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Postcards from Middle East / 75

Lui si chiama Ahmed, ha 15 anni e lo scorso 24 settembre ha sposato Tala Soboh, una ragazzina di 14. I due si sono promessi eterno amore a Beit Lahiya, nella Striscia di Gaza e pochi passi dal confine con Israele. La coppia vive in una casa di tre stanze insieme ad altri nove parenti. Ahmed lavora come netturbino insieme al padre e guadagna 5 dollari al giorno (foto di Mohammed Salem/Reuters)

Lui si chiama Ahmed, ha 15 anni e lo scorso 24 settembre ha sposato Tala Soboh, una ragazzina di 14. I due si sono promessi eterno amore a Beit Lahiya, nella Striscia di Gaza e pochi passi dal confine con Israele. La coppia vive in una casa di tre stanze insieme ad altri nove parenti. Ahmed lavora come netturbino insieme al padre e guadagna 5 dollari al giorno (foto di Mohammed Salem/Reuters)

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attualità

Torna la violenza di Hamas: decine di razzi contro Israele e botte ai giornalisti stranieri

Gli effetti di uno dei razzi sparati dai miliziani di Hamas sul suolo israeliano (foto Roee Idan)

È stata una giornata di guerra. Non solo in Libia. Ma anche a Gaza. Un sabato di mortai, attacchi aerei, vittime e minacce ai giornalisti. Dopo giorni di proclami ieri dalla Striscia è partita una lunga serie di attacchi contro il fronte israeliano. Almeno cinquanta proiettili di mortaio sono stati sparati dai miliziani di Hamas verso la parte meridionale del deserto del Negev. Colpi quasi tutti andati a vuoto. Tranne uno, finito sulla comunità agricola di Pithat Shalom: due persone sono rimaste ferite e una casa ha subito danni.

A quel punto la replica dell’esercito israeliano non s’è fatta attendere. Carri armati e artiglieria di terra sono entrati in azione sul confine sud-orientale della Striscia di Gaza. Poi è stata la volta di un paio di incursioni aeree. Secondo fonti mediche, cinque miliziani e un bambino palestinese sarebbero rimasti feriti. L’esercito israeliano ha anche comunicato di aver ucciso due terroristi posizionati lungo la frontiera.

Il premier Benjamin Netanyahu ha definito «molto grave» quest’ultima violazione della tregua di fatto in vigore teoricamente dalla fine dell’offensiva “Piombo Fuso” di due anni fa e ha fatto intendere ulteriori ritorsioni, ribadendo di essere deciso a «proteggere i cittadini israeliani con tutti i mezzi necessari».

Uno dei palestinesi feriti dal raid israeliano di sabato mattina viene portato in ospedale per le prime cure (foto Associated Press)

Meno diplomatico il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, leader di Israel Beitenu (partito di estrema destra). Da sempre contrario a qualunque concessione negoziale nei confronti dei palestinesi, ha inviato una protesta formale alle Nazioni Unite e ha scritto che «gli attacchi odierni, avvenuti mentre si discute di riconciliazione fra l’Autorità nazionale palestinese e Hamas, dimostrano come il sostegno internazionale che i palestinesi chiedono sarebbe nei fatti sostegno a uno Stato terrorista».

Miliziani di Hamas (foto Reuters)

Le tensioni continuano anche all’interno della parte politica palestinese. Come confermano la parole di Sami Abu Zuhri. Il portavoce dell’ala dura di Gaza è tornato ieri a scagliarsi contro Fatah, il partito di Abu Mazen rimasto in sella nella sola Cisgiordania dopo la sanguinosa presa del potere di Hamas nella Striscia nel 2007. Zuhri ha avvertito che l’annunciata visita conciliatoria di Abu Mazen a Gaza non potrà esserci prima del rilascio di «tutti i prigionieri politici» detenuti in Cisgiordania. E ha accusato Fatah d’aver «sobillato da Ramallah» i giovani protagonisti di alcuni insoliti raduni “non autorizzati” promossi in settimana a Gaza per invocare l’unità nazionale e protestare contro la divisione tra fazioni.

Raduni che la forza pubblica di Hamas ha disperso con la violenza. E dei quali i miliziani islamici non hanno gradito neppure la copertura mediatica, come testimoniano le irruzioni compiute sabato mattina nelle sedi di Gaza City della tv dell’agenzia internazionale Reuters e d’un service locale che fornisce assistenza video all’agenzia americana Associated Press. I miliziani – una decina in tutto – hanno sequestrato le telecamere, hanno picchiato un giornalista, minacciato gli altri e hanno finito il loro raid con il pestaggio di due operatori palestinesi.

© Leonard Berberi

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attualità, politica

Israele contro Reuters: “Modifica le foto per metterci in cattiva luce”

La guerra dei coltelli. Scomparsi. Spariti. O meglio: tagliati dalle foto immesse nel circuito internazionale. È bastato un semplice editing di qualche millimetro per scatenare la rabbia di Gerusalemme contro l’agenzia Reuters. Tanto da spingere il ministro per l’informazione, Yuli Edelstein, a rivolgersi al gruppo britannico per «chiarire la scomparsa dei coltelli dalle foto distribuite a tutti i media del mondo» relative al blitz sulla Mavi Marmara.

Un coltello, anzi due, che fa la differenza. Le foto, pubblicate per la prima volta dal quotidiano turco Hurriyet, mostravano i soldati israeliani in difficoltà nei confronti degli attivisti pro-Gaza. Solo che quelle stesse istantanee, una volta rilanciate dalla Reuters, non avevano più i coltelli.

