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Sondaggio: i giovani israeliani privilegiano la sicurezza, l’ebraicità e l’uomo forte

Privilegiano la sicurezza dello Stato ai diritti dei cittadini. Preferiscono l’uomo forte più dello Stato di diritto. E ancora: danno la priorità all’idea di uno Stato ebraico piuttosto che a quella di uno Stato democratico.

È la fotografia dei giovani israeliani della generazione di domani scattata da una ricerca condotta dalla “Friedrich Ebert Foundation” e dal “Center for Political Economics” del Dahaf Institute. Lo studio – che conferma e accentua uno spostamento a destra registrato di recente da numerosi altri sondaggi – è stato realizzato su un campione rappresentativo di ragazzi israeliani ebrei di età compresa fra 15 e 18 anni, in gran parte nativi d’Israele e di tutte le origini geografico-familiari possibili.

Il 60% si dichiara sedotto dall’immagine dell’uomo forte in politica, mentre addirittura il 70% ritiene che la sicurezza dello Stato debba prevalere sui valori democratici. La maggioranza vorrebbe limitare i diritti della comunità arabo-israeliana (1,5 milioni di persone su poco più di 7 milioni) e il 46% pretende di vietarne pure la rappresentanza parlamentare.

Interpellati sugli obiettivi di riferimento, il richiamo alla difesa del carattere ebraico d’Israele (cavallo di battaglia dell’attuale premier Benjamin Netanyahu e dal suo ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman) s’è rivelato prevalente. A indicarlo è stato il 33,2% (erano appena il 18% nel 1998), mentre risulta quasi dimezzato il numero di quelli che privilegiano la natura democratica d’Israele (il 14,3% rispetto al 26,1 del 1998) o di chi reputa prioritaria la pace con i vicini (18% contro 28).

Leonard Berberi

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Israele, via al piano per far rientrare 4.500 “cervelli”

Quattromilacinquecento. Tanti sono i “cervelli” israeliani sparsi per il mondo. Lontani da Israele perché attratti dai soldi, dalle migliori prospettive per la ricerca, dalla stabilità politica.

Ma ora le cose sono cambiate. Sia nello Stato ebraico, sia nella ricerca scientifica israeliana. I laboratori di Tel Aviv, di Dimona e di Be’er Sheva non hanno nulla da invidiare a quelli degli Usa o dell’Europa.

È così che 4.500 persone, tra scienziati, accademici ed esperti di informatica, sono finiti in questo elenco speciale. L’obiettivo: raggiungere ognuno di loro e convincerli a ritornare in Israele. Il dossier, riservato, contiene tutte le informazioni, persino gli indirizzi di casa e di lavoro. E, a fianco, un programma individuale per riprenderseli.

Il professor Trachtenberg, membro della commissione interministeriale che si sta occupando del rientro dei "cervelli" (foto di Alex Kolomoisky)

Il progetto è stato messo in piedi da due imprenditori israeliani: il dottor Nurit Eyal e Dan Vilensky. Insieme, hanno deciso di tentare la mossa senza precedenti. Aiutati dal Ministero della scienza e della tecnologia, e finanziati dallo Yad Hanadiv Foundation, i due hanno utilizzato tutti i canali esistenti nel mondo per raggiungere e classificare ogni singolo ricercatore, scienziato, informatico con passaporto israeliano.

Stando ai dati pubblicati, ci sono 3.348 “cervelli” israeliani negli Usa, 385 in Canada, 340 in Gran Bretagna, 131 in Australia e poche altre centinaia sono sparsi negli altri paesi. Più della metà di questi si occupa delle nuove tecnologie e di informatica.

La prossima fase, ora, è il contatto umano: si tratterà di mettersi a parlare con ogni singolo “cervello” e convincerlo a tornare in Israele. Offrendogli, com’è nei progetti di questi giorni, di andare a lavorare in uno dei trenta centri di eccellenza che dovranno essere messi a punto nei prossimi mesi.

«I “cervelli” israeliani avranno a disposizione tutta una serie di garanzie per il loro ritorno», anticipa il professor Manuel Trachtenberg, membro della commissione interministeriale che si sta occupando della questione. Un esempio? «Chi tornerà in patria, avrà a disposizione non soltanto un buon stipendio, ma anche 500mila dollari di finanziamenti per cinque anni per sviluppare i propri progetti e una cattedra in una delle università israeliane».

L’interesse per i “cervelli” fuori dal paese si spiega nei numeri forniti da uno studio. Ogni israeliano che torna indietro porta una “dote” intellettuale e scientifica quantificabile in 800mila euro. Molto più di quanto pagherebbe lo Stato ebraico per riprenderseli.

Leonard Berberi

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La studio: l’integratore vitaminico aumenta la possibilità di una gravidanza

L’hanno sempre usato come integratore vitaminico anti-invecchiamento. Lo si trova in tutte le farmacie e anche in qualche supermercato. Ma ora, dopo uno studio, si scopre che è anche un farmaco che può ridare speranza alle donne che non hanno figli. Perché triplica la possibilità di rimanere incinta e di portare a termine una gravidanza.

Gli scienziati del Meir Medical Center insieme all’Università di Tel Aviv hanno trovato un forte legame statistico tra la molecola DHEA dell’integratore vitaminico (usato contro l’invecchiamento) e i tassi di gravidanza nelle donne sottoposte a trattamento per infertilità. «Abbiamo visto che la parte di donne che aveva preso l’integratore aveva tre volte la probabilità di concepire rispetto a chi non l’aveva assunto», ha detto il professor Adrian Shulman, direttore dell’unità di ginecologia e ostetricia del Meir Medical Center.

«Raccomandiamo alle donne che vogliono avere un bambino di assumere il DHEA almeno 4-5 mesi prima della gravidanza vera e propria», ha consigliato il medico.

Il DHEA è uno steroide naturale che si trova nel cervello. E pensare che lo studio – rivela il professor Shulman – «è partito solo per smentire gli aneddoti di chi ingeriva l’integratore che parlavano di una facilità nel rimanere incinte».

Leonard Berberi

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