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Le colline, il deserto, le proteste Viaggio in Israele e Palestina

In una stradina di Idhan, in Cisgiordania, a un chilometro dalla Linea Verde che separa Israele e West Bank (foto di Simone Giovanni Colombo)

In una stradina di Idhna, in Cisgiordania, a un chilometro dalla Linea Verde che separa Israele e West Bank (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

L’autore delle istantanee lo conosco. Abbiamo studiato nella stessa università. Abbiamo litigato – e continuiamo a farlo – su tutto quello che riguarda Israele e Palestina, Gerusalemme e Gaza, Hamas e Netanyahu. Perché lui, Simone Giovanni Colombo, 30 anni del Lecchese, è dichiaratamente, smaccatamente filo-palestinese. Il che poco – o mal – si concilia con il mio stare fuori dalla diatriba su chi abbia ragione e chi torto.

E però Simone ha un talento, o un dono: sa fare foto. Le sa fare bene. Riesce a cogliere angoli di Medio Oriente che spesso sfuggono agli altri. Eppoi, certo, ha un’ottima tempistica degli scatti. Cosa che non guasta, anzi.

«Quando normalmente parto per un viaggio fotografico – racconta Simone – parto con la consapevolezza che il mio compito sarà quello di riprendere il più possibile i momenti salienti della mia giornata o un particolare evento programmato». Quindi ecco la «sveglia all’alba per trovare condizioni di luce ideale e cosi per tutto il giorno in attesa dello scatto buono». Questi sono alcuni degli scatti del suo viaggio in Israele e Cisgiordania.

© Leonard Berberi

La Porta di Damasco, uno degli ingressi alla Città Vecchia di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

La Porta di Damasco, uno degli ingressi alla Città Vecchia di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Un camion della Coca Cola a nord di Ramallah, in Cisgiordania  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Un camion della Coca Cola a nord di Ramallah, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Nuove costruzioni a Ramallah  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Nuove costruzioni a Ramallah (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Le scritte contro i coloni ebrei sul muro di un campo sportivo di Ramallah, in Cisgiordania  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Le scritte contro i coloni ebrei sul muro di un campo sportivo di Ramallah, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Una delle stazioni degli autobus di Hebron, in Cisgiordania  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Una delle stazioni degli autobus di Hebron, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Si scava e si lavora a Beit Einun, a qualche chilometro di distanza da Hebron  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Si scava e si lavora a Beit Einun, a qualche chilometro di distanza da Hebron (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Tra le colline rocciose del villaggio di Al-Tuwani, a sud di Hebron (foto di Simone Giovanni Colombo / Falafel Cafè)

Tra le colline rocciose del villaggio di Al-Tuwani, a sud di Hebron (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Proteste e lacrimogeni a Bil'in, villaggio a ridosso del muro di separazione (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Proteste e lacrimogeni a Nil’in, villaggio a ridosso del muro di separazione (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

La Città Vecchia di Nablus, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

La Città Vecchia di Nablus, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Nel Deserto del Negev, in Israele (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Nel Deserto del Negev, in Israele (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Il Mar Morto (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Il Mar Morto (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Il tramonto sul Mar Morto (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Il tramonto sul Mar Morto (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

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Un giorno a Gerusalemme

Un giorno a Gerusalemme. Da Ovest a Est. E viceversa. Il fotografo Spencer Platt è andato in giro per conto dell’agenzia Getty Images lungo le vie della Città Santa domenica 30 novembre 2014. Ha immortalato la vita nei quartieri dove vivono gli ebrei ultraortodossi, ha fatto un salto nella parte vecchia, poi si è soffermato in quella a maggioranza araba. Ecco il fotoreportage. (l.b.)

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Un giorno con la sposa siriana

Dovrebbe essere un giorno di festa. La musica dovrebbe dire a tutto il villaggio che una donna si unisce in matrimonio a un uomo. Le lacrime, poi, dovrebbero diventare il simbolo della vita che passa, dei figli che crescono e della nascita di una nuova coppia. C’è tutto questo. Ma, visto il contesto in cui il matrimonio si svolge – il confine Israele-Siria – il giorno di festa, la musica, le lacrime sintetizzano il dramma di decine di migliaia di persone che vivono nel territorio conteso del Golan.

La scorsa settimana questo blog ha parlato di due ragazzi che dallo stesso pezzo di terra vanno in Siria a rifarsi una vita. Per non tornare mai più. Così come loro, lo stesso discorso vale anche per le spose. Una volta unite in matrimonio a un siriano e una volta oltrepassato il confine – controllato dalle Nazioni Unite – diventano cittadine dello Stato “nemico” (per Israele). La storia delle spose siriane è stata raccontata in modo magistrale da Eran Riklis nel lungometraggio “The Syrian Bride“. In questo video fotografico vedrete le istantanee di un’altra sposa siriana. Una sposa vera, questa volta. (l.b.)

