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Morte Arrigoni, Hamas pubblica le foto dei ricercati. Il feretro lascia l’ospedale

Ecco i tre ricercati. Quelli veri. Quelli che – secondo il cosiddetto ministero dell’Interno di Hamas – avrebbero organizzato il sequestro di Vittorio Arrigoni e poi avrebbero deciso di strangolarlo.

I tre ricercati sono indicati con i rispettivi nomi di battaglia: si tratta di Bilal al-Omari, Mohammad Salfiti e Abu Abdel Rahman al-Ordini. I primi due sono palestinesi della Striscia di Gaza, ritenuti affiliati a uno dei gruppi di matrice ultraintegralista salafita (vicini ad Al Qaeda).

Il terzo sarebbe invece un cittadino giordano, indicato come il probabile regista del sequestro di Arrigoni e descritto da diverse fonti come un militante del jihadismo internazionale infiltrato a Gaza.

Per la polizia di Hamas si tratta di pericolosi criminali e per questo è stata disposta la chiusura di tutti i valichi di frontiera con Gaza per facilitarne la cattura. Sui quattro pende anche una taglia, dal valore imprecisato al momento,  promessa a chi dovesse fornire notizie utili alla loro cattura.

Intanto a Gaza, al grido di “Non siamo terroristi” e “Via i terroristi dalla Palestina” circa 150 persone si sono radunate di fronte all’ospedale Shifa in attesa della salma del volontario italiano.

Verso le 2 del pomeriggio (le 13 ora italiana) il feretro di Vittorio Arrigoni ha lasciato l’ospedale per essere portato in corteo verso il valico di Rafah, da dove passerà poi in Egitto per proseguire verso l’Italia. Il corteo è scortato dalla polizia di Hamas, la fazione islamica palestinese al potere a Gaza, e seguito da diversi torpedoni. A Rafah è atteso da personaggi pubblici e da gente comune per una commemorazione solenne che precederà il trasferimento in Egitto.

Fra i presenti ci sono diversi palestinesi nonchè stranieri in rappresentanza di Organizzazioni non governative. Gli amici palestinesi alzano una foto che mostra Arrigoni al suo arrivo a Gaza nel 2008 con la flottiglia umanitaria “Free Gaza”. Tra gli slogan scanditi: “Onore a Vittorio, combattente della libertà” e “Vittorio, martire della solidarietà, la Palestina non ti dimentica”.

Leonard Berberi

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Gaza, ucciso Vittorio Arrigoni

L’hanno trovato senza vita in una casa alla periferia di Gaza City. Vittorio Arrigoni non ce l’ha fatta. Ed è morto prima che scadessero le trenta ore che i miliziani salafiti avevano dato come tempo ad Hamas per liberare i loro compagni.

La morte del volontario italiano è stata confermata alle 03.20 di venerdì mattina all’ospedale Al Shifa. A riconoscere il corpo sono stati i vertici dell’International Solidarity Movement, l’organizzazione presso il quale Arrigoni lavorava come attivista per i diritti umani.

L’epilogo è avvenuto in un appartamento del rione Qarame, dove a quanto pare unità delle Brigate Ezzedin al-Qassam (braccio armato di Hamas) avevano individuato il covo del gruppuscolo salafita responsabile del rapimento.

Secondo le prime ricostruzioni, durante l’irruzione risultano essere stati feriti almeno due dei miliziani di Hamas, il cui commando sarebbe comunque riuscito alla fine ad avere la meglio sui rapitori dopo una sparatoria, ma solo per trovare Arrigoni – una volta sfondato l’ingresso – ormai senza vita. Il terzo uomo, infatti, aveva da poco dato il segnale a un’altra persona di impiccare l’italiano.

Le fonti della sicurezza di Hamas hanno aggiunto che oltre ai fermati, è scattata una caccia all’uomo anche negli altri quartieri di Gaza City per scovare eventuali fiancheggiatori. Alle tre e trenta di venerdì mattina testimoni raccontano di incursioni violente nel quartiere dove risiede il clan dei Doghmosh, da anni coinvolti in violenze e rapimenti.

