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La festa, il ballo, i sorrisi: la storia degl’israeliani e dei palestinesi che fecero la pace (anche se per cinque minuti)

Il fermo immagine del video in cui soldati israeliani ballano insieme a giovani palestinesi a Hebron, in Cisgiordania

Il fermo immagine del video in cui soldati israeliani ballano insieme a giovani palestinesi a Hebron, in Cisgiordania

«Dategli il Nobel per la Pace!». La Rete parla. La Rete chiede. La Rete protesta. E si domanda: ma che hanno fatto di male? «Nulla». Anzi, «semmai bisognerebbe farli sedere con i politici – israeliani e palestinesi – a discutere di pace». «Perché sicuramente con loro l’accordo lo troveremmo in pochi minuti». Magari a passo di danza.

Già, la danza. Maledetta danza. E maledetto Psy. Se non fosse per il suo Gangnam Style forse questi soldati, tutti giovanissimi, tutti isolatissimi in quel pezzo di terra che si chiama Hebron, ecco, forse questi soldati non sarebbero ora nei guai. Sospesi dal servizio. Criticati dai capi e messi sott’accusa.

Succede tutto nel giro di poche ore. Un gruppo di soldati israeliani della famosa Brigata Givati sta pattugliando le vie tormentate di Hebron, nel sud della Cisgiordania. Sente della musica provenire da un edificio. C’è una festa. I giovani, armati e in divisa, si avvicinano. È un attimo. Altri giovani, palestinesi, li invitano a unirsi a quel momento di gioia. A passare qualche minuto insieme.

Capita anche questo, a Hebron. Si spara. Ci si ammazza. Ci si manda a quel Paese tutti i santissimi giorni. Ma poi la ragione riesce a dominare per qualche ora. Unisce israeliani e palestinesi. E non ci scappa il morto. Ma solo tante risate.

Ecco, torniamo alla pattuglia della Brigata Givati. I soldati dell’Idf – l’esercito dello Stato ebraico – si uniscono al ballo. Accolti da applausi, fischi di felicitazioni e inviti a mettersi nel centro della sala da danza improvvisata. Scatta Gangnam Style del rapper sudcoreano Psy. Alcuni militari, appesantiti dalle divise, vengono addirittura portati in spalla a muoversi tra le note della canzone più ascoltata del mondo.

Lì, in quel momento, in quella via affollata e stretta di Hebron, nel cuore della Cisgiordania, va in scena la pace tra israeliani e palestinesi. Un momento «storico». Che non può restare nella memoria collettiva di chi c’era. Deve essere condiviso. Visto. Apprezzato. Ed ecco che qualcuno gira un video con uno smartphone. Carica il filmato su Youtube. È un attimo. Le immagini vengono trasmesse nel tg principale della tv Channel 2. E la storia prende un’altra piega.

I vertici dell’Idf non solo vedono il video. Ma scoprono che la pattuglia è stata a casa del clan dei Jaabari. «Si tratta di una famiglia legata a doppio filo ad Hamas», dice l’intelligence israeliana. «Si tratta di un episodio di estrema gravità», commentatno ufficialmente da Gerusalemme. «I soldati sono stati sottoposti a un interrogatorio e le indagini vanno avanti. Quello che è certo è che i responsabili saranno trattati nel modo più appropriato». Il modo appropriato, per ora, è la sospensione. Immediata.

«Quei soldati potevano essere rapiti e consegnati ai terroristi di Hamas», spiegano i generali dell’Idf. «Non vogliamo avere altri Gilad Shalit (sotto il video del rilascio) sulla coscienza». Motivazioni che, però, al «popolo della Rete» non sono piaciute. Tanto che qualcuno parla di «autogol» per l’esercito israeliano. «Che hanno fatto di male questi ragazzi? Anzi, bisognerebbe congratularsi con loro», scrivono in molti su forum e blog.

«Di solito stiamo qui per molti mesi, alla fine succede che con molti palestinesi ti saluti ogni giorno. Spesso ci scambi qualche parola», racconta un soldato che è stato nel limite tra Hebron 1 ed Hebron 2 per trenta settimane. «Io sono stato invitato da almeno tre famiglie palestinesi a prendere un caffè o un tè da loro. Non ci sono mai andato, perché è vietato. Ma quelle stesse famiglie il caffè e il tè sono venuti a portarmelo lì, al posto di blocco».

«La verità è che ogni soldato è stato a Hebron. Ognuno di noi ha fatto di tutto pur di ammazzare il tempo, o meglio la “shchikat kav”, quello stato mentale che si attiva quando stai per troppo tempo in uno stesso posto», scrive il blogger Yoni Zierler sul sito del quotidiano The Times of Israel. «Non posso dire di non essere felice nel vedere il video dei soldati che ballano. Una volta tanto mostra il volto del vero esercito israeliano. Dice che i nostri militari sono esseri umano che amano divertirsi. E la danza con i palestinesi dimostra che non siamo uno Stato che insegna l’odio e la paura ai nostri ragazzi», continua Zierler. «Ma la verità è che siamo nel bel mezzo di un conflitto e anche se nel filmato ci sono palestinesi che non vogliono far male a Israele, tanti altri di loro di certo non ci amano. Il rapimento di Gilad Shalit brucia ancora, abbiamo già pagato un alto prezzo».

