politica

Elezioni in Israele / Da Lapid a Netanyahu, le pagelle dei protagonisti

Vincitori e vinti. Eccoli. Mentre in queste ore il premier uscente Benjamin Netanyahu cerca di attirare a sé Yair Lapid. E mentre un Paese si chiede ancora cosa sia successo, martedì 22 gennaio, in questo pezzo di terra che tutti davano drammaticamente schierato alla destra della destra. E che, invece, s’è scoperto uno Stato più moderato. Forse più razionale di quanto si sia scritto e detto, filmato e dipinto in queste settimane. I voti, allora.

Voto 10 – Al popolo israeliano. Andato a votare in massa, nonostante i sondaggi – tutti, nessuno escluso – davano per stravincente la destra e l’estrema destra. «Oggi si celebra la democrazia», ha detto il presidente Simon Peres di prima mattina, mentre inseriva nell’urna il suo voto. Un messaggio che la popolazione ha recepito. E messo in pratica

Voto 9 – A Yair Lapid (foto sotto), 49 anni, ex conduttore di tg. Perché in pochi mesi ha tirato su un partito moderato. Con le idee chiare su alcune cose (un po’ confuse su altre). E con l’obiettivo, dichiarato, di scardinare il sistema. Cosa che ha confermato nel discorso di ringraziamento martedì notte. Discorso che, va detto, si merita un 8,5 per il parallelo con la carriera (politica) del padre. E per quel continuo ripetere «Io non dimenticherò il peso sulle spalle che questo voto mi ha dato». Parole vere o semplice demagogia. Lo vedremo nei prossimi mesi

Yair Lapid

Yair Lapid

Voto 8 – Ai cronisti israeliani. Perché già alle 5 del pomeriggio, cinque ore prima della chiusura dei seggi, avevano capito e intuito che ci sarebbe stata una grande sorpresa. Aiutati, bisogna dirlo, dallo staff di Yesh Atid (voto 7,5) che per prima ha detto «Siamo il secondo partito». Non solo. Giornalisti di radio e tv, siti web e giornali hanno coperto l’evento in tutti i modi possibili: dai taccuini alle videocassette, dagli smartphone ai social network

Voto 7,5 – A Naftali Bennett (foto sotto). Il leader – religioso e milionario – di Jewish Home / National Union s’è scrollato di dosso l’aria del ricco che non ha nulla da perdere. Ha mobilitato migliaia di persone. Soprattutto, è stato chiaro si una cosa: «niente processo di Pace con i palestinesi. Comunque la si pensi – e qui, in questo blog, si preferisce la sana convivenza tra popoli – un segno di chiarezza su un argomento lasciato per troppi anni alle ambiguità e agli interessi di brevissimo termine

Naftali Bennett, leader di "Jewish Home Party" (foto Flash 90)

Naftali Bennett, leader di “Jewish Home Party” (foto Flash 90)

Voto 7 – A Shelly Yechimovich. Passata indenne tra le sabbie mobili delle primarie del partito laburista, ha portato la formazione ad aumentare i seggi alla Knesset. Più forte di tutti, la Yechimovich. Anche di quei suoi compagni di partito che negli ultimi mesi hanno passato più tempo a cercare di destabilizzarla che a darle una mano in campagna elettorale

Voto 6 – A United Torah Judaism e Shas. Le due formazioni ultraortodosse da tre appuntamenti elettorali di fatto non perdono seggi. Nonostante l’altissima concorrenza, soprattutto quest’anno, di formazioni che hanno pescato nel settore ultrareligioso. Se UTJ aveva conquistati 6 seggi nel 2006 e 5 nel 2009, il 22 gennaio ne ha guadagnati 7. Destino simile anche per Shas: 12 parlamentari nel 2006, 11 quattro anni fa e anche oggi

