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Se l’ex presidente Simon Peres cerca lavoro (a 91 anni)

Un fermo immagine del video comico con l'ex presidente israeliano Simon Peres (da YouTube)

Un fermo immagine del video comico con l’ex presidente israeliano Simon Peres (da YouTube)

E ora che si fa? Dopo le guerre, i governi, gli incontri internazionali e la guida dello Stato come presidente. Dopo tutto questo, a 91 anni, come si possono impegnare le giornate? Si continua a cercare un lavoro. Poi, certo, si cerca di fare il nonno. Ma prima bisogna liberare la stanza. Quella «stanza».

E allora via gli oggetti. Di qua quelli da portarsi a casa. Di là quelli da regalare. Ah, guarda, c’è pure il bigino per l’incarico, «Presidency for dummies». Eh, aspetta, ancora un sorso dalla tazza preferita. Quella con la scritta in ebraico «Il presidente più figo». E ancora un’ultima partita a solitario sul pc.

Simon Peres, 91 anni, mentre "svuota" l'ufficio presidenziale (da YouTube)

Simon Peres, 91 anni, mentre “svuota” l’ufficio presidenziale (da YouTube)

Inizia così il filmato di quasi cinque minuti pubblicato su YouTube (in fondo al post, nda), realizzato dal Peres Center for Peace e prodotto da Mika Almog, sceneggiatrice e nipote di Simon Peres, l’ex primo ministro e da poche settimane ex presidente d’Israele. Un cortometraggio comico, dove Peres – l’uomo infaticabile, l’uomo che non invecchia, l’uomo-simbolo dello Stato ebraico – passa gli ultimi minuti nel suo palazzo presidenziale e si mette a cercare un lavoro.

«Che tipo di esperienze ha?», le chiede l’impiegata dell’ufficio di collocamento. «Sono stato un ottimo lattaio», risponde Peres. «Ma ora è tutto automatizzato», replica la donna. «Sono stato anche un pastore. Non ho mai perso nessuna pecora», aggiunge l’ex presidente. «Ora sono tutti vegani», ribatte l’impiegata. E via così. Fino ad arrivare alle esperienze più «tecniche». «Ho costruito i Rafael», continua Peres. «Quale, quel ristorante costoso a Tel Aviv?», chiede la funzionaria, non capendo che si tratta del sistema di difesa contro i razzi, il precursore dell’Iron Dome.

L'ex presidente dello Stato ebraico consegna a domicilio una pizza (da YouTube)

L’ex presidente dello Stato ebraico consegna a domicilio una pizza (da YouTube)

Stacco di scena e Peres si vede lavorare – con esiti discutibili – in un distributore di benzina, come addetto alla sicurezza di un edificio, come cassiere in un supermercato, come pizza boy, come comico nei night, come maestro di paracadutismo dove cita Roosevelt e intanto si lancia nel vuoto sopra Tel Aviv. La dimostrazione – se ce ne fosse bisogno – che l’uomo non si ferma mai. Nemmeno a 91 anni.

© Leonard Berberi

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La preghiera interreligiosa e le speranze sui colloqui di pace

Il presidente israeliano Simon Peres saluta papa Francesco il 26 maggio scorso durante la visita del Pontefice nella residenza ufficiale del capo di Stato (foto Yonatan Sindel/Flash90)

Il presidente israeliano Simon Peres saluta papa Francesco il 26 maggio scorso durante la visita del Pontefice nella residenza ufficiale del capo di Stato (foto Yonatan Sindel/Flash90)

La speranza, forse l’ultima, è ancora su di loro. Gli «anziani». Duecentoquarantasei anni in tre. Ma più giovani, e giovanili, di molti cinquantenni. E quarantenni. Perché, pensano in molti, se si aspettano le nuove generazioni si rischiano soltanto perdite di tempi e facili illusioni. E incomprensioni. E morti. E decenni di tensioni.

Domenica 8 giugno il presidente israeliano Simon Peres, quello palestinese Mahmoud Abbas e papa Francesco si vedranno in Vaticano. Ufficialmente per pregare. Loro, di tre religioni diverse. Uno cattolico. L’altro ebreo. Il terzo musulmano. Ufficiosamente per riportare in vita un processo di pace che si è arenato nelle scorse settimane senza un perché. O, a sentire gl’israeliani, con un unico perché: la riunificazione di Fatah con la fazione estremista di Hamas.