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Yoav, Imanu’el e il sogno perduto dell’ebraismo

IMANU’EL (Samaria) – Tira un vento, alle due del pomeriggio, che Yoav deve fare molta fatica a tenersi la kippah in testa. E il terriccio rosso e leggero di cui è ricoperto questo pezzo di mondo ci mette poco a spiccare il volo. Così l’uomo deve proteggersi pure il naso e la bocca. Yoav ha 49 anni e la voce di chi non nutre più nessuna speranza. Ha la faccia piena di rughe e le mani callose. Un passato negli Stati Uniti e un sogno in Medio Oriente. Ora se ne sta seduto sul marciapiede con i bordi bianchi e rossi della strada principale di Imanu’el.

Tutt’intorno c’è la grande valle desertica della Cisgiordania settentrionale. Con qualche albero qua e là. Qualche gregge di pecore. E macchine dell’esercito israeliano che appaiono, svoltano per le strade, scompaiono. Sul cucuzzolo di una collina c’è Imanu’el, insediamento ebraico abitato da circa tremila abitanti. Le case, quasi tutte ville a schiera, sono ordinate. Per arrivarci ci sono due possibilità: o sbagliare strada, perdendosi nel reticolo di vie asfaltate e passaggi di terra battuta. Oppure arrivarci intenzionalmente, seguendo la strada dei pastori.

Nel centro commerciale dell’insediamento, fresco e bene illuminato, non si vede l’ombra di un cliente. Poco lontano c’è un cartello con la scritta “vendesi” ricoperto di polvere. L’ufficio postale è chiuso. E dei negozi alimentari solo un paio sono aperti. Buona parte degli edifici che un tempo ospitavano attività commerciali sono sbarrati con grandi pannelli in legno o acciaio. E non c’è traccia di una banca. «Se ne sono andati via molto tempo fa», dice Yoav.

Imanu’el non è un insediamento qualsiasi. È il sogno spezzato dell’ebraismo. Doveva essere la prima città moderna degli ebrei ultra-ortodossi. Di quelli che avevano lasciato il Midwest americano per rifondare l’ebraismo quaggiù, a migliaia di chilometri di distanza e in mezzo al nulla. Quando fu posata la prima pietra di Imanu’el, nel 1981, i progettisti parlarono di cittadina «splendida e sofisticata», con appartamenti «spaziosi». E parchi. E giardini. E un treno. E il trasporto in elicottero da e per le grandi città. Per dire: Bnei Brak, un ammasso di case alla periferia di Tel Aviv, il luogo preferito dagli ultraortodossi della costa israeliana, ecco a Bnei Brak, negli anni ’80, i muri erano tappezzati da poster che invitavano a trasferirsi a Imanu’el.

I coloni se lo ricordano ancora il giorno più bello di Imanu’el: l’inaugurazione dell’insediamento. Quando, tra luci e fuochi d’artificio, si esibì Mordechai Ben David, un cantante chassidico famosissimo. Ad ascoltarlo, più di 50mila persone. Tra cui Ariel Sharon, ex primo ministro israeliano, e i leader religiosi dell’ebraismo odierno.

Smaltita la sbornia della festa, vennero i giorni più duri. Due anni più tardi la società di costruzioni dichiarò il fallimento e i sogni di Imanu’el crollarono insieme ai prezzi delle case. «Quello che vedi oggi è stato costruito negli anni Ottanta, nei mesi di attività della ditta», racconta Yoav.

Poi il nulla. Vennero il degrado. L’abbandono. L’Intifada palestinese con quegli attentati ai bus che arrivavano carichi di persone e valigie e sogni. Molti si spaventarono. Perché qui, nel cuore della Samaria, nessuno era più sicuro. Molte famiglie chiusero le proprie case e se ne andarono altrove.

Ora Imanu’el è un posto ancora più tormentato. Perché alle incursioni palestinesi si sono sostituite le divisioni in seno all’ebraismo. Con ashkenaziti (ebrei arrivati dall’Europa) e seferditi (provenienti dalla Spagna) e mizrahi (Nord Africa e Medio Oriente) che da qualche mese hanno iniziato a non parlarsi. A non frequentarsi. E a creare divise con colori differenti a seconda della corrente religiosa.

