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La denuncia della “Rosa Parks” israeliana: mi hanno minacciata di morte

Tanya Rosenblit, la “Rosa Parks” israeliana (foto di Tzvika Tishler / Ynet)

E ora le minacce. Via sms. Via telefono. Via Facebook. Tanya Rosenblit, la «Rosa Parks» israeliana che ha rifiutato di obbedire agli ordini di un ultraortodosso su un autobus pubblico, ha denunciato di aver  ricevuto diverse minacce di morte. La donna, diventata uno dei simboli dello scontro fra laici e ultrareligiosi in Israele, ha presentato denuncia alla polizia e ha poi riferito delle minacce durante un’audizione del comitato interministeriale sull’esclusione delle donne nello Stato ebraico.

La Rosenblit è stata il mese scorso protagonista di un episodio simile a quello della signora afroamericana che nel 1955 rifiutò di cedere il posto ad un bianco, in uno degli eventi centrali della lotta contro la segregazione razziale negli Stati Uniti.

La donna era salita a bordo di un autobus pubblico in viaggio da Ashdod a Gerusalemme e si era seduta vicino all’autista per avere da lui indicazioni dove scendere. Un ebreo ultraortodosso ha però preteso che si sedesse in fondo, così da mantenere la separazione fra uomini e donne. Lei si è rifiutata e l’uomo ha aperto la porta del mezzo, bloccandolo per mezz’ora, mentre altri suoi amici venivano a dargli manforte. Il conducente ha allora chiamato la polizia. L’agente giunto sul posto ha chiesto alla Rosenblit di obbedire alla richiesta, ma lei ha ancora rifiutato e alla fine gli ultraortodossi sono stati allontanati (uno è stato in seguito arrestato).

© L.B.

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Israele, la protesta choc degli ebrei ultraortodossi vestiti come le vittime dell’Olocausto

La «manifestazione della vergogna» va in scena l’ultimo giorno dell’anno, al calar del sole. Nel quartiere degli ebrei ultraortodossi per eccellenza di Gerusalemme, Mea Shearim, si concretizza la protesta che ha scosso per la seconda volta, nel giro di pochi giorni, tutto il Paese. Quando centinaia di zeloti scendono in piazza vestiti come le vittime dell’Olocausto, con la stella di Davide gialla attaccata al petto, per sostenere il diritto alla separazione dei generi nei loro quartieri e in altri luoghi pubblici.

Ci sono pure tanti bambini. Addobbati come i coetanei – più sfortunati – degli anni Quaranta: giacche pesanti scure, stella imposta dal Nazismo, sguardo perso. A fianco, uomini con le uniformi a strisce dei campi di concentramento. E così sui giornali è stata pubblicata l’immagine simbolo di un pezzo di Paese sempre più lontano dal cuore d’Israele: un ragazzino con le mani alzate in segno di resa. La stessa posa, o quasi, di un altro bambino ebreo, terrorizzato e immortalato da un fotografo nel bel mezzo del ghetto di Varsavia occupato dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

«È sconvolgente e terribile», ha detto il ministro della Difesa, Ehud Barak. «La leadership degli ebrei ortodossi che in generale mostra senso di responsabilità deve sradicare questo fenomeno intollerabile». Parole al vento. Perché loro, gli ebrei che fanno della religione il loro unico stile di vita, non vogliono sentire ragioni. E chiedono – anzi, pretendono – di imporre le loro regole su pezzi dello Stato ebraico.

La manifestazione del 31 dicembre si svolge in un clima di crescente tensione tra religiosi e laici. C’è una frangia radicale di ebrei ultraortodossi che nelle ultime settimane è stata protagonista di una serie di episodi di discriminazione di donne. Come nel caso di Naama Margolis, la bambina di 8 anni di Beit Shemesh che ha raccontato in televisione di essere stata colpita da insulti e sputi da parte di ebrei ortodossi perché vestita, secondo loro, in modo «immodesto».

Intanto oggi, il primo giorno del 2012, decine di militanti israeliani anti-segregazionisti uomo-donna sono saliti a bordo degli autobus che collegano i quartieri ultra-ortodossi di Gerusalemme per denunciare la regola tacita che obbliga le donne a sedersi nelle file posteriori dei mezzi pubblici. I manifestanti, la maggior parte dei quali giovani, sono saliti sugli autobus in gruppi di 10 e le donne si sono sedute nelle prime file, senza provocare nessuna reazione degli ortodossi a bordo. Ma la sensazione, secondo molti analisti, è che il radicalismo «para-islamico», pur in minoranza, stia diventando sempre più chiassoso. E pericoloso per la tranquillità della nazione.