Haredim - pashkevilim

Voto 5 – A Tzipi Livni. Non ha ancora ritrovato sé stessa. Quella grinta che tutti hanno visto, che l’ex premier Ariel Sharon aveva apprezzato e valorizzato, che le donne hanno sostenuto. Non solo per affinità di genere. Ma anche perché, pochi anni fa e per la seconda volta, una donna poteva davvero aspirare a (ri)fare la storia d’Israele. Esattamente come un’altra grande donna: Golda Meir. E invece, la Livni s’è persa. Prima nelle primarie di Kadima (voto 2, come i seggi che è riuscita ad agguantare per pochi centinaia di voti), sconfitta da Shaul Mofaz. Poi in queste elezioni, con i soli 6 seggi presi con il movimento Hatnuah. Messi insieme – Kadima e Hatnuah – racimolano 8 seggi. In tre anni ne hanno persi 20

livni_netanyahu

Voto 4 – Al nuovo volto della Knesset. Spaccata a metà. Sessanta seggi ai partiti religiosi e di destra. Sessanta seggi a quelli di centro, sinistra e arabi. Una situazione complicata. E delicata. Che può portare a lunghe consultazioni, a trattative al ribasso e degradanti pur di arrivare a formare un governo

Voto 3 – Alle formazioni arabo-israeliane. Incapaci di fare «sistema». Di mettersi insieme in un unico listone. Di creare reti e connessioni con le formazioni di centro e sinistra. Segno di poca lungimiranza politica e sociale. Ma anche simbolo di una fascia della popolazione israeliana – il 20% circa del totale – frammentata, dilaniata, con interessi e scopi diversi. Eppure, insieme, i tre partiti contano 11 seggi

Voto 2 – Agli istituti di sondaggio. Hanno azzeccato il primo partito. Cosa che, va detto, non era molto difficile. Hanno sbagliato – molto – sul resto. Soprattutto, hanno quasi dimezzato i seggi poi vinti da Yesh Atid. Segno che nemmeno loro, gli esperti, hanno colto il grande cambiamento nella mentalità di centinaia di migliaia di elettori

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Voto 1 – A Benjamin Netanyahu e ai suoi consiglieri più stretti. Non solo per come hanno gestito la «campagna di Gaza», tanto che la popolazione continua a chiedersi a cosa sia servita. Ma anche perché non sono stati in grado di intercettare il malcontento della popolazione per l’andamento economico del Paese, per lo stallo dei negoziati, per la mancanza di entusiasmo e riforme incisive. Per non parlare del ticket con gli estremisti di Israel Beitenu di Avigdor Lieberman (voto 1 anche per loro): doveva strizzare l’occhio agli ultraortodossi. Ha finito con lo spaventare gli elettori di sinistra astenuti e a portarli alle urne

© Leonard Berberi

Annunci
Standard

Immagine2

politica
Immagine
attualità

VIDEO / Israele, xenofobia in aumento. E a Tel Aviv è caccia all’africano

Il terrore negli occhi. La notte che si fa più buia di quel che già è. Il respiro che manca. E quella folla inferocita di gente sconosciuta che lì, nel bel mezzo di una delle vie più trafficate della città, si rende protagonista di uno dei tentativi di linciaggio più gravi a memoria d’Israele. Per non parlare degli altri che, a pochi metri di distanza, entrano in un negozio di alimentari distruggendo tutto.

Sud di Tel Aviv, 23 maggio 2012. Il sole è calato da un pezzo. E pure la ragione di queste decine di persone che – armate di slogan razzisti e bastoni e pietre – cercano di rompere tutto quel che identificano come gestita dai migranti africani. I poliziotti? Ci sono. Prima stanno alla larga. Lasciano sfogare le frange più estreme. Poi, però, quando rischia di scapparci il morto, decidono ch’è troppo. E intervengono. I fermati in tutto sono ventuno.

I raduni popolari erano stati organizzati contro l’immigrazione clandestina. Con l’ok di alcuni deputati di destra ed estrema destra. Gli stessi che garantiscono la maggioranza che regge il premier Benjamin Netanyahu. Ma gli slogan xenofobi sono stati soltanto l’antipasto. Poi è stata l’ennesima caccia all’africano. Regolare o meno, non importa. Quel che interessa è fare male.

Le polemiche sono state infinite. Anche se, in mezzo a tutto questo, s’è levata la voce di Eli Yishai, ministro dell’Interno e stella polare del partito ultraortodosso di governo “Shas”. Ecco, mentre tutto il Paese s’è risvegliato un po’ sotto choc per quelle immagini vergognose dalla liberale Tel Aviv, Yishai ha rispolverato la sua fissazione politica contro gli stranieri suggerendo la detenzione temporanea dei clandestini e l’espulsione di massa.