Il presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas dà il benvenuto a papa Francesco il 25 maggio a Betlemme, in Cisgiordania (foto Andrew Medichini/Pool)

Il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas dà il benvenuto a papa Francesco il 25 maggio a Betlemme, in Cisgiordania (foto Andrew Medichini/Pool)

Nessuno s’illude, però. Quello di domenica sarà sì un appuntamento storico, ma difficilmente cambierà le cose in Medio Oriente. Intanto è già qualcosa. Soprattutto se, da quelle parti, arriveranno in diretta le immagini di questi tre vecchietti che pregano. E con loro anche tre leader religiosi, uno in rappresentanza di ogni religione: un sacerdote, un rabbino e un imam.

La cerimonia – fa sapere l’ufficio stampa di Peres, vicino al termine del mandato presidenziale – si svolgerà in una località non religiosa. Nessun simbolo di questo o quel credo. Ma ci saranno le letture dei rispettivi testi sacri: il Nuovo Testamento, il Tanach e il Corano. Poi tutti a casa dopo qualche ora. Nella speranza che la saggezza degli anziani serva a qualcosa.

© Leonard Berberi

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politica

Elezioni in Israele / Da Lapid a Netanyahu, le pagelle dei protagonisti

Vincitori e vinti. Eccoli. Mentre in queste ore il premier uscente Benjamin Netanyahu cerca di attirare a sé Yair Lapid. E mentre un Paese si chiede ancora cosa sia successo, martedì 22 gennaio, in questo pezzo di terra che tutti davano drammaticamente schierato alla destra della destra. E che, invece, s’è scoperto uno Stato più moderato. Forse più razionale di quanto si sia scritto e detto, filmato e dipinto in queste settimane. I voti, allora.

Voto 10 – Al popolo israeliano. Andato a votare in massa, nonostante i sondaggi – tutti, nessuno escluso – davano per stravincente la destra e l’estrema destra. «Oggi si celebra la democrazia», ha detto il presidente Simon Peres di prima mattina, mentre inseriva nell’urna il suo voto. Un messaggio che la popolazione ha recepito. E messo in pratica

Voto 9 – A Yair Lapid (foto sotto), 49 anni, ex conduttore di tg. Perché in pochi mesi ha tirato su un partito moderato. Con le idee chiare su alcune cose (un po’ confuse su altre). E con l’obiettivo, dichiarato, di scardinare il sistema. Cosa che ha confermato nel discorso di ringraziamento martedì notte. Discorso che, va detto, si merita un 8,5 per il parallelo con la carriera (politica) del padre. E per quel continuo ripetere «Io non dimenticherò il peso sulle spalle che questo voto mi ha dato». Parole vere o semplice demagogia. Lo vedremo nei prossimi mesi

Yair Lapid

Yair Lapid

Voto 8 – Ai cronisti israeliani. Perché già alle 5 del pomeriggio, cinque ore prima della chiusura dei seggi, avevano capito e intuito che ci sarebbe stata una grande sorpresa. Aiutati, bisogna dirlo, dallo staff di Yesh Atid (voto 7,5) che per prima ha detto «Siamo il secondo partito». Non solo. Giornalisti di radio e tv, siti web e giornali hanno coperto l’evento in tutti i modi possibili: dai taccuini alle videocassette, dagli smartphone ai social network

Voto 7,5 – A Naftali Bennett (foto sotto). Il leader – religioso e milionario – di Jewish Home / National Union s’è scrollato di dosso l’aria del ricco che non ha nulla da perdere. Ha mobilitato migliaia di persone. Soprattutto, è stato chiaro si una cosa: «niente processo di Pace con i palestinesi. Comunque la si pensi – e qui, in questo blog, si preferisce la sana convivenza tra popoli – un segno di chiarezza su un argomento lasciato per troppi anni alle ambiguità e agli interessi di brevissimo termine

Naftali Bennett, leader di "Jewish Home Party" (foto Flash 90)

Naftali Bennett, leader di “Jewish Home Party” (foto Flash 90)

Voto 7 – A Shelly Yechimovich. Passata indenne tra le sabbie mobili delle primarie del partito laburista, ha portato la formazione ad aumentare i seggi alla Knesset. Più forte di tutti, la Yechimovich. Anche di quei suoi compagni di partito che negli ultimi mesi hanno passato più tempo a cercare di destabilizzarla che a darle una mano in campagna elettorale

Voto 6 – A United Torah Judaism e Shas. Le due formazioni ultraortodosse da tre appuntamenti elettorali di fatto non perdono seggi. Nonostante l’altissima concorrenza, soprattutto quest’anno, di formazioni che hanno pescato nel settore ultrareligioso. Se UTJ aveva conquistati 6 seggi nel 2006 e 5 nel 2009, il 22 gennaio ne ha guadagnati 7. Destino simile anche per Shas: 12 parlamentari nel 2006, 11 quattro anni fa e anche oggi

