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In Israele scoppia lo scandalo intercettazioni illegali

Piccolo o grande fratello, si vedrà. Resta il fatto che in Israele è scoppiato da qualche giorno il problema intercettazioni. Stavolta, a differenza nostra, non c’entrano né le Procure e nemmeno premier ricattati. Stavolta è tutta colpa della tecnologia. E di clienti – mogli e mariti, soprattutto – che per rispondere alla loro gelosia prendono strade al limite della legge. In tutto questo c’è un giallo vero e proprio: a un certo punto è stato tirato in ballo anche il gabinetto del primo ministro.

E allora. Si è saputo che centinaia di telefonini di cittadini israeliani potrebbero essere in questo momento spiati potenzialmente da chiunque. Quasi tre settimane fa la polizia ha arrestato 22 persone sospettate di aver prodotto, venduto e utilizzato un software in grado di spiare gli smartphone

La notizia, tenuta nascosta per qualche giorno, è piombata nelle redazioni dei giornali da una fonte interna alla polizia. Ad allarmare gli utenti di telefonia è stato il fatto che il dispositivo incriminato, SpyPhone, si poteva comprare tranquillamente via web. Il software costa da un minimo di 315 euro a un massimo di 600 e l’azienda produttrice promette «risultati altamente professionali». Tra le opzioni dell’utente c’è pure quella di ricevere via e-mail una copia di tutti i messaggi inviati e ricevuti da un determinato apparecchio, oltre alla lista delle chiamate.

Le indagini però hanno iniziato a prendere una piega diversa dopo un paio di giorni. Quando uno degli accusati ha raccontato che l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe ricevuto e installato SpyPhone per poter ascoltare le conversazioni dei cittadini. La polizia non ha né confermato, né smentito. Mentre dal gabinetto del premier è arrivata una smentita.

Israele non è però nuova a questo tipo di scandali. Tra vittime e mandanti, decine di compagnie erano state coinvolte sei anni fa in una vicenda di spionaggio industriale gestito da investigatori privati che si erano infiltrati nei telefonini della concorrenza dei propri clienti. L’anno successivo, nel 2006, scoppiò un nuovo scandalo quando venne fuori che il telefono del capo di gabinetto dell’allora primo ministro, Ehud Olmert, veniva tenuto sotto controllo.

Leonard Berberi

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attualità, politica

“Violenze alla domestica”. Nuovo scandalo sulla moglie del premier israeliano

C’è ricascata. E sempre con le domestiche. Ennesimo scandalo politico-famigliare in casa Netanyahu. Sara, la first lady, moglie del primo ministro Benjamin Netanyahu, è di nuovo finita nell’occhio del ciclone (mediatico). Tanto da costringere addirittura l’ufficio del premier a rilasciare un comunicato ufficiale dedicato alle vicende domestiche.

Secondo la televisione Canale 2 la moglie del premier avrebbe avuto un acceso diverbio, sfociato addirittura nella violenza fisica, con una badante nepalese incaricata di accudire suo padre novantaseienne. La donna di servizio si è rivolta a un’associazione che tutela gli immigrati in Israele e ha denunciato la signora Netanyahu d’averla aggredita.

È a questo punto che l’ufficio del premier si è premurato di smentire la versione della nepalese con una «insolita» nota alla stampa in cui si sostiene il contrario: secondo il gabinetto del primo ministro la domestica sarebbe stata in realtà sorpresa a mettere le mani in un cassetto del suocero del premier. A quel punto Sara l’avrebbe rimproverata. La donna, racconta la nota ufficiale, si sarebbe lasciata andare a un attacco di collera procurandosi da sola le contusioni poi lamentate.

La verità, ora, la stabilirà il tribunale. Ma intanto i media annotano che è l’ennesimo episodio in cui una collaboratrice domestica denuncia maltrattamenti, prepotenze e arroganza. Accuse che la donna e suo marito hanno sempre respinto e che l’entourage governativo ha liquidato come il frutto di campagne politico-mediatiche ostili.

L’ultimo precedente risale a gennaio del 2010. Quando l’ex domestica di casa Netanyahu, Lilian Peretz, decise di denunciare la moglie del primo ministro per le umiliazioni subite in sei anni di lavoro e perché Sara non aveva pagato ancora gli straordinari. Anche in quel caso, i riflettori dell’informazione si erano accesi sulla «first couple», attirati anche dalle telefonate minatorie che – a un certo punto – avevano preso di mira l’ex domestica. «Mi manda Bibi, ti conviene ritirare l’esposto entro dodici ore o per te si mette male», continuava a ripetere la voce (anonima) all’altro lato della linea. Così sono dovuti intervenire anche i servizi segreti. Anche perché «Bibi» è il diminutivo del premier.

La vicenda, poi, s’era chiusa un mesetto dopo. Sara Netanyahu aveva deciso di chiudere il contenzioso versando all’ex domestica 23mila shekel (quasi 4.500 euro). Ma aveva anche tenuto a precisare che le accuse erano infondate. «L’ho trattata come una sorella, con affetto e calore», disse ai microfoni. Ora, alla coppia ministeriale, toccherà risolvere l’ennesima grana domestica. Come se al marito non bastassero quelle politiche ed economiche.

(Twitter: @leonard_berberi)

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attualità, sport

E anche in Israele scoppia lo scandalo nel calcio

Partite truccate, arbitri accomodanti, presidenti di club coinvolti nell’affaire. Scommesse. E, tanto per non farsi mancare nulla, anche interi pezzi della malavita organizzata. È l’Italia? Non in questo caso. Perché lo scandalo calcistico degli ultimi giorni ha il suo epicentro in Israele. A Petah Tikva, per la precisione, pochi chilometri a est di Tel Aviv. (continua QUI)

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