Quando in un’intervista radiofonica gli hanno chiesto un parere sulla manifestazione di mercoledì, il ministro non se l’è sentita di condannare il gesto. «Non posso giudicare un uomo la cui figlia è stata magari violentata o una donna che ha paura di tornare a casa la sera», ha detto Yishai. «Bisogna mettere tutti questi illegali dietro le sbarre di centri di detenzione e poi rispedirli a casa perché rubano il lavoro agli israeliani e perché minacciano il carattere ebraico di Israele».

Quella dell’immigrazione clandestina sta diventando un problema per lo Stato ebraico. Il flusso è ancora basso, rispetto ai paesi europei. Ma crescente. I migranti lasciano l’Africa, arrivano nel Sinai, superano il confine tra Egitto e Israele e vanno a vivere soprattutto nelle periferie delle grandi città come Tel Aviv. Periferie dove, però, covano da anni rancori e frizioni tra i poveri del posto e immigrati arrivati da tempo. Il muro che lo Stato ebraico sta costruendo lungo la frontiera con l’Egitto per ora sembra non aver fermato il flusso più di tanto. In pochi mesi gli irregolari sono schizzati a 60 mila.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Tel Aviv, la proposta del consigliere: bus separati (e ingressi limitati) per gli stranieri

«Puzzano». «Si prendono i posti sui pullman». «Occupano i pochi appartamenti liberi». «Soprattutto: chissà quali malattie possono trasmettere». Corsi e ricorsi nella Tel Aviv d’oggi. Che, a leggere certe cose, sembra la Louisiana di ieri, quando i neri non erano persone, ma braccia e schiavi e servi e animali.

Solo che in questo 2012, quando tutti gli occhi d’Israele sono rivolti all’Iran e alle sue navi militari che si dirigono verso il Mediterraneo, Benjamin Babayoff, consigliere comunale di Tel Aviv del partito ultrareligioso “Shas”, prende carta e penna e scrive all’assessore cittadino ai Trasporti, al traffico e al parcheggio, al sindaco Ron Huldai e al ministro dei Trasporti Israel Katz poche frasi, ma destinate a scatenare le organizzazioni antirazziste.

La lettera è finita sul web, sulle pagine locali della piattaforma Ynet. Scrive Babayoff: «Vi mando questa comunicazione al massimo della disperazione per denunciare il crescente disagio che subiscono i nostri concittadini ogni volta che vanno a lavorare. Migliaia di lavoratori stranieri e clandestini riempiono i pullman, occupano i posti a sedere, lasciano in piedi i nostri abitanti. Per non parlare della puzza che emanano e del lavoro extra che gl’israeliani devono fare per togliere il cattivo odore dalle scale e dai marciapiedi. Dio non voglia, ma questi potrebbero benissimo portarci delle malattie». Non solo. Babayoff denuncia anche l’emergenza abitativa. «Quasi tutti gli appartamenti liberi a sud di Tel Aviv sono stati occupati dagli immigrati. I nostri concittadini restano così senza un tetto».

Alcuni ragazzini israeliani a sud di Tel Aviv con in mano cartelli in cui chiedono al governo di riportare a casa i migranti (foto di Oren Ziv)

Quindi le proposte. Peggiori delle lamentele. «Per risolvere il problema – continua il consigliere ultrareligioso – bisognerebbe istituire bus separati per i lavoratori stranieri e per i rifugiati. Se non si può fare questa cosa, allora bisognerebbe porre un limite al loro ingresso nei mezzi di trasporto pubblico negli orari di punta per i nostri lavoratori, ovviamente dando preferenza ai connazionali». Precisa, però, Babayoff che «la lettera non ha un intento razzista. Vuole soltanto andare incontro alle richieste esasperate dei concittadini».

L’unica risposta ufficiale per ora è arrivata dallo staff del sindaco di Tel Aviv. «Condanniamo qualsiasi intervento o atteggiamento razzista. Questo Comune continuerà a impegnarsi per garantire a tutti, anche ai migranti, l’accesso a tutti i servizi – dalla salute all’istruzione, dal welfare ai trasporti pubblici – per salvaguardare quella visione del mondo che considera una persona come tale, a prescindere da chi sia, cosa faccia, da dove sia venuto e dove stia andando».

