di spettatore

Gli archivi hanno pubblicato anche il contenuto dei suoi colloqui con l’avvocato difensore tedesco, Robert Servazius, in cui ammette fra l’altro di aver fatto ricorso ad abbondanti dosi di alcol dopo aver assistito a fucilazioni di massa di ebrei e di aver visto lo sterminio di altri ebrei ad Auschwitz.

Per molti israeliani, fa notare l’Archivio di Stato, il processo Eichmann fu il primo contatto ravvicinato con la Shoah. In precedenza il loro approccio era stato «unidimensionale», caratterizzato da una incomprensione di fondo verso la sua ampiezza e verso i superstiti. Israele avrebbe dunque seguito come ipnotizzato i dibattimenti processuali: al termine sarebbe divampato il dibattito se eseguire la sentenza capitale.

Eichmann legge libri e scrive le sue memorie nella sua cella di Ramla il 15 aprile 1961

Da un lato, scrivono i funzionari dell’Archivio, «c’era chi si offrì volontario per impiccare Eichmann, animato dalla esigenza di vendicare congiunti uccisi dai nazisti». Ma c’era anche «una forte corrente di intellettuali che, per ragioni di principio, si opponeva strenuamente». «Noi non vogliamo che questo aguzzino ci porti al punto che dalle nostre fila esca un boia. Se lo facessimo, elargiremmo all’aguzzino una specie di vittoria, una vittoria che non vogliamo», scrivevano nel maggio 1962 al presidente Yitzhak Ben Zvi alcuni degli intellettuali più rispettati di Israele. Fra questi: il filosofo Martin Buber, lo scienziato Hugo Berman, il ricercatore Gershom Sholem e venti altri ancora.

Il dissenso – si legge ancora nei documenti – entrò perfino nella stanza del governo. Il laburista Levy Eshkol (futuro premier) e il nazional-religioso Yosef Burg elevarono la loro voce contro la esecuzione, per ragioni sia di carattere morale che pratico. Ma Ben Gurion impose il proprio volere. Così Israele mandò Eichmann alla forca. Come le vittime nei campi di sterminio, sarebbe stato poi cremato. Le sue ceneri furono disperse in mare.

© Leonard Berberi

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Shoah, lo Yad Vashem mette in rete le prime 130mila fotografie delle vittime dello sterminio

Yoss Horowicz in una foto del 1931 (Yad Vashem)

Yoss Horowicz è un ragazzo magrolino. Polacco di religione ebraica, il 10 ottobre del 1931 si fa fotografare in uno studio insieme alla sua uniforme militare. Ha lo sguardo di chi si aspetta tanto dal futuro. Poi l’umanità per qualche anno sparisce dalla faccia della Terra. E Yoss, insieme ai famigliari, prima verrà trasferito al ghetto di Lodz, il secondo più grande della Polonia (dopo quello di Varsavia). Poi morirà, trascorsi pochi mesi, sempre in Polonia, a due passi da casa sua, a Chelmno, in uno dei tanti campi di concentramento.

La storia di Yoss Horowicz ce la raccontano i documenti ufficiali compilati dal Museo Yad Vashem di Gerusalemme (qui potete cercare i nomi di quasi tutte le vittime). E ora, dopo anni di studi, ricerche e scoperte, quel ragazzo ha anche un volto. Grazie alla collaborazione con Google, su Internet sono state pubblicate le prime 130mila fotografie degli ebrei sterminati poi nei campi di concentramento nazisti (qui l’archivio fotografico).

Sono istantanee di vita normale, di giornate trascorse in compagnia, di passeggiate in campagna, di cerimonie ufficiali come le nozze o le feste religiose ebraiche. Immagini che ci restituiscono anche l’atmosfera dell’epoca. I costumi, gli usi, gli sguardi e gli stili di vita.

Poi venne il buio della ragione. Con i suoi Auschwitz e Birkenau, la sua “Soluzione finale” e i suoi sei milioni di ebrei uccisi con armi da fuoco, con il gas o lasciati morire di fame e di malattia. Le foto degli innocenti ammucchiati uno sopra l’altro sono patrimonio dell’identità di ognuno di noi. Ma lo Yad Vashem mostra anche altro di quei campi dell’orrore. Mostra i momenti di lavoro, mostra le foto-segnaletiche. E anche la performance di un’orchestra. Tutta composta di ebrei, tutti con l’abbigliamento a righe e con un direttore che, bacchetta in mano, cerca di rendere normale un luogo che di normale non ha proprio nulla. Nemmeno il respiro degli esseri umani.

