cultura

E una band israeliana finisce sulla copertina di una rivista dell’Iran

In Europa non se n’è accorto nessuno. Negli Usa nemmeno. Anche se la notizia – normale altrove – tanto solita in Medio Oriente non lo è. Soprattutto quando coinvolge Israele e Iran.

Succede che una band di metallari israeliani – gli Orphaned Land – continua a rompere tabù nel mondo arabo. E dopo aver conquistato il Nordafrica e i vicini-nemici (Libano, Siria), è finita nella copertina di una delle riviste specializzate più lette in Iran. Alla faccia delle relazioni – inesistenti – tra i due paesi. Senza considerare che le foto del servizio e della cover sono state scattate e curate da altri due israeliani.

Il periodico – “Divan” – si occupa soprattutto di musica rock, metal e rap (domanda: ma nella teocrazia di Ahmadinejad la musica “occidentale” non era stata mica messa al bando?). Nell’ultimo numero i componenti del gruppo di Petah Tikva si sono vestiti in tutti i modi (religiosi) possibili: chi da arabo, chi da Gesù, chi da ebreo. Senza calcolare il vistoso décolleté dell’unica donna della band.

«Sono ancora stupito di quello che è successo», ha detto al quotidiano elettronico “Ynet” Kobi Farhi, il cantante degli Orphaned Land. «Ancora una volta la musica dimostra un grande potere nell’abbattere tutte quelle barriere che mettono sui i politici».

A dare una mano alla popolarità del gruppo – nato nel 1991, quattro album all’attivo – è stata la decisione di combinare diversi tipi di musica: da quella yiddish a quella araba, passando attraverso accenni cristiani e ortodossi. Tanto che le loro canzoni sono ascoltate a Rabat, Il Cairo, Tel Aviv, Gerusalemme, Ramallah, Beirut, Teheran. Anche se il maggior numero di fan ce l’hanno in Turchia, dove ogni anno – blitz sulla Mavi Marmara o meno – partecipano ai raduni musicali. Quasi a confermare, per l’ennesima volta, che dietro ogni governo che alza muri, c’è sempre qualcuno – un musicista, uno scrittore, un regista – che quell’ammasso di mattoni lo distrugge.

Leonard Berberi

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attualità

Il capo di Penthouse: “Apriremo un club a luci rosse a Gerusalemme”

Cosa potrà mai succedere se provi a mettere un club esclusivo a luci rosse firmato Penthouse in una delle vie centrali di Gerusalemme, la Città Santa? Gli effetti si dovranno ancora vedere. Ma l’annuncio di sicuro non è di buon auspicio. E rischia soltanto di portare ancora più caos in una città che ne farebbe volentieri a meno.

L’idea, folle o geniale a seconda dei punti di vista, è venuta a Marc Bell, 43 anni, ebreo e amministratore delegato del gruppo pornografico Penthouse.

Ha una fortuna stimata in 250 milioni di dollari, stava per fallire soltanto l’anno scorso, ma in visita con la moglie nello Stato ebraico, s’è fermato a Gerusalemme e ha pensato bene di fare un annuncio pubblico.

«Mentre milioni di uomini in tutto il mondo sfogliano le ragazze attraverso le pagine della nostra rivista – ha detto Bell – qui, in Israele, gli uomini avranno la possibilità di toccarle davvero con mano queste bellezze. Per questo ho intenzione di aprire un Penthouse Club nella capitale ebraica».

Dagli ultraortodossi non è stata detta nemmeno mezza parola. Ma chi conosce bene i capi del quartiere religioso di Mea Shearim scommette che pur di non far aprire un posto simile «metteranno a ferro e fuoco la città».

Ad attirare Bell e consorte è stata «la carenza di luoghi d’intrattenimento per i giovani e l’alto potenziale commerciale della capitale». «Ho visto un sacco di club per adulti nel paese – ha continuato l’a.d. di Penthouse – e devo ammettere che non sono sufficientemente attraenti. Qui c’è una grande opportunità economica».

E mentre Bell immagina già il giorno dell’inaugurazione – «Tante belle ragazze seminude che accompagnano i primi clienti» – a Gerusalemme iniziano a chiedersi se l’uomo voglia davvero sfidare i precetti morali e religiosi che resistono da secoli.

Leonard Berberi

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