© Leonard Berberi

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VIDEO / Gli zeloti e la bambina “immodesta”, il servizio tv che scuote Israele

La bambina non ha nemmeno otto anni. È bionda. Biondissima. E magra. Indossa occhiali da vista. Che aiutano a mettere a fuoco quel che le si presenta davanti ogni giorno. E per questo sono una fortuna e una condanna. «Ho paura che mi facciano del male», dice la piccolina. Poi si mette a piangere.

Si chiama Naama Margolis e sta diventando, senza neanche volerlo, il simbolo di una nazione spaventata. Naama Margolis domenica sera è comparsa per pochi minuti nelle case di buona parte del Paese attraverso la tv. Ha mostrato alla telecamera di Channel 2 i suoi occhioni azzurri e spaventati. Ha messo a nudo le debolezze di una società che fa sempre più fatica a gestire il proprio estremismo religioso. Guardatelo il video. Lo trovate sotto. Date un’occhiata al reportage. Anche se non capite nulla d’ebraico, bastano gli sguardi, il tono di voce, le gesta delle mani a dare un senso.

Siamo a Beit Shemesh, sobborgo a ovest di Gerusalemme. Qui la maggior parte degli abitanti è composta da ebrei ultraortodossi, «gli uomini cattivi vestiti di nero». Centomila abitanti e palazzine che vengono su a velocità impressionante.E’ qui, a Beit Shemesh, che sono stati creati i guardiani della moralità. E’ qui, a Beit Shemesh, che le donne più religiose vanno in giro vestite come quelle talebane, velate da capo a piedi e con solo una fessura a mostrare gli occhi.

E’ qui, tra queste strade, che lo scorso fine settimana, quando da noi si stava celebrando il Natale, i funzionari municipali hanno rimosso i cartelli in cui si obbligavano le donne a camminare soltanto su un lato della strada (foto sotto). «Si tratta di discriminazione sessuale vero e proprio», hanno stabilito i giudici.

Ma la rimozione è avvenuta al calar del sole. Per non dare nell’occhio. Anche se a vedere i tanti “buuu” la strategia non ha per nulla funzionato. Ci sono state proteste. Gli ultraortodossi hanno lanciato anche pietre. C’è stato puro uno scontro fisico, durato poco, con la polizia. Il giorno dopo le cose non sono cambiate. Con la differenza che stavolta quegli uomini se la son presa anche con la troupe di Channel 2, una delle tv più seguite nel Paese. A un certo punto il veicolo dei giornalisti è stato preso d’assalto. Una portiera danneggiata, il vetro anteriore spaccato e pietre incastrate.

E’ per questo che, per far capire a tutti cosa succede a Beit Shemesh, il tg di Channel 2, nella sua edizione di punta, ha ritrasmesso la storia di Naama Margolis. Il servizio inizia mostrando la bambina e la sua mamma. Sono su un marciapiede. La bambina sta piangendo. «Non devi avere paura», le dice la madre. Ma lei continua a singhiozzare. «Ho paura – risponde la piccolina – ho paura che mi facciano male». La strada «della paura» per la Margolis è lunga 300 metri: la distanza da casa sua alla scuola che frequenta. E in quei trecento metri, soprattutto nelle ultime settimane, la bambina viene sistematicamente presa di mira da zeloti ortodossi. Le urlano di tutto. Le danno della scostumata. Anche della «sharmuta», della puttana. A lei, un esserino di otto anni.

Gli ultraortodossi non sopportano la piccolina perché «non si veste in maniera sufficientemente modesta». Ma quel quarto d’ora circa di reportage ha sdegnato un intero Paese. Che ha scoperto, all’improvviso, quel che sta succedendo alle porte della propria capitale. La denuncia trasmessa in tv ha fatto discutere. E così, quando poi la troupe di Channel 2 s’è presentata a Beit Shemesh per filmare le limitazioni imposte alle donne da ambienti rabbinici estremisti locali, i giornalisti sono stati circondati e attaccati fisicamente. Mentre lunedì 26 dicembre sono state aggredite altre due troupes televisive. Alcuni poliziotti sono rimasti feriti, mentre circa 300 zeloti lanciavano strali e pietre. La situazione non è per nulla tranquilla. E spaventa il sit-in organizzato martedì 27 dicembre da un gruppo di attivisti di un movimento progressista. In attesa che nelle prossime ore vengano installate 400 telecamere a circuito chiuso sparse per le vie di un sobborgo sull’orlo della guerra civile.

© Leonard Berberi

Il servizio trasmesso su Channel 2 Israel

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