© Leonard Berberi

L'orchestra ebraica del campo di concentramento di Auschwitz

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Sempre più israeliani si trasferiscono in Germania. Berlino è la loro preferita

Sessantacinque anni dopo, la Storia ha preso tutta un’altra piega. Ed è così che a Berlino, da dove partirono gli ordini per l’avvio della “Soluzione finale”, non è raro ascoltare i saluti in lingua ebraica. Nemmeno nelle radio. Ne sa qualcosa la 32enne Nirit Bialer, una conduttrice radiofonica del programma “La voce di Berlino” (titolo originale in ebraico: “Kol Berlin”), ma soprattutto nipote di una sopravvissuta all’Olocausto. Nirit intrattiene per un’ora – ogni venerdì – gli ascoltatori berlinesi con musica e interviste. Soprattutto: è diventata il simbolo di tutti gl’israeliani che negli ultimi anni hanno deciso di farsi una vita in Germania.

Le cifre, non definitive, parlano di circa 15mila israeliani di religione ebraica che si sono trasferiti solo nella città di Berlino. Certo, una cifra ancora lontana dai 120mila residenti ebrei che abitavano nella capitale fino al 1933. Ma è indubbio che le cose sono cambiate. La Storia è cambiata.

«Berlino è diventata una vera attrazione per molti israeliani», spiega Nirit Bialer all’Associated Press. «Tutti vogliono vivere qui». Un’inversione rispetto a quello che succedeva pochi anni fa. Quando trasferirsi in Germania – da Israele – rappresentava per gli ebrei il massimo grado di tradimento dei valori del Sionismo.

Gl’israeliani visitano Berlino per molte ragioni: per lavorare, per studiare, per fare festa, per sviluppare le loro doti artistiche e per dare vita alle loro passioni. A loro poco importa del passato nazista della città e della nazione in cui si trovano. «Qui c’è più libertà e molto più spazio di manovra», spiega Lea Fabrikant, 26 anni, studentessa di fotografia cresciuta a Gerusalemme.

In tutto questo, c’è anche chi è andato a Berlino per ritrovare le sue radici. Come Asaf Leshem, 36 anni: ha passeggiato nel quartiere di Schoeneberg, dove vivevano i suoi nonni, e ha fatto visita al cimitero di famiglia.

«In Israele uno non pensa a cosa significhi essere ebreo», analizza Nirit, la conduttrice radiofonica. «Di fatto tutti nello Stato ebraico festeggiano le ricorrenze religiose, dallo Shabbat al Rosh haShanah. È solo in Germania che uno realizza all’improvviso cosa voglia dire essere un ebreo e cosa ti rende differente da tutto quello che ti circonda».

Leonard Berberi

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Lo studio: Adolf Hitler aveva radici ebraiche

Adolf Hitler (GettyImages)

Un po’ nordafricano. Un po’ ebreo. Ma questo non è bastato a fermarlo. Anzi, nel primo caso di consanguinei ne ha uccisi migliaia. Nel secondo, milioni.

A volte ritornano. E questa volta con anche una sorpresa. Adolf Hitler, il dittatore nazista che ha quasi cancellato dalla faccia della Terra gli ebrei, ecco Hitler sarebbe, in parte, anche lui un ebreo. O meglio: avrebbe geni che si riscontrano soltanto in alcune popolazioni. Tra cui quella giudaica.

La scoperta, scrive il giornale britannico “Telegraph” riprendendo l’articolo pubblicato sulla rivista belga Knack, si deve al giornalista belga Jean-Paul Mulders e allo storico Marc Vermeeren convinti di avere individuato le tracce del codice genetico di Hitler che lo collegano all’ebraismo. Il tutto, dopo aver studiato la saliva di trentanove persone con un legame di parentela con il Fuhrer.

Secondo il dossier il test del Dna sui campioni di saliva ha individuato un cromosoma – chiamato Haplogroup E1b1b1 – che si trova raramente in Europa occidentale. Ma che – secondo i due studiosi – è molto comune nell’Africa settentrionale (tra i berberi del Marocco, Tunisia, Algeria e i somali) e tra gli ebrei sefarditi e ashkenaziti.

Facile, se non scontato, il commento del giornalista-ricercatore Mulders: «Partendo da quello che abbiamo scoperto, possiamo concludere che Hitler era parente della popolazione che ha tentato di sterminare».

Leonard Berberi

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Faccia a faccia con Ricardo Eichmann, il figlio del gerarca nazista

Adolf Eichmann, durante quello che è stato definito il "Processo del Secolo"

Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Ma ci sono certi figli, il cui semplice cognome, li proietta dritti nelle colpe dei padri. E se già non è facile avere un cognome scomodo, perché è uno di quelli che rimanda subito all’orrore dei tempi recenti, figurarsi se uno dei fautori di quell’orrore è anche tuo papà.

Il figlio in questione si chiama Ricardo. Oggi ha 55 anni e lavora a Berlino, all’Istituto archeologico tedesco. Il papà si chiama Adolf. Come il leader che adorava e di cui era succube (pare). Ma di cognome fa Eichmann.

