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Quelle pietre che spezzano il sogno del tram di Gerusalemme

La fermata del tram completamente distrutta a Gerusalemme Est (foto Haaretz)

La fermata del tram completamente distrutta a Gerusalemme Est (foto Haaretz)

Il sogno s’è infranto. Come le pensiline. Come i vetri del trenino. Nonostante l’idea, utopica per alcuni, che questo bastasse a calmare la situazione. A facilitare la vita. A far viaggiare tutti insieme, ebrei e musulmani, israeliani e palestinesi. Ma ora che è tutto cambiato i vertici di quel «sogno» ammettono: «Se la situazione va avanti così ci fermiamo: la sicurezza dei nostri dipendenti e dei nostri passeggeri prima di tutto».

Tre anni dopo la sua inaugurazione, CityPass, la rete tramviaria che in 13,8 chilometri collega Gerusalemme Ovest a quella Est, deve fare i conti con la realtà. Ferita dai continui attacchi e lanci di pietre da parte araba che, ad oggi, hanno danneggiato nove tram su un totale di 23. Il quaranta per cento della flotta – spiega l’azienda – «è fuori uso». Una replica di quanto successo ad agosto: due mesi fa i tram colpiti furono 15 su 23.

Una donna palestinese con i suoi figli aspetta di salire sul tram a Shuafat, area a Gerusalemme Est (foto di Sliman Khader/Flash90)

Una donna palestinese con i suoi figli aspetta di salire sul tram a Shuafat, area a Gerusalemme Est (foto di Sliman Khader/Flash90)

La nuova area «calda» della crisi israelo-palestinese è qui, a Gerusalemme Est, soprattutto nelle fermate di Shuafat e Beit Hanina. Da luglio a oggi ci sono stati più di cento attacchi contro i bolidi color alluminio. Soltanto sabato sera se ne sono contati cinque. Vetri in frantumi, per fortuna nessun ferito e la necessità per CityPass di riorganizzare gli orari di passaggio sulla base dei mezzi ancora operativi. Ci saranno rallentamenti e, fa sapere l’azienda, non si potranno fare i biglietti alla fermata di Es-Sahl Shuafat, l’epicentro delle violenze.

Violenze che secondo l’amministratore delegato di CityPass, Yaron Ravid, dovevano restare nascoste. «La polizia ci ha chiesto di non divulgare informazioni sui lanci di pietre contro i nostri tram – ha spiegato qualche giorno fa – perché questo avrebbe danneggiato la reputazione delle forze dell’ordine e avrebbe incoraggiato i violenti». «Ho piena fiducia nella polizia, ma anche la giustizia deve fare la sua parte: basta con la scarcerazione veloce di chi è stato arrestato per violenze contro la linea tramviaria», ha aggiunto Nir Barkat, sindaco di Gerusalemme.

Passeggeri musulmani e ultraortodossi all'interno del tram di Gerusalemme (foto di Miriam Alster/Flash90)

Passeggeri musulmani e ultraortodossi all’interno del tram di Gerusalemme (foto di Miriam Alster/Flash90)

Costata 300 milioni di euro e dopo aver richiesto dodici anni di lavori e disagi nella città contestata, la linea tramviaria ora rischia di essere ridimensionata escludendo le stazioni di Gerusalemme Est. Che Shuafat sarebbe stata un’area problematica per il tram lo si era intuito già prima dell’inaugurazione. «La metropolitana leggera comprende tre stazioni in Shuafat, nella parte araba. Questo costituisce un disagio per lei?», chiedeva una delle domande di un sondaggio distribuito tra i futuri passeggeri israeliani.

Prendere il tram da Gerusalemme Ovest e Gerusalemme Est era diventato un appuntamento da non mancare per molti turisti. Non solo per vedere come cambia la città. Ma anche come si modificano i costumi e i suoni in così pochi metri quadrati viaggianti. In tutto questo non c’è stato alcun incidente di rilievo. Tanto che molti analisti avevano iniziato a parlare di «silenziosa riunificazione di Gerusalemme». Una riunificazione che s’è infranta alla prima crisi.

