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L’Onu: nessun boom dell’economia palestinese (e Israele non aiuta)

Luci e ombre. Come sempre. Solo che stavolta le seconde son più delle prime. Perché, è vero, ci sono stati segnali positivi negli ultimi anni a livello economico in quella parte di Cisgiordania affidata al governo dell’Autorità nazionale palestinese. Ma è anche vero che tutto questo non cancella le (tante) contraddizioni e i (troppi) punti deboli dell’area. Tradotto: il boom economico tanto annunciato non c’è stato.

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Ucciso in Cisgiordania famoso attore arabo-israeliano

È cambiato qualcosa in Cisgiordania. Qualcosa s’è rotto nel meccanismo che negli ultimi mesi – pieno di difetti com’era – aveva comunque garantito una certa tregua tra Israele e Palestina. Poi a un certo punto qualcuno decide di entrare in casa di coloni e uccide componenti di una stessa famiglia (padre, madre, tre figli piccolissimi). E qualcun altro decide, alla luce del giorno e in mezzo a una via affollata del campo profughi di Jenin, di fare fuori un altro mezzo israeliano.

Juliano Mer-Khamis, 52 anni, dice poco o nulla a chi vive fuori dal Medio Oriente. Ma nell’area faceva parte di quell’elenco di personaggi che rendeva la società palestinese meno conflittuale. E poteva farlo, lui. Un attore di teatro e di cinema nato dall’unione di un’israeliana, Arna Mer, e di un palestinese cristiano, Saliba Khamis.

La macchina insanguinata di Juliano Mer-Khamis dopo l'omicidio dell'attore arabo-israeliano a Jenin, in Cisgiordania (foto Afp)

A Jenin Mer-Khamis gestiva il «Teatro della Libertà». E proprio lì stava andando con la sua macchina. Ma appena sceso, alcuni uomini a volto coperto gli hanno sparato cinque colpi di pistola. Juliano è morto sul colpo e la salma è stata trasportata all’istituto di medicina legale Abu-Kabir.

L’omicidio ha scosso l’opinione pubblica palestinese. Mer-Khamis era uno di casa in Cisgiordania. Tant’è vero che aveva la residenza doppia: sia ad Haifa che a Jenin. «Troveremo i colpevoli e li puniremo in modo esemplare per questo delitto efferato», ha commentato il primo ministro palestinese Salam Fayyad. «Questo omicidio rappresenta una violazione palese dei valori della nostra gente».

Juliano Mer-Khamis era noto per aver interpretato diversi film israeliani e stranieri. E non aveva mai negato la sua partecipazione politica a favore della causa palestinese. Cinque anni fa aveva creato il «Teatro della Libertà» assieme all’ex leader della Brigata dei martiri di al Aqsa, Zakariya Zubeidi.

Il teatro era rivolto ai bambini del campo profughi di Jenin ed era diventato un importante centro culturale, così come era stato un analogo teatro gestito a Jenin dalla madre negli anni Ottanta. Khamis era stato minacciato più volte per la sua attività in città. Nel 2009, erano circolati nel campo profughi volantini che lo accusavano di essere una quinta colonna israeliana e promettevano di ridurlo al silenzio con le armi. E il teatro ha dovuto subire molti attacchi notturni. L’ultimo, sempre nel 2009, quando la porta principale è stata incendiata da ignoti.

In un’intervista di due anni fa al quotidiano online “Ynet”, Mer-Khamis aveva ammesso di avere paura di venire ucciso da estremisti. «Ma cosa posso farci? Non sono un uomo che fugge». Aveva ricordato il suo passato nei paracadutisti dell’esercito israeliano e faceva affidamento su questo – sulla preparazione fisica – per sopportare la paura e la morte.

Quando il giornalista gli aveva chiesto il perché dei volantini minacciosi, l’attore non aveva esitato a dare una risposta chiara: «Ci sono palestinesi che stanno impazzendo perché c’è un mezzo israeliano al vertice di uno dei più importanti progetti culturali della Cisgiordania. È ovvio che si tratta di razzismo ipocrita». E aveva poi concluso con una frase che, riletta oggi, ha un che di sinistro: «Sarebbe veramente spiacevole morire per colpa di un proiettile palestinese, dopo tutto questo lavoro nel campo profughi».