E insomma. Le ragioni del cuore. Le ragioni del cervello. Il realismo dei capi. La realtà dei sottoposti. Nel mezzo una festa. Un gruppo di soldati. Decine di giovani. Musica ad alto volume. E la voglia – matta, disperata, naturale – di divertirsi per qualche minuto. Prima che la vita di tutti i giorni prenda il sopravvento. Prima che si alzi il sole. Prima che inizi un giorno, l’ennesimo, di giri per le strade. Di controlli. Di fucili pronti a sparare. Di pericoli dietro ogni angolo. Di muri e barriere da sorvegliare. Di polvere da rimuovere dalla faccia. Di vento caldo, soffocante, da sopportare. In attesa che tutto questo finisca. Se mai finirà.

© Leonard Berberi

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Dietro le quinte di “Rock the Casbah”, il video che spopola sulla rete

È il tempo dei testimoni. Di quelli che possono raccontare tutti i retroscena di un video che ha imbarazzato l’esercito israeliano, ma che sta divertendo il mondo. Perché i sei militari-ballerini di “Rock the Casbah” avranno pure fatto arrabbiare i vertici dell’Idf, ma solo sul canale YouTube di Falafel Cafè il video è stato visto da oltre 200mila persone.

Così il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth è tornato a Hebron. È andato alla ricerca di testimoni. E li ha trovati. «Erano le 4,30 del pomeriggio quando abbiamo iniziato a sentire una musica a tutto volume venire poco fuori casa nostra», racconta Naoul Sultan, un’abitante di Hebron.

«Ci siamo precipitate a vedere cosa stava succedendo e abbiamo visto un gruppo di soldati ballare lungo Jabel Rahma Street e cantare a squarciagola una canzone (“Tik tok” della cantante americana Ke$ha, nda) che né io, né mia figlia avevamo mai sentito».

Rivedi il video dei soldati israeliani

«Sembrava un gruppo di ballerini in uniforme», aggiunge Rima, figlia 15enne di Naoul Sultan. «Ho iniziato a ridere, ma poi ho smesso perché il tutto era davvero poco divertente e molto ridicolo». A pochi metri dalla loro finestra c’era un altro soldato che stava riprendendo la scena.

Non è la prima volta che i soldati israeliani realizzano performance canore. «È successo anche in passato – svela Rima –. A volte lo fanno quando il muezzin dal minareto invita alla preghiera: loro ascoltano qualche parola, la imitano e poi si mettono a ridere».

«Ormai fanno parte di Hebron – continua Rima –. Anche se devo ammettere che qualche volta ci fanno divertire: per esempio, quando i ragazzini giocano a calcio in mezzo alla strada, spesso i soldati si mettono a giocare con loro».

Sul fronte disciplinare, dopo aver annunciato di aver aperto un’inchiesta interna per individuare – e punire – i responsabili del video, i vertici dell’Idf avrebbero fatto parziale marcia indietro. A spingerli a questo passo i commenti – più che positivi, al netto degli anti-israeliani – che negli ultimi giorni hanno ridato ai soldati dello Stato ebraico e allo Stato stesso una popolarità e un attestato di simpatia inattesi. E gratuiti.

La video-replica

Qualche giorno dopo, in risposta al video dei militari, è stato postato su YouTube un altro file: dura pochi secondi e si vedono alcuni attivisti palestinesi ballare – sempre per le vie di Hebron – al ritmo di una canzone di Lady Gaga.

Leonard Berberi

(ultimo aggiornamento: domenica 11 luglio, ore 15,30)

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Contro l’assedio su Gaza, si prepara un’altra flottiglia. Ma stavolta è composta da ebrei

Un bambino israeliano assiste all'avvicinamento della "Rachel Corrie" al porto di Ashdod, a sud di Tel Aviv (Reuters)

Un’altra flottiglia si prepara – a luglio – a partire verso Gaza. La ragione è semplice: contestare l’assedio israeliano sulla Striscia. Ma la notizia non è questa. La notizia è che a organizzare la spedizione è un’associazione ebraica.

La “Jewish voice for peace in the Middle East” (La voce ebraica per la pace nel Medio Oriente), un’organizzazione ebraico-tedesca, vuole portare il suo messaggio di pace proprio nelle acque dove, di pace, non ce n’è stata molta negli ultimi giorni.

«Vogliamo partire a luglio e abbiamo con noi una barca che può contenere fino a 16 persone, soprattutto ebree, perché Israele deve finirla con il blocco su Gaza», ha detto Kate Leitrer, un membro dell’organizzazione.

Il progetto è già pronto. «Possiamo salire in pochi – racconta la Leitrer – e per questo ci saranno soltanto oggetti per la scuola, dolci, strumenti musicali e qualche musicista in grado di insegnarli a suonare ai bambini di Gaza una volta arrivati là. I palestinesi devono sapere che gli ebrei non sono come la cultura musulmana li ha disegnati».

E sul blitz dell’Idf sulla Mavi Marmara, l’organizzatrice – di religione ebraica – non dà scampo a Gerusalemme: «Israele ha agito in modo criminale». Eppoi: «Siamo spaventati da quest’avventura. Ma non certo da Hamas».

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