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L’esercito, il massacro, la politica e il coma: vita (e foto) di Ariel Sharon

Ariel Sharon, nel 2001, appena diventato primo ministro (foto di Menahem Kahana/Afp/Getty Images)

Ariel Sharon, nel 2001, appena diventato primo ministro (foto di Menahem Kahana/Afp/Getty Images)

Tra le figure più controverse della politica israeliana, Ariel Sharon ha segnato profondamente la storia del Paese. Fu per decenni il volto duro di una politica ostile ai palestinesi per poi, inaspettatamente, cambiare rotta, decidendo il ritiro dalla Striscia di Gaza e fondando un partito di centro. Una parabola che fu bruscamente interrotta dal coma, dal quale non si riprese più.

DA GENERALE A MINISTRO – La storia politica di Sharon inizia quando si guadagna la fama come generale durante la guerra arabo-israeliana del 1973. Fu lui a guidare le forze israeliane lungo il Canale di Suez bloccando parte dell’esercito egiziano e capovolgendo in favore di Israele l’esito del conflitto. Guadagnata la fama, viene eletto quello stesso anno deputato nel Likud, il principale partito di centrodestra del Paese.

Sharon, durante la guerra del 1967, controlla la frontiera con il Sinai egiziano. In quel periodo era il comandante di una divisione che vinse una battaglia strategica per le sorti del conflitto (foto di Yossi Greenberg/Gpo)

Sharon, durante la guerra del 1967, controlla la frontiera con il Sinai egiziano. In quel periodo era il comandante di una divisione che vinse una battaglia strategica per le sorti del conflitto (foto di Yossi Greenberg/Gpo)

SABRA E SHATILA – Ministro dell’Agricoltura prima e della Difesa poi, è il protagonista dell’invasione del Libano del 1982, segnato dal massacro dei campi profughi palestinesi a opera delle milizie cristiane maronite, alle quali le forze isaeliane lasciarono mano libera. Da allora il nome di Sharon è stato sempre legato in particolare alla strage del campo di Sabra e Shatila, nel quale furono uccise centinaia o migliaia di persone, a seconda delle fonti. Per quella strage Sharon fu accusato di crimini di guerra ma il suo principale accusatore, Elie Hobeika, capo delle milizie maronite, fu ucciso in un attentato.

Durante l'offensiva in Libano e con una Beirut sotto il controllo dell'esercito isrealiano, centinaia di palestinesi che vivevano nei campi profughi di Sabra e Shatila vennero massacrati dalle milizie dei falangisti (alleati dello Stato ebraico) il 16 settembre 1982 (foto di Ramzi Haidar / Afp / Getty Images)

Durante l’offensiva in Libano e con una Beirut sotto il controllo dell’esercito isrealiano, centinaia di palestinesi che vivevano nei campi profughi di Sabra e Shatila vennero massacrati dalle milizie dei falangisti (alleati dello Stato ebraico) il 16 settembre 1982 (foto di Ramzi Haidar/Afp/Getty Images)

LA PASSEGGIATA NELLA SPIANATA DELLE MOSCHEE – Nel 2000 Sharon si distinse per un drammatico gesto dimostrativo, che innescò per reazione la seconda Intifada palestinese: il 28 settembre, accompagnato da un migliaio di militanti, entra nella Spianata delle moschee di Gerusalemme, luogo sacro ai musulmani e tradizionalmente controllato dai palestinesi.

Nel settembre del 2000, Sharon - scortato da centinaia di agenti e poliziotti - decide di visitare il Monte del Tempio, conosciuto dai musulmani come Moschea di Al Aqsa. Una scelta che scatenò la collera dei palestinesi e, secondo molti, portò alla Seconda Intifada (Awad Awad/Afp/Getty Images)

Nel settembre del 2000, Sharon – scortato da centinaia di agenti e poliziotti – decide di visitare il Monte del Tempio, conosciuto dai musulmani come Moschea di Al Aqsa. Una scelta che scatenò la collera dei palestinesi e, secondo molti, portò alla Seconda Intifada (Awad Awad/Afp/Getty Images)

LA CAMPAGNA CONTRO GLI ACCORDI DI OSLO – Fece una dura campagna contro gli accordi di Oslo del 1993 (quelli che portarono alla storica foto della stretta di mano tra il leader Olp Yasser Arafat e il premier israeliano Yitzhak Rabin, tra le braccia del presidente Usa Bill Clinton), che prevedevano il ritiro delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, e affermavano il diritto palestinese all’autogoverno attraverso la creazione dell’Autorità nazionale palestinese.

IL CONFINO DI ARAFAT E LA COSTRUZIONE DEL MURO  Sharon vinse le elezioni nel 2001 e divenne primo ministro. Fu lui a confinare Arafat a Ramallah, città della Cisgiordania dalla quale il leader palestinese non potè più muoversi fino al ricovero a Parigi, dove morì. Sulla stessa morte di Arafat pesano tuttora sospetti di avvelenamento. E fu sempre Sharon a volere la costruzione del muro, una barriera che circondava tutta la Cisgiordania.

Uno dei tanti incontri e dei tanti colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: sopra l'appuntamento del 2003 ad Aqaba, in Giordania, tra l'allora presidente Usa George W. Bush (al centro), Ariel Sharon (a sinistra) e il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Avi Ohayon/Afp/Getty Images)

Uno dei tanti incontri e dei tanti colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: sopra l’appuntamento del 2003 ad Aqaba, in Giordania, tra l’allora presidente Usa George W. Bush (al centro), Ariel Sharon (a sinistra) e il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Avi Ohayon/Afp/Getty Images)

IL RITIRO DA GAZA – Nel 2003 però qualcosa cambiò. Sharon avviò il dialogo con Mahmoud Abbas (più noto col soprannome di Abu Mazen), primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese. In seguito annunciò l’intenzione di ritirare i soldati israeliani da Gaza, cosa che fece nel 2005, pur mantenendo il controllo del suo spazio aereo e dello specchio di mare antistante (ragione per la quale i movimenti filo-palestinesi la definiscono una «prigione a cielo aperto»).

