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Verso Eilat, a bordo del “392” (e prima degli attentati)

I terroristi non hanno colpito solo dei civili. Hanno anche scelto di farlo contro i bolidi verdi della Egged, la compagnia di trasporti pubblici più grande del Paese. E non solo. Perché la Egged, in Israele, è quasi un’istituzione. I bus, alcuni vecchi, altri nuovi di zecca, ma tutti con l’aria condizionata, li vedi ovunque. Anche nelle zone colpite spesso dai razzi sparati dai palestinesi di Gaza. Sfrecciano verso Ashqelon, dove ad attenderli c’è una stazione come se ne vedono in quei film ambientati in mezzo al deserto. Viaggiano con solerzia verso Ashdod e Sderot, dove l’asfalto e qualche albero lasciano lo spazio al deserto del Negev. Fanno attenzione quando si avvicinano a Gerusalemme: il muro, per uno strano senso della geografia mediorientale, si vede chilometri prima di entrare nella città santa e contesa.

La Egged, per chi non ha una macchina propria, è un punto di riferimento per muoversi in Israele. E a costi contenuti. Ma il tragitto verso Eilat è un’altra cosa. Lasciata Beersheba, una delle più grandi città dello Stato ebraico, i bus – a volte pieni, a volte no, ma sempre frequentati dai soldati in libera uscita – ecco, i bolidi si infilano in questa strada ad alta velocità in mezzo al deserto rossiccio e roccioso.

Il «392» è una delle linee che porta alla località turistica per eccellenza. Parte da Beersheba, dal Central bus station. Un viaggio di sola andata costa 55 shekel (poco meno di undici euro). Tre ore e cinquanta minuti di percorrenza, cinquantaquattro fermate intermedie, 257 chilometri di strada ben asfaltata e con indicazioni stradali che ricordano le superstrade americane. E alla fine ci si trova nel punto più a sud e in quello più stretto d’Israele. In un soffio si passa da Taba (Egitto) ad Aqaba (Giordania). In mezzo, Eilat.

Nella maggior parte dei casi, il «392» percorre la Highway 12 senza intoppi. Il peggio che può capitare è di affrontare un viaggio in mezzo al nulla senz’aria condizionata o acqua. Perché, per il resto, è anche un percorso abbastanza monotono a furia di vedere sempre il deserto – sia a destra, che a sinistra – oppure qualche paesino abitato da poche migliaia di persone.

Qua e là spuntano queste fermate. Spesso hanno forme strane, qualche volta sono fatte di cemento armato. Seduti, anche a 50 gradi centigradi, ci trovi quasi sempre dei giovani in servizio di leva con il fucile in «stato di riposo», in mano uno smartphone connesso a Internet e cuffie alle orecchie che sparano musica ad alto volume. Sono tutti giovanissimi, molti sono Falash Mura, gli “ebrei neri”, quelli che arrivano dall’Etiopia.

Un po’ di brivido lo si prova solo nel tratto finale. Dove un pezzo della «12» passa a poche centinaia di metri dal confine con l’Egitto. Il punto più vicino? A pochi chilometri da Eilat: l’asfalto è a 20 metri di distanza dalle recinzioni. In situazioni normali – quando al potere c’era ancora Mubarak – nessuno se n’è mai dovuto preoccupare.

Ma poi qualcuno ha iniziato a raccontare delle cose. Per esempio: che la recinzione di frontiera messa su copre solo il 10% del confine israelo-egiziano. Che il punto in cui sono stati attaccati i bus israeliani oggi – tra Netafim e Carmit – è quello più vulnerabile: non c’è una recinzione, non ci sono pattuglie fisse. Ma solo telecamere di sorveglianza e qualche jeep dell’esercito che passa ogni tanto a dare un’occhiata.

Per non parlare dei fondi: 28 milioni di dollari già consegnati nel gennaio 2010 all’autorità che dovrà costruire il confine e un piano che prevede la recinzione lungo i 230 chilometri con l’Egitto entro il 2012. Ma in più di un anno e mezzo di chilometri ne sono stati fatti solo 20.

L’attentato multiplo non cambierà le abitudini degl’israeliani. Ma inizia a porre più di un interrogativo sulla sicurezza delle frontiere dello Stato ebraico.

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“Un anno tranquillo”

Dopo l'arrivo del razzo Qassam (Uriel Sinai / Getty Images / Life)

“Il 2009 è stato uno dei periodi più tranquilli degli ultimi vent’anni: ci sono caduti addosso solo 248 missili”. La normalità vista dagli abitanti di Sderot. Un anno dopo l’attacco israeliano a Gaza. Un anno dopo i 3.200 razzi Qassam lanciati da Hamas.

La città nel centro di Israele e a 3 chilometri dalla Striscia torna a rivivere. E a ritoccare quota 19mila abitanti. Dopo che, in meno di due anni, un quarto della popolazione aveva deciso di lasciare la zona. Stanca delle sirene che preannunciavano l’arrivo di un missile. Sull’orlo di una crisi di nervi per l’impossibilità di uscire di casa e, allo stesso tempo, di vedersi piombare nella camera da letto chili di ferro esplosivo.

Nuove vedute (Uriel Sinai / Getty Images / Life)

Nonostante tutto, la città è tappezzata di cartelli “in affitto” e “in vendita”. I prezzi degli immobili sono risaliti. Secondo il sindaco David Buskali “l’aumento del valore è di almeno il 40-50%”. Quaranta villette sono state appena ultimate e altri 1.400 appartamenti sono pronti per essere realizzati. Grazie ai contributi statali, poi, sono state costruite “stanze di sicurezza”: costruzioni normali, ma con muri spessi almeno 40 cm di cemento armato.

Ma è solo sicurezza fisica. Perché la città deve fare i conti con i dati sconfortanti dei bambini: secondo uno studio recente, otto su dieci soffrono di qualche disordine mentale dovuto allo stress post-traumatico. Ne sa qualcosa Shula Sasson. Suo figlio, sorpreso in strada dal lancio dei missili, ha difficoltà a stare fuori. E a volte si barrica in un angolino del soggiorno di casa.

Il muro del pianto (Uriel Sinai / Getty Images / Life)

Così anche per altri bambini. Soltanto adesso, dopo un anno di lavoro intenso di alcuni psicologi, qualcuno torna a giocare all’aria aperta. Chi a calcio e basket. Chi a hula hoop.

“Sappiamo tutti che questa è una condizione fragile”, dicono gli abitanti. “In qualsiasi momento la violenza può irrompere nelle nostre case”. Per questo, al suono della sirena, tutti – ma proprio tutti – sanno cosa fare: trovare un rifugio. Subito. Anche in meno di 15 secondi.

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Postcards from Middle East / 17

Un ebreo ultraortodosso, guardato a vista dai poliziotti a cavallo, sventola la bandiera con la stella di Davide nei pressi di Sderot, continuamente colpita dai razzi Qassam lanciati da Hamas. La striscia di Gaza è a meno di 3 chilometri. L'uomo, parte di una comitiva composta anche dal sindaco della cittadina e da alcuni ebrei americani, mostra la bandiera proprio in direzione di Gaza City. Ma in segno di pace, questa volta. Alla fine, il gruppo ha liberato nell'aria decine di palloncini e ha chiamato israeliani e palestinesi a vivere in pace (Jim Hollander / Epa)

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