Ultimo, in ordine di tempo, il caso di due ragazzine. Per di più amiche tra di loro. Ad un certo punto la direzione della scuola elementare ha stabilito che ashkenaziti e mizrahi dovranno indossare grembiulini identificativi. La Corte Suprema israeliana ha parlato di discriminazione, a Tel Aviv hanno fatto la voce grossa, a Gerusalemme, invece, hanno preferito tacere. Tranne il presidente Simon Peres. Che, di fronte ai giovani, ha detto: «Ho un’età che mi ha fatto vedere di tutto e non posso tollerare quanto sta succedendo in Samaria». Ma il risultato, per ora, non è cambiato: le due amiche continuano a vivere da separate in classe.

«Non è più un sogno, è un incubo», continua Yoav. Ma andarsene da Imanu’el? Yoav ci pensa su. Passa qualche secondo. Volta gli occhi verso le ville a schiera. Poi dice: «Non ho più nessun posto dove andare a vivere. La mia vita finirà in questo insediamento».

Leonard Berberi

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attualità

La dura vita dei parrucchieri palestinesi

Il parrucchiere per sole donne Adnan Barakat, fotografato di fronte agli specchi della vetrina del suo negozio (foto BBC)

In tutta la Striscia di Gaza ce ne saranno cinque o sei. E avranno ancora pochi giorni a disposizione. Poi scompariranno. Dovranno spegnere i phon, buttare tinte e lacche e chiudere il negozio. Una volta per tutte. E’ il triste destino dei parrucchieri per sole donne per le vie di Gaza City e delle altre città della Striscia.

Il corrispondente della Bbc, Jon Donnison, è andato a parlarci. E ha trovato Adnan Barakat, da 25 anni al servizio della capigliatura delle donne palestinesi. Poi s’è fatto raccontare da Hatem el-Ghoul, un altro parrucchiere per sole donne, quelle volte in cui il negozio è stato attaccato con delle piccole bombe.

Il pugno duro della polizia di Hamas colpisce tutti. E la divisione tra ciò che compete alle donne e ciò che tocca agli uomini arriva fino a questo punto. Tanto da costringere i pochissimi parrucchieri palestinesi a riprogrammare il proprio futuro. Perché – ordinano i miliziani – gli uomini non potranno più tagliare i capelli delle donne.

Hatem al-Ghoul, anche lui parrucchiere per sole donne, racconta che il suo negozio è stato attaccato con esplosivo per due volte, tra il 2007 e il 2008 (foto BBC)

“Forse è meglio andare a lavorare in Somalia o Afghanistan”, racconta ironico Adnan Barakat. Poi si fa serio: “Non c’è più vita per me a Gaza”. “Se vengono e mi costringono a chiudere – continua Adnan – l’unica cosa che posso fare è starmene a casa, seduto sul divano a guardare la tv tutto il giorno. Ch’è quello che fanno i miei coetanei che il lavoro non ce l’hanno e non lo cercano nemmeno”.

Il negozio di Adnan ha pochi clienti al giorno. E al posto dei vetri ci sono degli specchi che riflettono quello che succede sulla strada.

“Sono venuti due volte nel mio negozio, tra il 2007 e il 2008, e hanno fatto esplodere due esplosivi nel cuore della notte”, racconta Hatem el-Ghoul. Non ha idea di chi possa essere stato, ma spiega che questo tipo di cose è successo soltanto ai parrucchieri per le donne, non ad altri.

Adnan e Hatem intanto continuano a tagliare. Fino a quando i miliziani non busseranno alla porta e costringeranno loro due, e gli altri tre o quattro colleghi a fare altro. Come se vent’anni fossero passati invano. Insomma, non è più tempo di tagliare i capelli, ma di tagliare la corda. E’ la teocrazia, bellezza!

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Appunti di viaggio / 2

ASHQELON – Arida e deserta. Con edifici chiari, strade vuote e il ronzìo dell’aria condizionata sempre presente. A vederla così uno non direbbe mai che è stata la causa dell’attacco a Gaza dello scorso inverno. Perché questa è stata Ashqelon, insieme alla «compagna di sventure» Sderot. Entrambe le città sono state colpite dai razzi Qassam di Hamas. I buchi sui tetti delle case, l’asfalto di una piazza squarciato e alcuni cartelli di avviso lo testimoniano. E per questo – almeno in via ufficiale – migliaia di soldati, centinaia di carri armati e munizioni (poco) convenzionali hanno fatto capire ai militanti di Hamas chi è che comanda nell’area.