E' il 2005: l'allora premier Sharon decide di ritirare i soldati israeliani dalla Striscia di Gaza e spingendo i coloni residenti ad abbandonare la zona. Una decisione che non venne gradita tanto che ci furono molte proteste, come questa a Gush Katif (foto Roberto Schmidt/Afp/Getty Images)

E’ il 2005: l’allora premier Sharon decide di ritirare i soldati israeliani dalla Striscia di Gaza e spingendo i coloni residenti ad abbandonare la zona. Una decisione che non venne gradita tanto che ci furono molte proteste, come questa a Gush Katif (foto Roberto Schmidt/Afp/Getty Images)

LA NASCITA DI KADIMA – Nello stesso anno Sharon lasciò il Likud per fondare un proprio partito moderato di centro, Kadima, in cui confluì anche Shimon Peres. Pochi mesi dopo però fu colpito da una grave emorragia cerebrale e andò in coma. Nel frattempo aveva vinto le elezioni ed era stato nominato nuovamente primo ministro. L’11 aprile 2006, visto il permanere del coma, fu destituito e sostituito da Ehud Olmert. (LaPresse)

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Esce la biografia “controversa” di Ariel Sharon

Non è ancora uscito in libreria, è stato visionato solo da un paio di giornalisti, ma fa già discutere. Tanto che qualcuno ha iniziato a mettere in dubbio gli anni al comando dell’esercito e del Paese. La biografia di Ariel Scheinermann (più famoso con il cognome successivo, Sharon), l’ex premier israeliano in coma da gennaio 2006, uscirà nelle librerie dello Stato ebraico tra qualche giorno. Ma al suo interno ci sono notizie che rischiano di mettere in difficoltà anche i massimi dirigenti palestinesi.

Il libro (“Sharon – La vita di un leader”), iniziato da Ariel quand’era ancora in forze, è stato ultimato dal figlio Gilad «dopo aver affondato le mani in scatoloni di cartone pieni di appunti» del padre. Ci sono anche interviste a dirigenti politici – come l’ex presidente Usa George W. Bush e l’ex premier britannico Tony Blair – che cercano di contestualizzare meglio ogni momento storico.

Ed è proprio la contestualizzazione a creare imbarazzi. Il principale quotidiano del Paese, lo Yedioth Ahronoth, è stato l’unico a visionare la biografia in anteprima. E ha scritto che ci sono alcune «sorprese». Come un documento – o meglio: uno stenogramma – relativo a un incontro segreto (verso gli inizi del Duemila) fra Simon Peres, allora ministro degli esteri (ora presidente del Paese), e Abu Mazen, il leader palestinese in corsa per il ruolo di primo ministro e stretto collaboratore di Yasser Arafat, presidente dell’Anp.

Ecco, c’è scritto nel documento, che «se si sapesse di questo incontro, sarei un uomo morto»: sono le parole dette da Abu Mazen a Peres. E ancora: Abu Mazen avrebbe anche aggiunto che «Arafat non è una persona realistica». Gilad Sharon scrive che Peres aveva parlato con il leader palestinese di un vero e proprio piano per estromettere politicamente Arafat. Aggiunge anche che il padre ne era stato informato.

Il libro ripercorre anche le polemiche dell’estate del 2005. Quando Sharon decise di sgomberare gli insediamenti ebraici dalla Striscia di Gaza. Gilad racconta di essere stato lui stesso – già nell’ottobre del 2003 –, a consigliare al padre di mettere al sicuro i circa ottomila coloni che vivevano nell’area «perché nella Striscia non avrebbero avuto nessun futuro circondati com’erano da un milione e mezzo di palestinesi ostili».

C’è spazio anche per il massacro dei libanesi nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. Correva l’anno 1982 e in piena guerra del Libano, Ariel Sharon si sarebbe opposto alla costituzione della Commissione ufficiale di inchiesta sulle stragi. Lo stesso organismo che poi, alla fine, chiese e ottenne la sua rimozione dalla guida del ministero della Difesa per aver fatto entrare nei campi i falangisti e «per non aver previsto e impedito le stragi».

Dall’entourage di Abu Mazen hanno smentito le anticipazioni sul libro di Gilad Sharon. Ma da Gaza qualcuno ha iniziato a far notare che in quegli anni i rapporti tra l’attuale presidente dell’Anp e Gerusalemme erano fin troppo cordiali. Intanto sulla stampa israeliana sono comparse anche i primi commenti. «Se la versione di Gilad Sharon è vera, costituisce una macchia nella biografia di Sharon», è stato scritto in un editoriale pubblicato sul free press nazionalista “Israel ha-Yom” (Israele Oggi). «Viene fuori l’immagine di un premier populista flaccido, non di uno statista alla Ben Gurion, come invece amava presentarsi». Il diretto interessato non può ovviamente rispondere. Bloccato com’è da un letto d’ospedale e dai tubi che lo tengono in vita per non si sa ancora quanto.

Leonard Berberi

[Nella foto in alto, Ariel Sharon nel 1982 durante il conflitto con il Libano; più in basso la copertina del libro e il figlio Gilad, autore dell’ultima parte della biografia]

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