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Shalit, Israele sotto shock per l’elenco dei terroristi che saranno liberati

«Con tutto il rispetto». Ecco, «con tutto il rispetto, forse lo scambio è stato un po’ eccessivo». Forse, «troppo permissivo». «E per uno solo dei nostri». «Con tutto il rispetto» per la mamma di Shalit. E il papà. E i fratelli. E il nonno. E buona parte del Paese.

Mai come in queste ore Israele è dilaniato dalle discussioni e dalle analisi. Dalle recriminazioni e dalle accuse. Soprattutto: dal passato. Che, evidentemente, non passa. Sono momenti emotivamente instabili, questi, per lo Stato ebraico. Stretto – e costretto – tra le ragioni del cuore che lo spingono a fare di tutto per riportare a casa un proprio soldato e quelle della mente – e della memoria – che lo frenano, lo irritano, lo fanno arrabbiare.

Decine di famigliari delle vittime degli attacchi terroristici per mano palestinese hanno alzato la voce. Hanno protestato. Hanno ricordato la sorte dei loro cari. «Questa situazione è uno schiaffo in faccia», dice Haim Karisi, padre di Yasmin, uccisa in un attentato terroristico del 14 febbraio 2001 all’uscita Azor, sud di Tel Aviv, dell’autostrada 44. «Vi sembra una cosa di questo mondo venire a sapere dalla tv che l’assassino di tua figlia sarà liberato in cambio di Gilad Shalit?». L’assassino è Mohammed Abu Ulbah, uno dei 477 detenuti palestinesi presenti nella prima lista di quelli che saranno rilasciato per lo scambio. È stato condannato a otto ergastoli, dopo aver fatto schiantare un bus contro un gruppo di soldatesse che aspettavano alla fermata presso l’uscita Azor: morirono otto persone e altre 26 rimasero ferite.

Haim è uno dei pochi che, in un modo o nell’altro, accetta lo scambio «sproporzionato». «Ma mi sarei aspettato una telefonata da qualcuno del governo, una chiamata in cui mi veniva detto che per far tornare Gilad dovevano liberare l’assassino di mia figlia. E invece niente».

Ci sono parenti di vittime e feriti che hanno deciso pure di rivolgersi all’Alta corte israeliana. Per fermare la «transazione umana». Per far saltare tutto il tavolo dei negoziati. «Perché mille terroristi in cambio di un solo soldato non è uno scambio equo». «Perché il premier Netanyahu non ci ha mai consultati? Perché non ci ha mai chiesto una nostra opinione sullo scambio?», si chiede Zion Yunesi, papà di un’altra Yasmin, per fortuna solo ferita nello stesso attacco.

Ogni lamentela è una storia. Ogni volto è una sofferenza. Ogni incrocio è una croce, una preghiera, una foto, un ricordo, un dolore. Messi insieme, questi padri e madri, questi fratelli e sorelle, questi amici e conoscenti, ecco, messi insieme creano un grande dramma umano. Una tragedia. Soffocata dalla quotidianità. Dal tempo che, anno dopo anno, sbiadisce, schiarisce, lenisce, allenta. E dal fatto che quegli anni bui, quei giorni in cui uscivi di casa e non sapevi se avresti fatto ritorno, rappresentano un capitolo quasi chiuso. Ma che la liberazione di Gilad Shalit sembra aver riaperto.

«Mia figlia è stata uccisa a Bat Yam da Fuad Amrin», racconta Ze’ev Rapp. «E ho saputo solo dalla tv che l’uomo che ha aperto il petto di mia figlia con un coltello e le ha tolto il cuore sarà liberato». L’uomo non nasconde la rabbia e il dolore. Nonostante la figlia sia stata uccisa – all’età di quasi sedici anni – il 24 maggio 1992. «Due primi ministri israeliani – Ariel Sharon e Ehud Olmert – mi hanno fatto una promessa scritta su un foglio: non rilasceremo mai l’assassino di tua figlia», rivela ancora Ze’ev. Ma è carta straccia, ormai. E a nulla serve la dichiarazione in calce a ogni documento che stabilisce la grazia presidenziale dei primi 477 detenuti palestinesi. Ecco, c’è scritto in ognuno dei fogli, poco sopra la firma di Shimon Peres, «non dimentico e non perdono».