Babayoff non è nuovo a questo genere di interventi. Nell’estate del 2010 aveva chiesto ai residenti israeliani a sud di Tel Aviv di non affittare gli appartamenti agli stranieri, chiamati in quell’occasione «infiltrati». Se qualcuno l’avesse fatto, avrebbe violato una legge religiosa. E infatti pochi giorni dopo 25 rabbini della zona avevano firmato l’«Editto che vieta l’affitto di appartamenti agli infiltrati» e una decina di agenzie immobiliari – sempre del sud della città – avevano pubblicato la petizione in cui s’impegnavano a rispettare la richiesta arrivata dai religiosi.

Nello stesso anno, poi, il consigliere dello “Shas” aveva chiesto che i figli dei migranti che frequentavano gli stessi asili di quelli degl’israeliani dovevano restare separati.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

La proposta choc di Netanyahu: dividere in due Beit Shemesh

Dividere in due la città. Di qua i religiosi e i laici. Di là gli zeloti ultraortodossi. In mezzo, chissà. Un muro, magari. O una serie di checkpoint. Perché il sobborgo di Beit Shemesh non è più solo un problema di costume. Ma anche una questione di ordine pubblico. Da risolvere subito. Prima che il virus dell’intolleranza religiosa si estenda al resto del Paese. Prima che i 25 mila appartamenti in costruzione e destinati agli ultraortodossi renda la situazione esplosiva. Prima che distrugga Israele.

In una riunione che doveva restare riservata, ma che puntualmente è comparsa con tanto di dettagli sui quotidiani locali, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha proposto ai colleghi di coalizione del Likud (il suo partito) e dello Shas (formazione religiosa) la più radicale delle soluzioni: dividere in due Beit Shemesh. Non è – non sarebbe – la soluzione definitiva. Ma, viste le tensioni nell’area, si tratterebbe di quella più adeguata al problema.

Due bambini si coprono il volto per non farsi fotografare in una via di Beit Shemesh (foto di Oded Balilty / Ap)

Dai partiti di opposizione fioccano i no. Da quelli di maggioranza arriva più di una presa di distanza dalla proposta. Ma la soluzione radicale del premier israeliano aleggia ormai da qualche ora. «Non possiamo arrenderci di fronte ai fatti di Beit Shemesh», ha detto Miri Regev, deputato del Likud, il partito di Netanyahu. Ma ha anche aggiunto che «potremmo non avere altra strada da percorrere che quella di dividere in due la città, dove religiosi e laici possano vivere in tranquillità nel loro spazio, e gli ebrei ultraortodossi possano condurre la loro vita con le loro regole entro confini precisi».

Intanto, a dimostrazione che Beit Shemesh è solo un sintomo, arriva la notizia – riportata dal quotidiano Ha’aretz – della recita di Hannukkah a Petah Tikva, a est di Tel Aviv. Scrive il giornale che alcuni genitori si sono lamentati per aver dovuto assistere a uno spettacolo al centro culturale della città dove i posti erano divisi: uomini da una parte, donne dall’altra. Ma l’ufficio del sindaco ha tagliato corto: «Sono anni che alcuni appuntamenti culturali prevedono la distribuzione esatta dei posti».

© Leonard Berberi

LEGGI ANCHE: VIDEO / Gli zeloti e la bambina immodesta

Al Parlamento israeliano va di moda la segregazione sessuale

IL VIDEO DELL’ASSOCIATED PRESS

Standard
attualità

Il governo israeliano: è emergenza migranti dall’Africa

È divenuto «una piaga di Stato» il fenomeno dei «migranti illegali» provenienti dall’Africa, passando attraverso il Sinai egiziano. Lo ha affermato il premier Benyamin Netanyahu nella seduta domenicale del Consiglio dei ministri durante la quale ha esaminato piani di contingenza. Il premier ha anticipato fra l’altro che si recherà in Africa, per studiare in maniera più approfondita le radici del fenomeno e le sue possibili soluzioni nei Paesi di origine. Fra questi figurano Sudan ed Eritrea.

Radio Gerusalemme ha riferito che nel 2011 sono entrati in Israele 30 mila «migranti illegali», il cui numero è oggi stimato in 50 mila. Secondo il ministro degli interni Ely Yishai (Shas) se Israele non prendesse contromisure, l’anno prossimo gli ingressi illegali potrebbero salire a 100 mila.