Foto ritoccata e foto originale a confronto: la Reuters ha messo in rete entrambe le immagini, ma il dettaglio del coltello - impercettibile - fa la differenza secondo l'autorità israeliana (foto Reuters)

Una svista? Una scelta editoriale? O, peggio, una decisione politica? «Niente di tutto questo – hanno replicato i vertici dell’agenzia –. Le foto tagliate sono state ripubblicate anche nella versione con il coltello. Quelle editate sono frutto di considerazioni di carattere grafico».

E infatti le foto originali compaiono subito dopo. Ma la decisione della Reuters ha ricordato la polemica del 2006. Quando, durante la guerra del Libano, l’agenzia fu accusata di aver “aggiustato” un’immagine che mostrava le distruzioni provocate da un bombardamento israeliano.

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attualità

“Lo spettacolo è finito”. Hamas ferma il concerto rap sulla Striscia di Gaza

Miliziani di Hamas (foto Reuters)

Avevano appena iniziato la loro performance. Tesi, entuasiasti, pieni di voglia di fare. Il teatro, un auditorium, stracolmo, la musica avviata da qualche secondo e il cuore che batte a mille. I ragazzi del gruppo  rap di Gaza, i “b Boy”, avevano appena iniziato. Ma neanche il tempo di finire la prima canzone che un gruppo di miliziani targati Hamas irrompe sul palco, ferma tutto e urla “lo spettacolo è finito”.

“Ho tentato di convincere uno dei poliziotti che il rap era dedicato al rispetto per le persone, ma lui era irremovibile e sosteneva che fosse un ballo immorale”, ha raccontato all’agenzia Reuters uno dei rapper palestinesi. Ma gli ufficiali di Hamas negano e spiegano che lo show è stato interrotto perchè gli organizzatori non avevano chiesto alla polizia il permesso di dare vita all’evento.

Sapere chi dice la verità e chi le bugie non sarebbe – in teoria – molto difficile da trovare. Ci sono delle registrazioni video, telecamere che hanno impresso su pellicola quello che è davvero successo. Peccato che – rivela il Centro palestinese per i diritti umani – la polizia abbia sequestrato tutto il materiale e arrestato per alcune ore sei membri del gruppo rap.

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attualità

Nei tunnel di Gaza ora ci passano pure le auto

(foto Afp)

Prima erano dei tunnel piccolissimi. Ora sono diventati così lavorati, così ben progettati e così ben forniti che ormai ci passa di tutto. Anche le macchine. Che, per arrivare dall’Egitto alla Striscia di Gaza, venivano prima smontate, poi fatte passare pezzo per pezzo, quindi rimontate alla luce del sole in quel di Hamas Town.

Ora non c’è più bisogno. Raccontano i corrispondenti dell’agenzia Reuters che ora le macchine passano così come sono, in tutta la loro grandezza, in alcuni tunnel illegali che collegano la Striscia di Gaza all’Egitto. Chiedere, per informazioni, a Hamdi Abu Kuresh, 60 anni, che ha da poco ricevuto – via tunnel – una Hyundai Alantra, anno di produzione 2010, tutta nuova di zecca e soprattutto intatta.

Il blocco economico imposto da Israele costringe a trovare vie di passaggio alternative. E i tunnel, nonostante sia sempre più vicino l’accordo Cairo-Gerusalemme per distruggerli, sono ormai l’unico collegamento con il mondo esterno. La domanda e l’offerta di prodotto – macchine comprese – passa tutto sui tunnel. Chiusi quelli, si ferma l’intera economia della Striscia.

Ma i costi, per i palestinesi, comunque restano alti. Dice Kuresh che la sua nuova auto costa, in Egitto, 20 mila dollari. Ma che, quando arriva a Gaza, aumenta di oltre il 50%. La sua Hyundai, per esempio, è costata – tra prezzo del veicolo e tasse di registrazione e passaggio via tunnel – 31 mila dollari.

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attualità, economia, politica

Carenza di fosforo

Il mercato del pesce di Khan Younis, nella Striscia di Gaza (foto Reuters)

C’è chi si avventura oltre il limite marittimo consentito mettendo nel conto di non tornare mai più sulla terraferma. Chi rischia di rimanere intrappolato in uno dei tanti tunnel che portano all’Egitto. E chi usa delle piccole vasche. Si fa di tutto pur di portare sulle tavole palestinesi un po’ di pesce.

Nella Striscia di Gaza isolata dal mondo – a nord e a est da Israele, a sud dal governo di Mubarak – anche il mercato ittico risente del blocco. Così, se i pescatori della Striscia non possono avventurarsi oltre le 12 miglia (se hanno il permesso) e quando lo fanno rischiano di prendersi le pallottole delle pattuglie israeliane (che teme siano terroristi di Hamas), le uniche due possibilità sono anche vecchi metodi dalle parti di Gaza.

La prima: ricorrere ai tunnel clandestini che collegano la Striscia all’Egitto. “Ma spesso, quasi un terzo del carico – conservato in impacchi di ghiaccio – arriva già avariato”, racconta Suleyman Itta, un rivenditore.

La seconda: ricorrere all’itticoltura. Anche se, si lamenta il ristoratore Ahmed Abu Haseera, “i clienti chiedono sempre il pesce cresciuto in mare perché ha più sapore. Ma i tempi sono difficili e bisogna arrangiarsi”.

L’agenzia britannica Reuters, in un suo reportage rilanciato dall’edizione on line dello Yedioth Ahronoth, è andata a vedere come funziona il mercato del pesce a Gaza.

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