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Negoziati, Israele verso il sì alla bozza di Kerry. Ecco i sei punti del piano di pace coi palestinesi

Il segretario di Stato Usa John Kerry (il secondo da sinistra), nel tavolo con il capo dei negoziatori israeliani Tzipi Livni (di fronte) e il capo della delegazione palestinese Saeb Erekat (foto di Craig Ruttle/Ap)

Il segretario di Stato Usa John Kerry (il secondo da sinistra), nel tavolo con il capo dei negoziatori israeliani Tzipi Livni (di fronte) e il capo della delegazione palestinese Saeb Erekat (foto di Craig Ruttle/Ap)

«Noi ci siamo, noi ci stiamo. Diciamo ok, andiamo avanti con la bozza di Kerry. Ma i palestinesi? Sono d’accordo?». Sono ore delicate. A Gerusalemme e a Ramallah. Ma anche a Washington. Perché, a meno di colpi di scena dell’ultimo momento, per la prima volta lo Stato d’Israele dovrebbe dire «sì» al piano del segretario di Stato Usa, John Kerry. A spiegarlo è la tv israeliana Canale 2 e nessuna smentita o precisazione è arrivata dal governo. L’unica incertezza, per il premier Benjamin Netanyahu, è la tenuta della maggioranza. Il ministro dell’Economia e del commercio, Naftali Bennett, da giorni si dice contrario ad alcuni punti della bozza di accordo. E minaccia di lasciare l’esecutivo, portandosi via i parlamentari del suo partito, Jewish Home Party.

Resta ora da capire cosa farà l’Autorità palestinese. Da giorni voci e indiscrezioni convergono sul fatto che il presidente Mahmoud Abbas sarebbe contrario. Uno, in particolare, il punto delicato: il riconoscimento dello Stato ebraico d’Israele. Secondo Abbas non c’è bisogno. Mentre Saeb Erekat, capo dei negoziatori palestinesi, si dice apertamente contrario. «Quando voi dite che dobbiamo “accettare Israele come uno Stato ebraico”, voi ci state chiedendo di cambiare la storia: i miei antenati hanno vissuto in questa regione 5.500 anni prima che Joshua Bin-Nun venisse e incendiasse la mia città natale Gerico», ha detto Erekat in un panel a Monaco di Baviera davanti a centinaia di persone e soprattutto davanti alla controparte israeliana, Tzipi Livni.

John Kerry (a sinistra) insieme a Martin Indyk, inviato speciale americano per i negoziati israelo-palestinesi all'aeroporto "Ben Gurion" di Tel Aviv lo scorso 5 gennaio (fotp Brendan Smialowski/Pool/Ap)

John Kerry (a sinistra) insieme con Martin Indyk, inviato speciale americano per i negoziati israelo-palestinesi all’aeroporto “Ben Gurion” di Tel Aviv lo scorso 5 gennaio (fotp Brendan Smialowski/Pool/Ap)

Insomma le incertezze – sei mesi dopo l’avvio dei colloqui di Pace dopo anni di stallo – restano ancora molte. Per ora si fanno un po’ più chiare le finalità della bozza di accordo tra le due parti. Un piano che poggia su sei punti.

Il primo: riconoscimento reciproco. Gl’israeliani ammettono l’esistenza dello Stato palestinese. I palestinesi di quello israeliano. O meglio: quello ebraico d’Israele.

Il secondo: sicurezza. Le due parti, quando e se l’accordo sarà firmato, acconsentiranno alla creazione di una zona «cuscinetto» lungo il confine tra il futuro Stato palestinese e la Giordania. Un’area di sicurezza che prevede la costruzione di una lunga barriera, l’installazione di sensori e il controllo aereo attraverso i droni.

Il terzo: scambio di territori. Si dovrebbe tornare ai confini pre-1967. La bozza prevede poi che il 75-80 per cento dei coloni lasci la Cisgiordania per trasferirsi nello Stato ebraico. Il tutto con un indennizzo sia per gli ebrei che decideranno di spostarsi, sia per i rifugiati palestinesi che hanno dovuto abbandonare i loro villaggi dal 1948 in poi. Su questo punto, però, secondo fonti americane, ci sarebbe anche una postilla: i coloni potrebbero essere lasciati liberi di restare nei loro insediamenti, ma dovranno accettare la sovranità palestinese.

Il Muro del Pianto e, sopra, la Spianata delle Moschee di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo per Falafel Cafè)

Il Muro del Pianto e, sopra, la Spianata delle Moschee di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo per Falafel Cafè)

Il quarto: lo status di Gerusalemme. Per ora, nella bozza viene menzionata in modo molto vago e di fatto dovrebbe portare – in caso di firma degli accordi – a una sorta di «congelamento» della sua situazione. Negli ultimi mesi, nonostante le pressioni di John Kerry, le due parti non sono riuscite a trovare un punto in comune.