Haredim - pashkevilim

Voto 5 – A Tzipi Livni. Non ha ancora ritrovato sé stessa. Quella grinta che tutti hanno visto, che l’ex premier Ariel Sharon aveva apprezzato e valorizzato, che le donne hanno sostenuto. Non solo per affinità di genere. Ma anche perché, pochi anni fa e per la seconda volta, una donna poteva davvero aspirare a (ri)fare la storia d’Israele. Esattamente come un’altra grande donna: Golda Meir. E invece, la Livni s’è persa. Prima nelle primarie di Kadima (voto 2, come i seggi che è riuscita ad agguantare per pochi centinaia di voti), sconfitta da Shaul Mofaz. Poi in queste elezioni, con i soli 6 seggi presi con il movimento Hatnuah. Messi insieme – Kadima e Hatnuah – racimolano 8 seggi. In tre anni ne hanno persi 20

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Voto 4 – Al nuovo volto della Knesset. Spaccata a metà. Sessanta seggi ai partiti religiosi e di destra. Sessanta seggi a quelli di centro, sinistra e arabi. Una situazione complicata. E delicata. Che può portare a lunghe consultazioni, a trattative al ribasso e degradanti pur di arrivare a formare un governo

Voto 3 – Alle formazioni arabo-israeliane. Incapaci di fare «sistema». Di mettersi insieme in un unico listone. Di creare reti e connessioni con le formazioni di centro e sinistra. Segno di poca lungimiranza politica e sociale. Ma anche simbolo di una fascia della popolazione israeliana – il 20% circa del totale – frammentata, dilaniata, con interessi e scopi diversi. Eppure, insieme, i tre partiti contano 11 seggi

Voto 2 – Agli istituti di sondaggio. Hanno azzeccato il primo partito. Cosa che, va detto, non era molto difficile. Hanno sbagliato – molto – sul resto. Soprattutto, hanno quasi dimezzato i seggi poi vinti da Yesh Atid. Segno che nemmeno loro, gli esperti, hanno colto il grande cambiamento nella mentalità di centinaia di migliaia di elettori

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Voto 1 – A Benjamin Netanyahu e ai suoi consiglieri più stretti. Non solo per come hanno gestito la «campagna di Gaza», tanto che la popolazione continua a chiedersi a cosa sia servita. Ma anche perché non sono stati in grado di intercettare il malcontento della popolazione per l’andamento economico del Paese, per lo stallo dei negoziati, per la mancanza di entusiasmo e riforme incisive. Per non parlare del ticket con gli estremisti di Israel Beitenu di Avigdor Lieberman (voto 1 anche per loro): doveva strizzare l’occhio agli ultraortodossi. Ha finito con lo spaventare gli elettori di sinistra astenuti e a portarli alle urne

© Leonard Berberi

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attualità, cultura

Esce la biografia “controversa” di Ariel Sharon

Non è ancora uscito in libreria, è stato visionato solo da un paio di giornalisti, ma fa già discutere. Tanto che qualcuno ha iniziato a mettere in dubbio gli anni al comando dell’esercito e del Paese. La biografia di Ariel Scheinermann (più famoso con il cognome successivo, Sharon), l’ex premier israeliano in coma da gennaio 2006, uscirà nelle librerie dello Stato ebraico tra qualche giorno. Ma al suo interno ci sono notizie che rischiano di mettere in difficoltà anche i massimi dirigenti palestinesi.

Il libro (“Sharon – La vita di un leader”), iniziato da Ariel quand’era ancora in forze, è stato ultimato dal figlio Gilad «dopo aver affondato le mani in scatoloni di cartone pieni di appunti» del padre. Ci sono anche interviste a dirigenti politici – come l’ex presidente Usa George W. Bush e l’ex premier britannico Tony Blair – che cercano di contestualizzare meglio ogni momento storico.

Ed è proprio la contestualizzazione a creare imbarazzi. Il principale quotidiano del Paese, lo Yedioth Ahronoth, è stato l’unico a visionare la biografia in anteprima. E ha scritto che ci sono alcune «sorprese». Come un documento – o meglio: uno stenogramma – relativo a un incontro segreto (verso gli inizi del Duemila) fra Simon Peres, allora ministro degli esteri (ora presidente del Paese), e Abu Mazen, il leader palestinese in corsa per il ruolo di primo ministro e stretto collaboratore di Yasser Arafat, presidente dell’Anp.