Ed è, forse, più famoso del leader indiscusso del Nazifascismo. Perché è riuscito a fuggire in Argentina. Perché l’hanno beccato nottetempo gl’israeliani. E perché, dopo un processo pubblico e mediatico nel cuore d’Israele, è stato condannato a morte.

Da allora sono passati cinquant’anni. Eichmann – l’incarnazione della «banalità del Male» secondo la Arendt – risulta essere l’unico civile condannato a morte nel suolo israeliano.

Ricardo Eichmann non ama farsi intervistare. Le sue ultime parole risalgono ad un colloquio del 1995. Da quel momento il silenzio. Lo Yedioth Ahronoth, un giornale israeliano, dopo molti tentativi è riuscito ad avere un appuntamento. E ne ha redatto un lungo articolo che – a molti – è suonata anche come un tentativo di riconciliazione tra mondo ebraico e quel figlio rimasto orfano senza averne colpa. Anche perché quel pezzo è stato scritto da Dor Glick, cronista i cui nonni sono stati cacciati dall’Ungheria proprio in applicazione del piano di annientamento di Adolf Eichmann.

Ricardo Eichmann, il figlio del gerarca nazista esperto di "Affari ebraici"

Ogni mattina – scrive lo Yedioth – Ricardo va all’Istituto dove lavora e segue i lavori del dipartimento sull’Oriente, di cui è anche direttore. Viaggia molto, ma si tiene alla larga dai convegni che hanno come oggetto il periodo della Seconda Guerra Mondiale. Ma è anche un uomo sorprendente. Che non ha esitato a stringere la mano di Zvi Aharoni, uno degli agenti del Mossad che hanno seguito, arrestato e portato in Israele suo papà.

Non sono molti i ricordi di Ricardo. Del resto aveva solo cinque anni quando il papà gli fu portato via. Le poche istantanee le ha raccontate al settimanale tedesco “Die Zeit”: «Mi ricordo solo il viaggio in un bus dei trasporti pubblici di Buenos Aires e un uomo seduto di fianco a me, di nome Adolf, che mi dava della cioccolata», ha detto in quell’occasione l’archeologo.

Fino a quando, all’improvviso, il padre era scomparso. «Non solo come presenza fisica – dice Ricardo allo Yedioth –, ma anche l’idea stessa».

Leonard Berberi

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Impazza su YouTube il video del sopravvissuto-ballerino ad Auschwitz. Ma è polemica

Prendete tre generazioni di ebrei. Mettete a capo del gruppo un sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti. Portate la comitiva nei posti più brutti dell’ideologia hitleriana. Aggiungete come colonna sonora “I will survive” di Gloria Gaynor e fate ballare le tre generazioni dove sei milioni di ebrei hanno perso la vita. Infine, caricate il filmato su YouTube.

La polemica è servita. Le discussioni pure. E Israele, ancora una volta, s’interroga se le nuove generazioni hanno iniziato a dimenticare o meno quello che è successo poco più di mezzo secolo fa.

C’è un video – un altro, dopo i soldati ballerini – che sta spopolando in Israele. Si chiama «I will survive: Dancing Auschwitz». È stato ideato da un’artista ebrea di Melbourne, Jane Korman, che ha ripreso lei, i suoi tre figli e suo padre Adolk, 89 anni e scampato allo sterminio, mentre ballano di fronte alla famosa cancellata di Auschwitz (“Il lavoro rende liberi”), al campo di concentramento di Theresienstadt, in Repubblica Ceca, a Dachau, all’ingresso di una sinagoga polacca e il memoriale di Lodz. Addosso tutti hanno la stella gialla che contraddistingueva gli ebrei dagli altri.

Guarda il video

Lui, Adolk, sembra divertirsi. Balla. O meglio: si muove a ritmo di musica. Tiene una tracolla sulla spalla destra, un cappello a coprirgli la testa e una maglia bianca con una sola scritta: “survivor”, sopravvissuto.

«Ho voluto dare un diverso approccio all’Olocausto, una diversa interpretazione della memoria storica», ha detto la Korman. Ma molti sopravvissuti non hanno per nulla apprezzato e alcuni l’hanno anche accusata di mancanza di rispetto nei confronti loro e dei milioni di morti. «Il video potrebbe anche sembrare irrispettoso – ha replicato la Korman attraverso il giornale australiano “The Jewish News” –, ma è stato mio padre a incoraggiarci, a spingerci a ballare perché secondo lui stavamo celebrando la nostra sopravvivenza, stavamo affermando la nostra esistenza».

Il video è in circolazione dal dicembre del 2009. Ma è solo in questi giorni che la polemica ha preso il sopravvento. Anche tra gli ebrei australiani che accusano la Korman di servirsi dell’Olocausto per farsi pubblicità.

© Leonard Berberi

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