Alle 3.31 in un comunicato stampa, il ministero dell’Interno e della Sicurezza nazionale di Hamas ha dichiarato che “l’intenzione dei sequestratori non è mai stata quella di far rilasciare i compagni di lotta, ma di uccidere quasi subito Arrigoni”. E ha invitato i palestinesi a non prestare attenzione alle voci infondate che nelle ultime ore si sono diffuse nella Striscia.

(ultimo aggiornamento: venerdì 15 aprile, ore 03.36)

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Fugge dal paesino perché gay, ma i parenti lo sequestrano e lo picchiano per dodici ore

Angel aveva mollato tutto per andare a vivere a Tel Aviv. Una città che, ne era sicuro, avrebbe rispettato le sue preferenze sessuali. E l’avrebbe protetto. Ma non aveva fatto i conti con i parenti. Che, per nulla rassegnati, hanno percorso centinaia di chilometri per rintracciare il ragazzo, sequestrarlo, picchiarlo e convincerlo a tornare. Non solo nel suo paesino d’origine. Ma anche a tornare «normale».

È durato dodici ore l’incubo del giovane omosessuale di 19 anni, originario del villaggio arabo di Tamra, in Galilea, nel nord di Israele. Un fattaccio che oltre a risollevare la questione sulla «pericolosa omofobia degli arabo-israeliani», ha portato dietro le sbarre quattro uomini, tutti parenti della vittima e anche loro residenti a Tamra.

In realtà la storia andava avanti da un anno e mezzo. E già una volta il ragazzo era stato sequestrato. Ma quando la polizia, indotta in errore dallo stesso cognome, aveva fatto irruzione nella casa dello zio di Angel, i parenti l’avevano liberato. Ma solo per evitare l’arresto. E lui era tornato subito a Tel Aviv.

Il ragazzo, racconta il quotidiano on line Ynet, dopo aver detto ai suoi di essere gay, era scappato di casa per rifugiarsi nella più tranquilla – e aperta – Tel Aviv. Non sopportava più di dover stare in un posto che non approvava le sue scelte sessuali. Qui aveva iniziato a lavorare come drag queen per i locali della città e le sue foto erano finite sul web. E’ a quel punto che i parenti hanno alzato il livello dello scontro. Dicendo al ragazzo che l’avrebbero ucciso se non avesse tolto quelle foto. Ma Angel non ne ha la minima intenzione. E deposita una denuncia nella quale spiegava che si sentiva minacciato dai suoi famigliari che continuavano a chiedergli di tornare nel paesino e «a comportarsi come una persona normale».

Angel, il 19enne omosessuale rapito dai famigliari

«Tre mesi fa le cose sembravano tranquillizzarsi», continua il ragazzo. «Sono pure andato a un matrimonio di famiglia con i miei parenti e insieme abbiamo ballato e festeggiato. Ma qualche giorno dopo la mia famiglia ha ripreso con la solita storia. Mi ha intimato di tornare sulla retta via».

Lunedì sera però le cose sono precipitate. Quattro parenti, tutti uomini, sono arrivati in macchina a Florentin, uno dei quartieri più chic di Tel Aviv, armati di spray al peperoncino e hanno aspettato il ragazzo sotto casa. Appena l’hanno visto, in compagnia di un amico, sono saltati addosso a entrambi, li hanno storditi con lo spray e hanno costretto Angel a salire nel veicolo. «Ho pensato tra me e me: ecco, è questo il momento in cui mi uccideranno», racconta.

Dopo l’allarme, la polizia israeliana ha iniziato a rintracciare il ragazzo. E grazie alle telecamere di sicurezza posizionate lungo le strade è riuscita a scoprire la destinazione della macchina. Dopo mezza giornata di botte e minacce, i poliziotti hanno fatto irruzione nella stanza in cui era tenuto prigioniero. Mettendo fine, almeno per il momento, a un incubo formato famiglia.

Leonard Berberi

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