Ashqelon, 110mila abitanti, dista una cinquantina di chilometri da Tel Aviv. La strada, asfaltata a nuovo e piena di cartelli in perfetto stile americano, alterna complessi industriali a zone desertiche. A volte è sabbia rossa. A volte terriccio. All’orizzonte il deserto del Negev. Qua e là cumuli di case basse. Bianche e nuove. Ogni tanto, ai bordi della strada, c’è qualche cantiere aperto. La manodopera – tutta di origine centrafricana – resiste e lavora sotto al sole quasi a picco.

Nel bus che porta all’ultima città prima della Striscia di Gaza la metà dei passeggeri indossa una divisa militare (in Israele la leva è obbligatoria dai 18 anni in su: 3 anni per i maschi, 2 per le donne). Ragazzi dall’aria stanca, annoiata. Alcuni dormono. Altri non si staccano un attimo dal proprio telefonino. A fianco, i fucili d’assalto con i caricatori attaccati con l’adesivo al corpo dell’arma. «Quest’anno finisco – mi dice un ragazzo sulla ventina – e poi potrò girare il mondo. Fare quello che fate voi europei: dormire in ostello a Barcellona, fare le ore piccole a Ibiza, bere un sacco di birra. Insomma, divertirmi». Ha i capelli cortissimi, gli occhiali Ray Ban sulla testa e le cuffie del lettore mp3 che pendono sulla giacca verde.

Il ragazzo non smette un secondo di scrivere messaggini. Anche quando risponde alle domande. Cosa va a fare ad Ashqelon? «Torno alla base – risponde – poi insieme agli altri andremo a Gerusalemme a vedere la città». Perché il servizio di leva in Israele è anche questo. Soprattutto questo. Gite – rigorosamente in divisa – nei luoghi simbolo di Israele.

«Un lavaggio del cervello», mi racconterà un’ex riservista sul lungomare di Tel Aviv. «Per due, tre anni non fanno altro che dirti che il Paese rischia l’estinzione, che bisogna difenderlo sempre. Che bisogna essere pronti ad imbracciare un fucile e ad uccide il nemico senza esitazione. Altrimenti ci sarà un altro Olocausto. E a quel punto sarà solo colpa nostra, perché non saremo stati in grado di difendere il nostro popolo». «La leva è il migliore modo di insegnare l’educazione civica», replicano i sostenitori della naja a questo tipo di interventi. Il dibattito, in Israele, è aperto. A tratti acceso. Ma di questo, i ragazzi con destinazione Ashqelon, non si interessano.

Il bus, intanto, si ferma in posti dove non c’è anima viva. Se non quella di altri soldatini in attesa di salire sui mezzi pubblici. Le divise verdi spuntano dal nulla e si riparano dal sole nascondendosi in pensiline di cemento e dalle forme improbabili.

La strada che porta al cuore di Ashqelon è un vialone pulito e con molto verde ai bordi. La città si estende per molto e spesso il cielo domina la visuale. Ma la stazione dei bus è un posto abbastanza squallido. Vicino, un supermercato con un agente della sicurezza all’ingresso che controlla qualsiasi zaino o contenitore prima di fare entrare i clienti.

Kippah e crocs. È l’abbigliamento di buona parte degli abitanti di Ashqelon. Copricapo spesso ricamato o di stoffa. Ai piedi, invece, questi sandali-zoccoli molto alla moda e molto venduti in Israele. Se chiedi com’è la vita, rispondono: «normale».

Ed è vero. Almeno a vedere quello che si fa ad Ashqelon: le persone vanno in Posta, fanno la spesa, bagnano le piante, passeggiano lungo i portici. «Anche se lo sguardo è sempre rivolto verso l’alto», dice – con un perfetto inglese – una ragazza che gestisce un fast food in HaGvura Rd, vicino al Municipio. Lei il sistema per difendersi l’ha trovato: «Se i razzi vengono da sud, basta camminare in modo tale da avere un edificio tra te e la posizione di Gaza». Sorride mentre prepara il falafel per due ragazzi. «È anche vero, però, che i razzi colpiscono soprattutto la parte meno abitata della città, non il centro», ci tiene a precisare. L’ultimo razzo? «A giugno, se non ricordo male. Ma ormai non ci faccio più caso».

Un po’ per abitudine. Perché ci si abitua a tutto, anche a oggetti di morte che piovono dal cielo senza che ci si possa fare qualcosa. Un po’ perché – a detta di alcuni – tra loro e la Striscia di Gaza c’è ormai un ammasso tale di soldati dell’esercito israeliano da costituire una garanzia.

Forze di sicurezza e abitanti di Ashqelon sembrano la stessa cosa. Ogni volta che passa una macchina della polizia o dell’esercito si percepisce un’aria di complicità e di ammirazione. Un po’ meno quando a incrociarsi sono arabo-israeliani e macchine verdi. I soldati li perquisiscono con gli occhi. I musulmani li sfidano. Via così, per metri e metri. Fino a quando non spariscono dalla visuale.

