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INCHIESTA / Il giallo di Dirar Abu Sisi, l’ingegnere di Gaza sparito da un treno in Ucraina, ma detenuto da giorni in Israele

Abu Sisi e tre dei suoi sei figli

Altro che film di spionaggio. Dirar Abu Sisi entra di diritto nei manuali dei servizi di sicurezza. E nei libri di racconti gialli. L’hanno cercato tutti Abu Sisi, per quasi tre settimane. Palestinese di Gaza, 42 anni, l’uomo ha una moglie ucraina, sei figli e un lavoro alla società elettrica della Striscia. Tra il 18 e il 19 febbraio era salito su un treno dalla stazione di Kharkov, in Ucraina, e si stava dirigendo nella capitale Kiev, quasi 500 chilometri più lontano. Ma lì non è mai arrivato. Sparito, insieme alle sue cose, nel nulla. E da un treno in corsa.

La moglie Veronika aveva subito parlato di rapimento di un servizio di sicurezza ben preciso: il Mossad. Ucraina e Israele negavano. O al massimo non rispondevano. Mentre i blogger si scatenavano per giorni e giorni. Perché tanto ai giornalisti ebrei era stato imposto il silenzio di Stato. Intanto lui, Abu Sisi, continuava a non dare segnali.

Fino a quando, domenica pomeriggio, è arrivata l’ammissione ufficiale: l’ingegnere palestinese è nelle mani dello Stato ebraico ed è un detenuto. Ieri un magistrato del tribunale di Petah Tikva (vicino a Tel Aviv) ha parzialmente sollevato la cortina di silenzio imposta dalle autorità israeliane sul caso, autorizzando solo la pubblicazione del fatto che Sisi sia prigioniero in Israele. Ma sulle ragioni della sua detenzione non si sa nulla. La prima versione, ufficiosa, è che l’uomo sarebbe stato fermato perché da mesi starebbe lavorando alla costruzione di una bomba molto potente e sarebbe in contatto con agenti dei servizi segreti siriani, libanesi e iraniani che da tempo portano armi e munizioni verso la Striscia di Gaza. Sarebbe, poi, anche uno degli uomini di fiducia dell’organizzazione terroristica Hamas.

I sei figli di Abu Sisi, l'uomo rapito in Ucraina dal Mossad (foto di Adel Hana / Ap)

Il palestinese è stato visitato da un legale israeliano, assunto dalla moglie, che ha detto di averlo trovato in discrete condizioni fisiche, nonostante qualche problema di salute di cui era affetto prima ancora della sua scomparsa. Secondo alcune voci il rapimento sarebbe avvenuto col consenso e l’assistenza delle autorità ucraine. Anche se, nella sua visita di qualche giorno fa a Gerusalemme, il premier ucraino Nikolai Azarov ha evitato di rispondere alle domande dei giornalisti sul caso, limitandosi a dire che è in corso una verifica delle autorità del suo paese. I bene informati dicono che in cambio dell’extraordinary rendition in salsa israeliana all’Ucraina saranno concessi vantaggi fiscali e commerciali con lo Stato ebraico.

Il primo ministro ucraino Nikolai Azarov (foto di Emil Salman)

Resta il giallo su tutta la vicenda. Quello che è successo nella notte tra il 18 e il 19 febbraio lo si può capire incrociando informazioni pubbliche, ammissioni pubbliche e dati riservati. Abu Sisi, stando alle informazioni in nostro possesso, sarebbe stato prelevato dal treno poco più di un’ora dopo la partenza da uomini vestiti con la divisa dell’ente ferroviario ucraino. L’operazione, guidata e gestita dagli agenti del Mossad, avrebbe visto la partecipazione anche di cinque uomini dei servizi segreti ucraini.

Da lì l’ingegnere palestinese, una volta bendato, sarebbe stato portato all’aeroporto di Poltava, sempre in Ucraina. Un luogo che già in passato è stato teatro di voli segreti con persone non meglio identificate a bordo. Due ore dopo, Abu Sisi sarebbe stato messo su un volo militare con destinazione Israele. Una volta arrivati nello Stato ebraico, il detenuto sarebbe stato rinchiuso prima al centro di detenzione dello Shabak (il servizio di sicurezza israeliano) di Petah Tikva, poi trasferito alla prigione di Shikma, nei pressi di Ashkelon.

Per giorni non si è saputo nulla. La moglie ha chiesto ai ferrovieri ucraini se avevano visto il marito. Ma tutti hanno detto di no. Mentre le autorità ucraine prima e israeliane poi hanno sempre smentito le accuse della moglie di Abu Sisi. Fino all’ammissione ufficiale.

© Leonard Berberi

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Scandalo amoroso nello Shin Bet, interviene Netanyahu

È una storia di nomi mozzati, tradimenti e sgambetti professionali all’interno dello Shin Bet, il servizio segreto di sicurezza interna. È una vicenda andata avanti per settimane, tra silenzi e imbarazzi, fino a quando non è sceso in campo addirittura il premier Netanyahu per risolvere il caso.

E allora. Netanyahu ha ordinato il reintegro in servizio di un ufficiale dello Shin Bet, denominato H, che era stato silurato da un suo superiore, A, risultato poi essere amante segreto della moglie, pure impiegata del servizio.

H era stato costretto a rinunciare all’incarico che svolgeva da una commissione presieduta da A a causa di presunte infrazioni disciplinari. Infrazioni in realtà mai verificate del tutto. Ma H aveva comunque accettato il siluramento, almeno inizialmente. La fine del rapporto con il servizio segreto era stato convalidato anche dal capo dello Shin Bet, Yuval Diskin.

Solo che qualche giorno dopo, H si era ribellato dopo aver scoperto che A non solo era l’amante della moglie, ma aveva pure in passato cercato di ostacolare le sue promozioni. H aveva perciò denunciato il caso al capo del personale dei dipendenti dello Stato. Un’inchiesta interna si era conclusa con la decisione di imporre ad A le dimissioni dallo Shin-Bet e di revocare la promozione dell’amante che ha poi rassegnato le dimissioni dal servizio.

Malgrado i risultati dell’inchiesta, Diskin si era rifiutato di reintegrare H nel servizio, costringendolo a chiedere l’intervento del premier, responsabile politico dello Shin Bet. Netanyahu, sulla base dei risultati di una speciale audizione di H davanti alla consulente legale dell’ufficio del primo ministro, e dopo una verifica delle sue affermazioni, ha ordinato di reintegrare H nell’Agenzia, contro la volontà di Diskin che, comunque, tra pochi mesi passerà le consegne a chi sarà designato a comandare lo Shin Bet.

Leonard Berberi

Leggi anche: Lui, lei, l’altro. Il triangolo amoroso all’interno dello Shin Bet (dell’11 giugno 2010)

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