Ecco, c’è scritto nel documento, che «se si sapesse di questo incontro, sarei un uomo morto»: sono le parole dette da Abu Mazen a Peres. E ancora: Abu Mazen avrebbe anche aggiunto che «Arafat non è una persona realistica». Gilad Sharon scrive che Peres aveva parlato con il leader palestinese di un vero e proprio piano per estromettere politicamente Arafat. Aggiunge anche che il padre ne era stato informato.

Il libro ripercorre anche le polemiche dell’estate del 2005. Quando Sharon decise di sgomberare gli insediamenti ebraici dalla Striscia di Gaza. Gilad racconta di essere stato lui stesso – già nell’ottobre del 2003 –, a consigliare al padre di mettere al sicuro i circa ottomila coloni che vivevano nell’area «perché nella Striscia non avrebbero avuto nessun futuro circondati com’erano da un milione e mezzo di palestinesi ostili».

C’è spazio anche per il massacro dei libanesi nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. Correva l’anno 1982 e in piena guerra del Libano, Ariel Sharon si sarebbe opposto alla costituzione della Commissione ufficiale di inchiesta sulle stragi. Lo stesso organismo che poi, alla fine, chiese e ottenne la sua rimozione dalla guida del ministero della Difesa per aver fatto entrare nei campi i falangisti e «per non aver previsto e impedito le stragi».

Dall’entourage di Abu Mazen hanno smentito le anticipazioni sul libro di Gilad Sharon. Ma da Gaza qualcuno ha iniziato a far notare che in quegli anni i rapporti tra l’attuale presidente dell’Anp e Gerusalemme erano fin troppo cordiali. Intanto sulla stampa israeliana sono comparse anche i primi commenti. «Se la versione di Gilad Sharon è vera, costituisce una macchia nella biografia di Sharon», è stato scritto in un editoriale pubblicato sul free press nazionalista “Israel ha-Yom” (Israele Oggi). «Viene fuori l’immagine di un premier populista flaccido, non di uno statista alla Ben Gurion, come invece amava presentarsi». Il diretto interessato non può ovviamente rispondere. Bloccato com’è da un letto d’ospedale e dai tubi che lo tengono in vita per non si sa ancora quanto.

Leonard Berberi

[Nella foto in alto, Ariel Sharon nel 1982 durante il conflitto con il Libano; più in basso la copertina del libro e il figlio Gilad, autore dell’ultima parte della biografia]

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attualità

Israele. In breve

Il presidente Shimon Peres visita Gilad Shalit
Il presidente d’Israele è andato lunedì 24 ottobre a Mitzpe Hila, il paesino al confine con il Libano, a salutare Gilad Shalit e i suoi famigliari. «Tu non hai proprio idea di quanto sia entusiasta di vederti qui, a casa tua, vivo e vegeto», sono state le prime parole del capo di Stato ultra-ottantenne al ragazzo di 25 anni. Peres ha cercato anche di incoraggiare il soldato: «Ora tutta la tua vita è davanti. Fatti forza e cerca di fare quello che non sei riuscito a fare negli ultimi anni». In mattinata, Gilad, s’è concesso una lunga corsa in bicicletta. Sorvegliato a distanza dalla polizia per evitare incontri spiacevoli o connazionali troppo entusiasti.

Lieberman: Abu Mazen è un ostacolo per i negoziati
A due giorni dalla ripresa di “colloqui di avvicinamento” fra israeliani e palestinesi, su iniziativa del Quartetto, il ministro degli esteri di Gerusalemme Avigdor Lieberman ha accusato il presidente dell’Anp Abu Mazen di rappresentare un ostacolo per la ripresa di negoziati. «Il vero ostacolo è lui», ha affermato Lieberman. «Chiunque venga al suo posto, sarà meglio. Ci dicono di continuo che Abu Mazen potrebbe ‘resituire le chiavi dell’Anp’. Allora che lo faccia, noi dobbiamo solo felicitarcene. Noi cerchiamo di mantenere la stabilità, mentre lui impedisce ogni soluzione negoziata fra noi e i palestinesi». Leader del partito di destra radicale Israel Beitenu, Lieberman ha ribadito di opporsi al congelamento dei progetti edili ebraici nei Territori, «e tanto più a Gerusalemme».