Ormai la storia ha preso un’altra piega. E 477 terroristi palestinesi o pseudo tali saranno rilasciati entro pochissimi giorni. E anche qui ci sono volti e storie. Attentati e azioni individuali. Giovani e vecchi. C’è, per esempio, Nail Barghouti, dietro le sbarre dal 1978 per aver collaborato a un attacco che ha provocato la morte di un soldato israeliano. Ma c’è pure Sami Khaled Younes, ex tassista, il più anziano del primo blocco di detenuti, condannato a quarant’anni per aver ucciso un militare nel 1983 senza un motivo apparente.

Poi ci sono anche loro, gli autori materiali di alcune delle stragi più sanguinose. Come Walid Anjas. Originario di Ramallah e affiliato a Hamas, l’uomo è stato arrestato nel 2002 e condannato a 36 ergastoli per l’attentato al caffè “Moment” di Gerusalemme dove sono morti 11 ragazzi. Anjas, come da disposizione, sarà espulso all’estero. All’esilio sarà mandato anche Nasser Yateima, di Tulkarem (Cisgiordania): l’uomo ha sulle spalle condanne a 29 ergastoli dopo aver fatto saltare un hotel a Netanya (nord di Tel Aviv) nel giorno della Pasqua ebraica del 2002: nell’attacco sono morte 29 persone. C’è anche Abdelaziz Salha. L’uomo che a un certo punto, in piena Seconda Intifada, si fece riprendere dalle tv di tutto il mondo con le mani insanguinate. Quello era il sangue di due soldati israeliani che si erano persi per le vie di Ramallah, nel 2001. I militari furono entrambi uccisi.

C’è lo spazio anche per le donne. Ahlam al-Tamimi è una delle 27. Inserita in un commando delle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, è stata condannata a 16 ergastoli per l’attentato alla pizzeria “Sbarro” di Gerusalemme, che nel 2001 causò 11 morti. Sarà espulsa in Giordania, Paese dov’è nata. Tra i nomi compare anche Amna Mouna. La ragazza di Gerusalemme est che adescò su Internet un adolescente israeliano e l’attirò in una trappola mortale tesa da una cellula delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, gruppo armato nato dalla costola più radicale del Fatah.

Insomma, comunque la si veda tutta questa storia di Gilad Shalit, le ferite sono riaperte. La polemica è servita. Le tensioni con il governo Netanyahu pure. Tanto che, da qualche giorno, intorno al premier e al suo staff è stato elevato il livello di sicurezza. Giusto per evitare un altro Yitzhak Rabin.

Intanto dalle prime ore di domenica 16 ottobre le autorità israeliane hanno dato inizio al trasferimento dei prigionieri palestinesi coinvolti nello scambio con Hamas. Secondo la radio militare israeliana i detenuti sono stati trasferiti nella prigione di Ketziot, vicino al confine con l’Egitto e in quella di Sharon, nel centro di Israele. Tutti quelli che faranno ritorno a Gaza saranno accompagnato in Egitto e poi fatti entrare nella Striscia attraverso il valico di Rafah.

Al Cairo l’inviato israeliano ha perfezionato e firmato le ultime disposizioni dell’accordo con gli emissari di Hamas. Ormai è tutto fatto. Manca solo il rilascio di Gilad Shalit, previsto martedì 18 ottobre o mercoledì 19.

Leonard Berberi

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Liberazione di Gilad Shalit, ecco la lista dei palestinesi che saranno rilasciati

Spunta l’elenco dei detenuti palestinesi che saranno rilasciati tra pochi giorni in cambio della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit. È una lista di 477 (450 uomini, 27 donne) nomi. Molti di loro sono colpevoli di aver complottato contro lo Stato ebraico. Altri, invece, hanno provocato decine di vittime con i loro attentati.

Tra questi ci sono Abdel Hadi Ghanem, terrorista della Jihad islamica, autore – nel 1989 – dell’attentato contro il bus numero 405 della linea israeliana “Egged”. Alla fine, morirono 16 civili. Tra i nomi c’è un altro attentatore. Si tratta di Mohammed Duglas, coinvolto nell’esplosione all’interno della pizzeria “Sbarro” di Gerusalemme nel 2001. Duglas è stato condannato a quindici ergastoli per aver ucciso, all’interno del locale, 19 israeliani.

Gilad Shalit, secondo le voci più fondate, dovrebbe essere rilasciato tra il 18 e il 19 ottobre. Il soldato sarà trasportato in Egitto e da lì volerà verso una base militare israeliana. Ma il papà di Gilad, Noam, continua a ripetere a tutti che il dramma non è finito fino a quando il figlio non metterà piede in casa. E non ha tutti i torti. Perché, tanto per cambiare, il rilascio rischia di subire ritardi per colpa di un’incomprensione tra Hamas e l’autorità israeliana sulla liberazione delle detenute, insieme al primo blocco di palestinesi incarcerati (450 persone in tutto). Secondo Hamas le donne sono 38, secondo lo Stato ebraico 27. Insomma, i conti non tornano. E Gilad rischia di finire in mezzo alla guerra dei numeri.