© Leonard Berberi

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Scontri a Gerusalemme, vendette e razzi: tensione alle stelle tra israeliani e palestinesi

Uno dei manifestanti palestinesi per le vie del quartiere Shuafat di Gerusalemme Est: tutto il giorno ci sono stati scontri con la polizia dopo aver saputo del 16enne palestinese rapito e ucciso (foto di Hadas Parush/Flash90)

Uno dei manifestanti palestinesi per le vie del quartiere Shuafat di Gerusalemme Est: tutto il giorno ci sono stati scontri con la polizia dopo aver saputo del 16enne palestinese rapito e ucciso (foto di Hadas Parush/Flash90)

Ora è caccia all’arabo. Nelle vie di Gerusalemme. Nei suoi sobborghi. Agli ingressi delle università. Per le strade statali della Cisgiordania. Su Facebook. Ché da queste parti, ormai, reale e virtuale si confondono. E spesso si alimentano a vicenda. E l’obiettivo è giovane, giovanissimo, ancora meglio. È – nella testa degli autori – l’unico modo per vendicare l’uccisione dei tre ragazzi israeliani rapiti il 12 giugno scorso e trovati senza vita diciotto giorni dopo.

L’unica certezza è che quattro adolescenti in Medio Oriente non ci sono più. Il quarto, Mohammed Abu Khudair, palestinese di 16 anni, una casa nel quartiere a maggioranza musulmana di Shuafat, a Gerusalemme Est, è stato trovato morto mercoledì mattina in mezzo agli alberi del bosco poco fuori la Città Santa. Sul corpo segni di violenza, graffi, ferite profonde.

Mohammed Abu Khudair, 16 anni, rapito e ucciso la sera di martedì 1° luglio forse per vendicarsi dei tre ragazzi israelini uccisi pochi giorni prima

Mohammed Abu Khudair, 16 anni, rapito e ucciso la sera di martedì 1° luglio forse per vendicarsi dei tre ragazzi israelini uccisi pochi giorni prima

«Una macchina s’è fermata vicino al ragazzo e l’ha caricato con la forza, poi è ripartita a forte velocità», raccontano alcuni abitanti di Shuafat. Il presunto sequestro e l’omicidio sarebbero avvenuti martedì sera. «Probabilmente è stato scelto per vendicarsi sui tre ragazzi uccisi a Hebron», ragionano le forze di sicurezza israeliane. Incaricate da Netanyahu di prendere non solo i palestinesi che hanno massacrato gli adolescenti ebrei, ma ora anche di fermare gli autori dell’omicidio di Abu Khudair.

Sull’asse Gaza City-Gerusalemme-Ramallah è ormai un continuo accusarsi e attribuirsi di responsabilità. Hamas, dalla Striscia, ha lanciato alcuni razzi sul suolo israeliano senza far vittime. L’Idf, l’esercito israeliano, ha risposto con un raid aereo su Gaza. Gerusalemme dà la colpa ad Hamas per quello che sta succedendo. E, in parallelo, invita i suoi connazionali ad evitare qualsiasi gesto di vendetta. Ramallah ora chiede a Netanyahu di prendere in mano la situazione e di calmare i suoi.

"Morte agli arabi", lo slogan urlato da decine di israeliani a Jaffa Road, una delle arterie principali di Gerusalemme (foto di Ben Wedemanm, via Twitter)

“Morte agli arabi”, lo slogan urlato da decine di israeliani a Jaffa Road, una delle arterie principali di Gerusalemme (foto di Ben Wedemanm, via Twitter)

Decine di ebrei sono stati arrestati, soprattutto a Modiin – città dove sono stati seppelliti, uno di fianco all’altro i tre ragazzi israeliani –, per le proteste violente e i tentativi di pestaggio nei confronti di qualsiasi persona sospettata di essere palestinese. «Morte agli arabi!» è il coro che si sente ormai in molte zone di Gerusalemme, ma anche nelle colonie in Cisgiordania. Sui social network centinaia di persone chiedono giustizia, invitano ad ammazzare i palestinesi. Un gruppo su Facebook, «Il popolo d’Israele chiede vendetta», ha raccolto in poche ore 32 mila «mi piace», salvo poi essere chiuso dalla società americana perché incitava alla violenza.

Martedì nel tardo pomeriggio molti israeliani si sono riuniti a Jaffa Road, una delle arterie principali di Gerusalemme, e hanno invitato ad uccidere gli arabi. «”Dopo il tramonto li faremo fuori”, mi ha detto uno di loro», twitta Ben Wedeman della Cnn. Anche se poco lontano altre centinaia di israeliani scendevano in strada a urlare «No alla violenza! No al razzismo! No alla vendetta! Un vero ebreo non si comporta così».