Il quinto: la situazione dei rifugiati palestinesi. Riceveranno un indennizzo (come spiegato nel terzo punto), ma non potranno chiedere di ritornare nei villaggi dove hanno vissuti padri, nonni e antenati e ora in pieno territorio israeliano

Il sesto: fine di tutti i conflitti e di tutte le richieste da entrambe le parti. La firma degli accordi di Pace prevede che tra i due Paesi si riparta da zero. Né Gerusalemme, né Ramallah potranno avanzare pretese, richieste, così come non potranno chiedere altri risarcimenti per quello che è successo fino a ora.

© Leonard Berberi

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Quei colloqui di pace “arrivati a un punto morto”: tra israeliani e palestinesi restano le divergenze

Il mediatore israeliano Tzipi Livni, il segretario di Stato Usa John Kerry e il mediatore palestinese Saeb Erekat a Washington lo scorso luglio per l'inizio del nuovo giro di colloqui di pace

Il mediatore israeliano Tzipi Livni, il segretario di Stato Usa John Kerry e il mediatore palestinese Saeb Erekat a Washington lo scorso luglio per l’inizio del nuovo giro di colloqui di pace

Tu chiamali, se vuoi, colloqui di pace. Perché per ora «le tavolate sono a un punto morto». Hai voglia a organizzare ancora incontri. A mantenere la segretezza. A stare alla larga dai flash dei fotografi. A fare di tutto per non far capire cosa succede in quei vertici. A smentire addirittura che le due parti si siano incontrate ieri, la settimana scorsa o un mese fa.

«Cinque settimane di discussioni, zero progressi», dice Yasser Abed Rabbo, uno dei consiglieri più fidati del presidente palestinese Mahmoud Abbas, intervistato ai microfoni della radio La voce della Palestina. «Questi colloqui sono già diventati inutili e non porteranno a nessun risultato se gli americani non faranno alcuna pressione».

Cinque settimane. Cinque incontri. Il primo il 29 luglio. L’ultimo, a Gerusalemme, martedì scorso. In mezzo, e di fronte, il mediatore israeliano Tzipi Livni (che è anche ministro della Giustizia) e quello palestinese, Saeb Erekat. E un confronto tra le proprie «agende» nazionali: le richieste degl’israeliani, le richieste dei palestinesi. La sintesi, per ora, non è stata trovata. E nemmeno le basi per l’accordo.

L’ufficio del premier Benjamin Netanyahu non conferma, né smentisce. Così come l’entourage di Tzipi Livni. Washington, a luglio, è stata chiarissima: niente dichiarazioni alla stampa, niente aggiornamenti, niente indiscrezioni. Niente di niente. Promessa mantenuta dallo Stato ebraico. Più volte rotta, soprattutto negli ultimi giorni, dai palestinesi.

Le posizioni, dicono i bene informati, restano distanti. Proprio sulle questioni «chiave» di tutta la questione israelo-palestinese. Il presidente Abbas – e il popolo insieme a lui – chiede Gerusalemme Est. Ne vuole fare la capitale del futuro Stato della Palestina. «È la mia “linea rossa”», avrebbe detto Abbas, «non firmerò nessun accordo se nel documento non c’è scritto che Israele ci restituisce quel pezzo di città che ci spetta».

Un colono guarda l'insediamento ebraico di Maaleh Adumim, a Gerusalemme Est. Dichiarata città nel 1991 conta ormai 35 mila abitanti (foto Ap)

Un colono guarda l’insediamento ebraico di Maaleh Adumim, a Gerusalemme Est. Dichiarata città nel 1991 conta ormai 35 mila abitanti (foto Ap)

I palestinesi hanno riesumato anche la bozza di accordo del 2008 tra le due parti, quando alla guida del governo israeliano c’era Ehud Olmert. Il documento prevedeva la cessione di sovranità a Ramallah del 94% della Cisgiordania. Nel restante 6% lo Stato ebraico si sarebbe tenuto gli insediamenti più grandi e in cambio avrebbe dato ai palestinesi un 6% del proprio territorio. Punti che Netanyahu ha già respinto: «Non sono obbligato a tenere conto della bozza di Olmert».

A spostare i colloqui di pace verso un binario praticamente morto sarebbero anche le proposte degl’israeliani: sì allo Stato palestinese, ma – spiega all’Associated Press un anonimo alto esponente di Ramallah – «con frontiere provvisorie e senza toccare decine di insediamenti e avamposti militari, pari al 40% della Cisgiordania». Nella West Bank, oggi, si contano più di 500 mila israeliani che vivono nelle colonie ebraiche. E per i palestinesi è uno dei punti fondamentali di ogni discussione: non ci deve essere nessun futuro per i coloni in quel pezzo di terra.

«Gli israeliani continuano a dire di metterci a discutere sui confini provvisori», racconta ancora l’alto esponente palestinese, «mentre noi ripetiamo a loro: “Ok, ma prima dobbiamo accordarci sul fatto che il confine sarà quello esistente prima del 1967”».

Tu chiamali, se vuoi, colloqui.

© Leonard Berberi

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