Israele-Egitto, intesa per scambio detenuti
Israele ed Egitto hanno raggiunto un accordo per uno scambio di detenuti. Lo rende noto l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu. L’Egitto accetta di liberare il cittadino israelo-americano Ilan Grapel mentre Israele rimetterà in libertà a sua volta 25 cittadini egiziani, fra cui tre minorenni. In un comunicato dell’ufficio di Netanyahu si legge che l’intesa è stata raggiunta grazie anche gli sforzi di mediazione prodigati dagli Stati Uniti, mediante la loro ambasciata al Cairo. Grapel, uno studente universitario di 27 anni, è stato arrestato mesi fa al Cairo dopo che i servizi segreti egiziani lo avevano sospettato di spionaggio. Israele ha sempre negato la fondatezza di tali sospetti. Ma nel clima di apertura creato nei giorni scorsi dallo scambio di prigionieri fra Israele e Hamas (attivamente mediato dall’Egitto) Israele ha accettato di liberare in cambio di Grapel 25 cittadini egiziani, fra cui tre minorenni. La loro identità non è stata rivelata ma a quanto pare si tratta di contrabbandieri.

Gerusalemme dona al Vaticano ulivo vecchio di 400 anni
Il Governo Israeliano e il Keren Kayemeth LeIsrael (Kkl) donano al Vaticano un albero di ulivo antico di 400 anni. La cerimonia di messa a dimora dell’ulivo centenario si terrà mercoledì nel viale degli Ulivi dei giardini vaticani. In occasione della sua ultima visita in Italia, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva promesso allo Stato Vaticano la donazione di un albero antico. Mantenendo così l’impegno, il Presidente Mondiale del KKL Efi Stenzler, ha avviato i preparativi necessari per il trattamento, l’imballaggio ed il trasporto del grande albero al Vaticano. L’ulivo centenario misura 2,20 metri di larghezza e 4 metri di altezza, ed è cresciuto sulle colline di Nazareth nella parte meridionale della Bassa Galilea, luogo sacro a caro alla cristianità.

(a cura di Leonard Berberi)

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Israele dà il via libera all’estensione delle colonie

La parola “fine” al processo di Pace avviato a settembre 2010 – ma mai decollato – l’hanno messa ieri gl’israeliani in una domenica fresca e nuvolosa di primavera. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa, Ehud Barak, hanno dato l’ok al progetto di estensione di quattro colonie ebraiche in Cisgiordania. Quasi in contemporanea, poi, il comune di Gerusalemme ha approvato una bozza sull’allargamento di un rione ebraico, Gilo, a Gerusalemme Est.

Il via libera arriva in un momento delicato per la diplomazia israeliana. Dopo una settimana di alti e bassi sul fronte internazionale. E un giorno prima della visita ufficiale del presidente Simon Peres a Washington, al cospetto di Obama. Quell’Obama che ha voluto a tutti i costi riprendere il tavolo dei negoziati tra israeliani e palestinesi.

Secondo la radio militare Barak starebbe per approvare i piani regolatori di quattro piccoli insediamenti in Cisgiordania: Rotem, Hemdat, Eshkolot e Nofim. Si tratta di progetti di carattere generale, che non includerebbero, per il momento, la costruzione di nuovi edifici.

Il quotidiano Haaretz e il giornale online Ynet scrivono poi che una commissione del municipio di Gerusalemme avrebbe dato l’ok all’estensione del rione di Gilo – nel settore est della città, oltre le linee di demarcazione in vigore fino alla guerra dei sei giorni del 1967 – con la costruzione di almeno 900 alloggi, di edifici pubblici e di un centro commerciale.

© Leonard Berberi

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Israele, arrivano i minatori cileni. Per loro feste, visite e l’incontro con Simon Peres

Dagl’inferi alla Terra Santa. Quattro mesi dopo, eccoli qui Josè Enriques e i suoi amici, i minatori cileni diventati famosi in tutto il mondo. Scendono da un volo “El Al” allo scalo internazionale “Ben Gurion” di Tel Aviv. Accolti da un clima più che primaverile salutano, fanno fotografie e filmini. Sorridono. Abbracciano il ministro del Turismo, Stas Misezhnkov, l’ambasciatore del Cile, Joaquin Montes, e l’amministratore delegato della compagnia aerea, Eliezer Shkedi.

Della comitiva intrappolata in fondo a una miniera cilena, ne sono arrivati trentuno su trentatré. E tutti con le proprie famiglie. Per una settimana gireranno Israele quasi fossero delle star o delle personalità politiche mondiali. Visiteranno i luoghi sacri (dell’Ebraismo), lo Yad Vashem e anche il presidente Simon Peres (ora in Spagna).

Perché proprio in Israele?, hanno chiesto i cronisti. «Questa è la culla delle religioni», hanno risposto i minatori. «Siamo qui per ringraziare Dio per averci salvati e per entrare in contatto con Gesù». E magari per farsi una vacanza gratis. Visto che, alla fine, le spese saranno sostenute – in tandem – dalla compagnia aerea e dal ministero del Turismo.

L.B.

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