Quando il sole cala su Ashqelon la terra brucia ancora e l’aria condizionata continua a rappresentare l’unico sollievo. A pochi chilometri da qui c’è Gaza. Vista da lontano è un pasticcio di costruzioni. Un ammasso informe e silenzioso. Ma sempre pronto ad esplodere.

© Leonard Berberi

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reportage

Appunti di viaggio / 1

Scorcio di Beit Sahour. In fondo, le costruzioni dell'insediamento israeliano (foto L.B.)

BEIT SAHOUR (West Bank) – Nassar Ibrahim è un signore magro e con pochi capelli. Fuma tante sigarette al giorno. E sempre in modo nervoso. Nassar Ibrahim è tante cose insieme: giornalista, scrittore, studioso. E un attivista per la Palestina.

Incontro Nassar nel bel mezzo dell’estate di quest’anno, negli uffici dell’Alternative information center, agenzia stampa dell’area, a Beit Sahour. A pochi chilometri da Betlemme e dal muro che separa Israele dalla West Bank. L’altra redazione dell’Aic è a Gerusalemme.

La stanza di Nassar è semplice e ha tutto l’essenziale: due scrivanie, due pc, una grande libreria. Sui muri sono appese delle cartine. Negli scaffali, invece, centinaia di libri. Qualche romanzo. Ma soprattutto dossier sulla condizione dei palestinesi. Numeri, foto, testimonianze. “Abbiamo il materiale necessario per accusare Israele per crimini contro l’umanità”, dice Nassar. Un po’ ci scherza. Anche perché lui è il primo dei disillusi.

“Anni e anni di denunce non sono servite a niente”, ammette Nassar. E via, a fumare un’altra sigaretta. Nel frattempo arriva un esponente di Al Fatah. Viene liquidato in fretta. Prevedibile la domanda sul movimento palestinese. “Un ectoplasma – sentenzia il direttore -, un organo incapace di governare una città, figuriamoci una nazione”. E Hamas? “Il peggio che ci potesse capitare”, risponde secco. Ma poi fa capire di non volerne parlare più di tanto.

L’Aic si proclama indipendente. Anche se, a leggere il sito, la questione israelo-palestinese viene vista soltanto dal versante West Bank. Informazione poco obiettiva? “Ma se Israele viene e ti piazza un muro alto otto metri tra casa tua e il terreno che coltivi o, peggio, il pozzo dal quale estrai l’acqua per vivere, c’è bisogno di fare informazione obiettiva? Basta descrivere i fatti nella loro crudeltà”, si arrabbia. Poi però non spiega i morti nei bus di Tel Aviv e Gerusalemme. E gli attentati nei centri commerciali. O meglio, giustifica così: “Quando crei delle condizioni di restrizione di tutte le libertà personali, non puoi pensare di allevare un vicino di casa calmo e pacifico”.

Il fatto, paradossale, è che Nassar odia la violenza. Non ha mai fatto ricorso. Ma non riesce a condannare i gesti di chi s’è fatto esplodere. O di chi ha sparato agli israeliani. “Violenza genera violenza”. Accendino, sigaretta e ancora a fumare. Nassar si alza e mostra la cartina della West Bank. Indica una linea sottile. Poi una un po’ più spessa. “Quest’ultima traccia la posizione del muro. E’ proprio dentro la Palestina. Non solo hanno eretto un muro senza chiedercelo, ma l’hanno anche fatto prendendo il nostro terreno”.

Per non parlare degli insediamenti. Nassar si avvicina alla finestra e indica qualcosa. “Vede là in fondo? – chiede – Quel gruppo ordinato di case bianche? Ecco, quello è un insediamento israeliano. Sulla nostra terra. Hanno elettricità e acqua tutto il giorno. Mentre qui, a tre chilometri di distanza, abbiamo acqua per pochissime ore al giorno. Se va bene”. Vicino alle case dei coloni ci sono costruzioni ancora da finire. “Si stanno allargando – dice Nassar -. E tra pochi mesi avranno toccato le ultime costruzioni di Beit Sahour. E allora sarà il caos”.

Ma una soluzione c’è? “Sono anni che la sto cercando. La realtà è che quella soluzione non c’è. Bisogna soltanto vivere alla giornata. E aspettare il giorno decisivo”. Fuori dagli uffici, Beit Sahour sembra un villaggio bruciato dal sole e un po’ caotico. L’insediamento israeliano, invece, ordinato e pulito.

© Leonard Berberi

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