Fra le misure discusse dal governo vi sono: il completamento (entro 12 mesi) della barriera di confine fra Israele ed Egitto; l’allestimento nel Neghev di grandi campi di alloggiamento forzato; la messa a punto di programmi per il rientro consenziente dei migranti nei Paesi di origine.

In una intervista a radio Gerusalemme Yishai ha affermato che la quasi totalità dei migranti sono sospinti dal desiderio di lavorare in Israele «e solo poche decine di loro sono rifugiati politici veri e propri, ai quali viene data piena accoglienza». Questi dati sono accesamente contestati da alcune ong umanitarie. Da parte sua Netanyahu ha detto al governo che «intere popolazioni africane si sono messe in moto verso Israele». «Se non interverremo – ha avvertito – saremo spazzati via». 

Standard
attualità

Inviti a Goldstone e minacce di guerra. Il governo Netanyahu sempre più nel caos

Per dirla con un analista israeliano «è iniziata l’implosione del governo Netanyahu». Se sarà davvero così, lo si vedrà. Intanto bisognerà registrare che l’esecutivo dello Stato ebraico sembra aver iniziato una fase pericolosissima di un regime da «liberi tutti». Accentuato dall’inchiesta che pende sulla coppia Netanyahu su presunti viaggi non proprio trasparenti.

Per dire. Ieri sono successe nel giro di un paio d’ore due cose che dovrebbero allarmare il premier Benjamin Netanyahu. Nel primo pomeriggio – per bocca del ministro della Pubblica Sicurezza, Yitzhak Aharonovitch – Israele ha messo in guardia contro una nuova operazione sulla Striscia di Gaza. «Il Paese è sull’orlo di un’offensiva simile all’operazione “Piombo fuso” del 2008-09».

Il ministro della Pubblica Sicurezza Aharonovitch e il premier Netanyahu (foto Ap)

Le parole rilasciate dal ministro ai microfoni della radio israeliana sono arrivate poco dopo le notizie di nuovi colpi di mortaio lanciati da Gaza su Israele e dell’uccisione da parte di un soldato dello stato ebraico di un palestinese che aveva tentato di attraversare il confine.

Per rendere il messaggio più esplicito, l’ufficio stampa del ministro ha scritto ai giornalisti: «Il ministro intende dire che crede che presto ci sarà un’altra guerra contro Gaza». In tutto questo allarme, però, c’è un piccolo, semplice particolare: il capo del governo non ne sapeva niente. E ha reagito con fastidio alle dichiarazioni di Aharonovitch.

Finito qui? Non proprio. Perché, sempre nel pomeriggio, il ministro dell’Interno, Eli Yishai, ha pensato bene di invitare ufficialmente in Israele il giudice sudafricano Richard Goldstone, l’autore del controverso rapporto dell’Onu (poi “corretto”) che accusa Israele di crimini di guerra durante l’operazione “Piombo Fuso” a Gaza. Anche qui: il premier non ne sapeva nulla. E non era nemmeno stato avvisato.

Eli Yishai, ministro dell'Interno e membro dello Shas, il partito ultraortodosso

Il passo di Yishai, secondo il quotidiano Yedioth Ahronoth, ha suscitato critiche severissime nell’ufficio del premier e nel ministero degli Esteri, che intendono usare l’articolo di Goldstone per lanciare all’Onu una campagna volta a ottenere la revoca del rapporto.

«Questo invito – hanno detto fonti governative al giornale – è in netto contrasto con tutto quanto si è stabilito di fare e contro la strategia che abbiamo deciso». «Yishai – hanno detto altre fonti – ha agito in modo molto frettoloso, non ha letto fino in fondo l’articolo di Goldstone e non ne ha compreso le nuances e i riferimenti. Ci sono cose problematiche che Goldstone non ha ritrattato».

Quindi la replica dell’ufficio del ministro dell’Interno: «Il ministro ha rivolto a Goldstone un invito personale e non a nome del governo. Il ministro è convinto che solo con un dialogo diretto sia possibile cambiare la posizione del giudice nei confronti di Israele». Per ora è calato il silenzio. E il gelo.

© Leonard Berberi

Standard