La lista con i primi 477 nomi (clicca sul link per scaricare il foglio) è stata pubblicata dall’Israeli prison service, l’agenzia carceraria del Paese. Nel documento, oltre all’identificativo, sono indicati l’anno di nascita, la residenza, la data di arresto, la condanna definitiva e anche dove saranno mandati una volti rilasciati in cambio di Gilad Shalit.

Leonard Berberi

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Diplomazia e servizi segreti: così Shalit sarà liberato

Come si è arrivati a un passo dalla liberazione di Gilad Shalit? Sono stati mesi e anni di lavoro sotterraneo, di diplomazia politica e di intelligence, di accordi segreti sulla contropartita da garantire. E proprio sulla contropartita, si dividono la politica e la società israeliana: “Con il rilascio dei prigionieri palestinesi in cambio di Gilad, la si dà vinta ai terroristi”.

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Gilad Shalit, un’autobiografia del Medioriente

Un dramma popolare, come i popoli del Medioriente ne conoscono tanti. Una grande prova di mobilitazione del popolo israeliano, per un suo figlio. Gilad Shalit “sarà liberato presto”. Parola del Premier Benjamin Netanyahu. Il suo rapimento accompagna le vicende mediorientale dal 2006, e nel mondo è diventato il simbolo – uno in più – di un conflitto infinito. Solo quando sarà libero ci si potrà credere. Nel mezzo, cinque anni di azioni militari, servizi segreti, liberazioni di prigionieri, e bombardamenti.

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Israele, pochi progressi sulla sorte del soldato Shalit. E Peres incontra i genitori

Da stanotte è Pesach. La Pasqua ebraica che ricorda l’esodo e la liberazione degli israeliti dall’Egitto. E proprio perché è la festa della libertà un pensiero – anzi più di un pensiero – va a Gilad Shalit, il soldato israeliano di quasi 25 anni, rapito 1.758 giorni fa dagli uomini di Hamas e da allora rinchiuso chissà in quale cella.

I genitori di Gilad, mamma Aviva e papà Noam, anche oggi – alla vigilia della festa – sono sotto la tenda che occupano quasi ininterrottamente dall’inizio del sequestro. Lunedì mattina è venuto anche il capo dello Stato, Shimon Peres, a far visita. Peres non ha nascosto l’emozione. Ha denunciato il gesto brutale. Ma si è anche detto ottimista. E convinto – come gli ha detto la mamma di Gilad – che sia venuto il momento di agire, non di crogiolarsi nelle emozioni.

Il presidente Shimon Peres saluta i genitori Gilad Shalit, rapito nel 2006 da Hamas. La visita è durata 50 minuti (foto di Gil Yohanan)

Sul fronte diplomatico, intanto, si muove qualcosa. Netanyahu ha designato un responsabile del Mossad, i servizi segreti dello Stato ebraico, come mediatore nei negoziati per ottenere il rilascio di Gilad Shalit. Secondo un comunicato ufficiale, David Maidan subentra a Hadai Hadas, che ha lasciato l’incarico qualche giorno fa, ufficialmente per motivi familiari.

Netanyahu domenica sera ha ricevuto i genitori del soldato per informarli della scelta del nuovo negoziatore. Secondo la radio pubblica, dopo l’incontro il padre del giovane si è detto deluso per la mancanza di progressi nella trattativa. Il gruppo che detiene il caporale Shalit è una formazione vicina a Hamas, il movimento al potere a Gaza. Per il suo rilascio chiede la liberazione di alcuni esponenti palestinesi detenuti in Israele.

Leonard Berberi

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Compare in tribunale Abu Sisi, l’ingegnere palestinese sparito da un treno in Ucraina

L’uomo dei misteri, Abu Sisi, si è rimaterializzato giovedì in manette di fronte a un tribunale in Israele. L’ingegnere di Gaza sparito (rapito dal Mossad?) da un treno in Ucraina ha proclamato in inglese la sua innocenza.

Una breve udienza la sua. Che si è svolta in gran parte a porte chiuse, dopo un breve contatto con telecamere e fotografi. Al termine, i giudici del distretto di Petah Tikva, vicino a Tel Aviv, hanno deciso di convalidare il fermo rinviando però la definizione del capo d’accusa a lunedì prossimo.