© Leonard Berberi

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Gerusalemme, bomba alla fermata del bus: un morto e 39 feriti. In Israele torna il terrore

Il bus della linea "74" che si trovava alla fermata dove è esploso l'ordigno, a nord di Gerusalemme (foto Gil Yohanan)

Certe scene, a Gerusalemme, non le vedevano dal 2008. In quel quartiere, poi, non era mai successo nulla. Fino alle tre di mercoledì pomeriggio. Quando da un borsone abbandonato a una fermata dei bus di trasporto pubblico a pochi passi dalla Stazione centrale è partita un’esplosione violentissima. Tanto da mandare in frantumi le vetrate di auto, case e uffici. E da far ripiombare Israele negli anni più bui della sua esistenza.

LE VITTIME – Il bilancio, ancora provvisorio, registra una vittima – una donna di 59 anni arrivata agonizzante in ospedale – e 39 feriti. Tra questi tre versano in gravi condizioni, ma non rischierebbero comunque la vita, e due sarebbero partorienti. La maggior parte ha tra i 15 e i 30 anni, hanno fatto sapere dal Shaare Zedek Medical Center, uno dei centri ospedalieri dove sono stati medicati i civili.

Parcheggiato vicino alla pensilina della deflagrazione è rimasto solo il bus della Egged Lines, numero 74. Quello che porta in direzione Maale Adumim, uno dei cinque insediamenti ebraici più grandi in Cisgiordania. Un caso?

Quel che resta dopo l'esplosione (foto Associated Press)

I SOCCORSI – Le emittenti tv israeliane, ormai concentrate tutte sull’attentato, non indicano presunti responsabili. Per ora si limitano a mostrare il luogo dell’esplosione, i feriti, il sangue versato sull’asfalto, i soccorsi. Già, i soccorsi. È tornata, nelle facce di chi sta dando una mano, quell’espressione di smarrimento, paura e orrore che non si vedeva da mesi. Nonostante questo, hanno dato una mano tutti: medici, paramedici, soldati, volontari, gente comune. Guanti alle mani – per non inquinare la scena del delitto soprattutto – hanno retto barelle, coperto le ferite, trasportato le vittime negli ospedali della città.

LE INDAGINI – Secondo i primi rilevamenti, la bomba, nascosta in un borsone abbandonato tra una cabina del telefono e la pensilina dei bus, pesava circa due chili e pare fosse collegata a un cellulare per l’esplosione a distanza. Il dispositivo era imbottito anche di chiodi, così da renderla ancora più pericolosa. «Purtroppo non abbiamo avuto nessun allarme prima dell’attentato», ha detto Yitzhak Aharonovitch, della sicurezza interna, al quotidiano online Ynet. Per prudenza la polizia ha elevato lo stato di allerta in tutto il Paese.

I soccorsi subito dopo l'attentato (foto Associated Press)

I TESTIMONI – «Ero seduto all’interno del bus numero 75», racconta uno dei feriti, Yair Zimerman, di 29 anni. «Quando c’è stata l’esplosione ho chiesto all’autista di avvicinarsi il più possibile alla fermata dell’attentato». Yair, un volontario, ha iniziato a soccorrere i più gravi. «Ho visto una colonna di fumo levarsi in cielo, subito dopo lo scoppio», ha detto Shlomo Steiner, uno dei dipendenti alla stazione centrale dei pullman di Gerusalemme. «C’erano persone che correvano ovunque, tra cui questo ragazzo di una yeshiva (scuola religiosa ebraica) che aveva le gambe in fiamme».

LE REAZIONI – Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si stava preparando a partire per un viaggio diplomatico in Russia. Ma ha deciso di posticipare la partenza e ha riunito il cabinetto d’emergenza. Mentre il sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, ha lanciato un appello alla cittadinanza a «elevare il livello di attenzione» di fronte a eventuali pacchi sospetti per prevenire il rischio di attentati. Da Gaza, il Comitato di resistenza popolare ha esultato e ha dichiarato che tutto questo è successo per «rispondere ai crimini d’Israele». Ma da Ramallah, il quartier generale dell’Autorità nazionale palestinese, il presidente Mahmoud Abbas ha condannato l’attentato. Così come il primo ministro Salam Fayyad. Anche se Abbas non ha mancato di criticare Israele per il blitz su Gaza, in risposta ai razzi di Hamas.

Dagli Usa, il presidente Barack Obama ha espresso cordoglio per le vittime e per le vittime palestinesi di ieri a Gaza. Ma ha anche sottolineato che Israele, «così come tutti gli altri Paesi, ha diritto ad auto-difendersi». «Non vi è mai alcuna possibile giustificazione per il terrorismo», ha proseguito Obama nella dichiarazione diffusa dalla Casa Bianca. «Gli Stati Uniti chiedono ai gruppi responsabili di mettere fine a questi attacchi una volta per tutte».

© Leonard Berberi

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