Un soldato israeliano posa con il fucile e la scritta sul corpo "Vendetta". L'immagine è stata caricata sui social network (foto da Il popolo d'Israele chiede vendetta/Facebook)

Un soldato israeliano posa con il fucile e la scritta sul corpo “Vendetta”. L’immagine è stata caricata sui social network (foto da Il popolo d’Israele chiede vendetta/Facebook)

Ma anche l’Autorità nazionale palestinese ha il suo da fare. Subito dopo la scoperta del corpo del 16enne Abu Khudair centinaia di arabi sono scesi per le strade di Gerusalemme Est per protestare contro l’assassinio. Ci sono stati scontri con l’esercito israeliano. Lanci di bombe carta. La vigilanza è stata portata al livello massimo sulla linea tramviaria che collega la parte palestinese a quella israeliana della città. Violenze tra arabi e forze dell’ordine anche nel quartiere di Beit Hanina.

E mentre la situazione continua ad essere molto tesa, Netanyahu e Abbas temono di perdere il controllo delle rispettive popolazioni. L’Onu invita alla calma. Le cancellerie europee non nascondono la preoccupazione.

VIDEO / Le contestazioni anti-palestinesi di martedì 1° luglio

Ma c’è un’unica voce, forse tra le più titolate a parlare in questi giorni, che si alza silenziosa. È quella di Yishai, zio di Naftali Fraenkel, uno dei tre ragazzi ebrei rapiti e uccisi. Poco dopo aver saputo della fine brutale del giovane palestinese ai giornalisti ha detto: «Non c’è differenza tra sangue e sangue. Un omicidio è un omicidio. Non importa quale sia la nazionalità della vittima e l’età. Non c’è una giustificazione, non ci può essere il perdono e nemmeno un modo per riparare. Se un giovane arabo è stato ucciso per ragioni etniche questo è un atto vigliacco e atroce».

© Leonard Berberi

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Gerusalemme, villa bin Laden vendesi (ma solo a Osama)

L'articolo pubblicato su Ma'ariv venerdì scorso (Falafel Cafè)

Villa bin Laden in vendita. In mezzo a Shuafat, nord di Gerusalemme, da tutti considerato un campo profughi, anche se è una normale cittadina. La notizia, pubblicata per prima dal quotidiano Ma’ariv nell’edizione di venerdì, scrive anche che il proprietario – l’avvocato arabo-israeliano Mueen Khouri – ha posto una unica condizione: la costruzione – ora disabitata – deve essere venduta solo a Osama bin Laden in persona, «ovunque egli sia».

«Voglio che sia Osama a comprarla – ha detto Khouri – perché un tempo apparteneva alla sua famiglia». Nel 1940, quando l’area era sotto la giurisdizione giordana, Mohammed bin Laden – il papà del terrorista più ricercato al mondo – decise di comprarsi questa villetta (due piani, 16 camere da letto, 10 bagni e circa 700 metri quadrati di giardino) a meno di sette chilometri di macchina dalla moschea di Al-Aqsa e del Muro del Pianto.

In uno dei due piani ci abitava il clan dei bin Laden. Nell’altro tutta la servitù. Osama, ancora lontano dai suoi propositi di morte e terrore, ci passò qualche mese nel 1960. Dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967), quando Shuafat e altre aree di Gerusalemme Est passarono sotto il controllo israeliano, la famiglia abbandonò la villa. Negli anni, prima che l’avvocato Khouri l’acquistasse nel 1994, l’edificio è stato usato per ospitare la rappresentanza diplomatica spagnola.

«Non mi fa paura e non mi crea problemi che Osama bin Laden sia considerato il terrorista più pericoloso», ha detto Khouri a Ma’ariv. «Sono convinto che il capo di Al-Qaeda sia solo vittima della mala-giustizia e che sia innocente».

Lui, Osama, non s’è ancora fatto avanti. Del resto sono anni che non si fa vivo. Ma Mueen Khouri spera di contattarlo. E magari, già che c’è, di offrirsi pure come avvocato difensore di fronte al mondo.

Leonard Berberi

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