La sua cattura, giustificata fra mercoledì e giovedì in modo alquanto irrituale – e, soprattutto, dopo un lungo silenzio – sia dal premier, Benjamin Netanyahu, sia dal ministro della Difesa, Ehud Barak, ecco la sua cattura resta per ora misteriosa.

La prima apparizione in pubblico, dopo la scomparsa misteriosa, dell'ingegnere palestinese Abu Sisi (foto Yaron Brener / Ynet)

La polizia ha preannunciato la contestazione di «gravi reati» nei suoi confronti. Ma Abu Sisi, nella dichiarazione ai giornalisti, ha negato qualsiasi colpa, assicurando in particolare di non sapere «nulla di Gilad Shalit», il militare israeliano, prigioniero degli islamico-radicali di Hamas nella Striscia di Gaza dal 2006. Una spiegazione, questa su Shalit, che risponde a un articolo del giornale tedesco Spiegel, secondo il quale il sequestro-arresto sarebbe dovuto proprio a presunti contatti con i rapitori del militare dello Stato ebraico. Un sospetto negato seccamente in aula dalla sua legale israeliana Semadar Ben Nathan, secondo la quale non si può escludere semmai «un errore» di persona.

Veronica, la moglie ucraina di Abu Sisi (foto Ap Photo)

Errore, a dire il vero, che Ehud Barak ha scartato: ammettendo come in effetti non risultino «legami diretti» con il caso Shalit, ma mostrandosi certo che Sisi abbia informazioni «molto importanti su ciò che succede in seno a Hamas».

«Se è detenuto, la ragione c’è», ha risposto Barak ai giornalisti. Ieri, il primo ministro Netanyahu aveva accusato l’ingegnere di Gaza, già responsabile d’un centrale elettrica nella Striscia, di essere «un personaggio di Hamas in grado di fornire importanti informazioni».

Un’affiliazione che la moglie dell’uomo (cittadina ucraina) continua a negare. Da Kiev, dopo una fase d’imbarazzato silenzio, si moltiplicano intanto le iniziative diplomatiche, seppure a cose ormai fatte: cioè a diversi giorni di distanza dalla scomparsa dell’uomo durante un viaggio in treno in Ucraina, dove secondo alcune fonti si apprestava a trasferirsi con tutta la famiglia.

Sollecitato dalla rappresentanza palestinese locale, il governo ucraino ha annunciato «un’ulteriore richiesta di spiegazioni» da parte del ministro dell’Interno, Anatoli Moghilov, durante un’imminente in visita Israele. Richiesta rivolta a «un Paese amico», come più volte sottolineato da Kiev. Ma rimasta senza lo straccio d’una risposta. Per ora.

© Leonard Berberi

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Gilad Shalit ricompare in video. Ma è solo una ricostruzione

Ma insomma il video di chi è? Chi ha partorito quel filmato di pochi secondi in cui si vede il povero Gilad Shalit controllato da due uomini armati che poi si mettono a sparare sullo sfondo della scritta “La missione sarà portata a termine”? Quanto c’entra Hamas? E quanto è opera di qualche simpaticone che s’è divertito a gettar benzina su una vicenda che potrebbe far saltare il banco dei negoziati?

Ecco, mentre resta il mistero sulla paternità, il giorno dopo la pubblicazione del filmato su YouTube è tutto un fiorire di smentite e d’indignazione. Dicono gli uomini delle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio armato di Hamas, che loro non c’entrano proprio niente. Del resto, ogni video ufficiale del gruppo islamico passa soltanto attraverso la loro tv.

E mentre in Israele in molti si sono sentiti oltraggiati per la violenza – che non si vede, ma s’intuisce – del video, i genitori di Gilad si limitano a notare che con questo filmato Hamas commette un crimine di guerra continuato nel tempo.

Nella ricostruzione animata, il soldato Shalit è seduto in mezzo a due miliziani. Uno di loro estrae degli oggetti di cancelleria da una valigia e li posa sul tavolino. L’altro, invece, continua a maneggiare un kalashnikov. Dopo una ventina di secondi, l’immagine scompare per lasciare il posto alla scritta “La missione sarà portata a termine?”. E in sottofondo si sente una raffica di colpi d’arma da fuoco. Come a far intuire che il soldato israeliano, rapito nell’estate del 2006, sia stato appena giustiziato. (l.b.)

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