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Il rabbino: “I giovani sono violenti perché le mamme vogliono far carriera”

Ragazzini ultra-ortodossi in una delle vie del quartiere religioso Mea Shearim di Gerusalemme

E ora sarebbe colpa delle donne. Meglio: delle madri. Colpevoli di voler uscire di casa per lavorare e di non fare per tutta la vita le casalinghe. Così se i giovani di oggi sono molto più violenti che in passato è solo (de)merito loro: delle mamme. Quelle che preferiscono la carriera alla famiglia. E per questo non hanno motivo di lamentarsi se poi il figlio si macchia di reati.

Il rabbino Elyakim Levanon fa proseliti. Non tra i suoi fedeli. Ma tra i colleghi religiosi. Perché dopo la frase del capo spirituale dell’insediamento di Elon Moreh, quella che diceva che le donne sono incapaci di gestire una comunità di persone, ci si mette pure un altro rabbino, Dov Lior, guida religiosa di Kiryat Arba (Hebron), a intervenire sulla questione femminile.

“La gente dice che i giovani hanno un problema perché sono molto violenti”, ha esordito il rabbino. “Ma la verità è che questi comportamenti adolescenziali sono conseguenza dell’assenza delle madri che, ai figli e alla famiglia, preferiscono il lavoro”. “Una donna che persegue la sua carriera – ha rincarato Dov Lior – non sta facendo la cosa ideale, visto che il suo lavoro, quello che Dio le ha assegnato, è quello di fare la casalinga”.

Tutte queste dichiarazioni sono state messe nero su bianco su un volantino poi distribuito nella sinagoga di Kiryat Arba per sostenere le parole del rabbino Levanon criticato dalle associazioni femminili israeliane per le parole pronunciate.

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La dura vita dei parrucchieri palestinesi

Il parrucchiere per sole donne Adnan Barakat, fotografato di fronte agli specchi della vetrina del suo negozio (foto BBC)

In tutta la Striscia di Gaza ce ne saranno cinque o sei. E avranno ancora pochi giorni a disposizione. Poi scompariranno. Dovranno spegnere i phon, buttare tinte e lacche e chiudere il negozio. Una volta per tutte. E’ il triste destino dei parrucchieri per sole donne per le vie di Gaza City e delle altre città della Striscia.

Il corrispondente della Bbc, Jon Donnison, è andato a parlarci. E ha trovato Adnan Barakat, da 25 anni al servizio della capigliatura delle donne palestinesi. Poi s’è fatto raccontare da Hatem el-Ghoul, un altro parrucchiere per sole donne, quelle volte in cui il negozio è stato attaccato con delle piccole bombe.

Il pugno duro della polizia di Hamas colpisce tutti. E la divisione tra ciò che compete alle donne e ciò che tocca agli uomini arriva fino a questo punto. Tanto da costringere i pochissimi parrucchieri palestinesi a riprogrammare il proprio futuro. Perché – ordinano i miliziani – gli uomini non potranno più tagliare i capelli delle donne.

Hatem al-Ghoul, anche lui parrucchiere per sole donne, racconta che il suo negozio è stato attaccato con esplosivo per due volte, tra il 2007 e il 2008 (foto BBC)

“Forse è meglio andare a lavorare in Somalia o Afghanistan”, racconta ironico Adnan Barakat. Poi si fa serio: “Non c’è più vita per me a Gaza”. “Se vengono e mi costringono a chiudere – continua Adnan – l’unica cosa che posso fare è starmene a casa, seduto sul divano a guardare la tv tutto il giorno. Ch’è quello che fanno i miei coetanei che il lavoro non ce l’hanno e non lo cercano nemmeno”.

Il negozio di Adnan ha pochi clienti al giorno. E al posto dei vetri ci sono degli specchi che riflettono quello che succede sulla strada.

“Sono venuti due volte nel mio negozio, tra il 2007 e il 2008, e hanno fatto esplodere due esplosivi nel cuore della notte”, racconta Hatem el-Ghoul. Non ha idea di chi possa essere stato, ma spiega che questo tipo di cose è successo soltanto ai parrucchieri per le donne, non ad altri.

Adnan e Hatem intanto continuano a tagliare. Fino a quando i miliziani non busseranno alla porta e costringeranno loro due, e gli altri tre o quattro colleghi a fare altro. Come se vent’anni fossero passati invano. Insomma, non è più tempo di tagliare i capelli, ma di tagliare la corda. E’ la teocrazia, bellezza!

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Trasmetti la tua preghiera in tutta Gerusalemme. Con l’iPhone

Chissà cosa diranno i rabbini di Gerusalemme. Ora che la tecnologia ha pervaso del tutto la religione. E chissà come reagiranno gli abitanti della capitale quando dai megafoni si sentiranno 45 secondi di preghiere fatte da ebrei, musulmani e cattolici di tutto il mondo.

Perché il sito turistico jerusalem.com ha appena lanciato un’applicazione per iPhone che consente alle persone di tutto il mondo di registrare la propria invocazione a Dio, nella lingua che vogliono, e di inviarla a Gerusalemme. Dove sarà riprodotta attraverso gli altoparlanti che saranno piazzati nel quartiere Yemin Moshe.

“Questa è una possibilità per le persone che vogliono mantenere una connessione spirituale con la città, ma che – allo stesso tempo – non sono in grado di visitarla fisicamente”, spiega Michael Weiss, uno degli amministratori del sito. “In questo modo consentiamo a tutte le persone di far sentire la loro voce a Gerusalemme”.

Dopo che la preghiera è stata registrata e trasmessa nella città santa, la persona riceverà una mail in cui ci sarà scritto “Dio ha sentito la tua preghiera a Gerusalemme”. Stando ai calcoli di Weiss le preghiere sono arrivate già da 72 paesi e gli ebrei sono la maggioranza. “Ma non mancano musulmani e cristiani”, precisa.

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Rabbinato a luci rosse

Il rabbino Moti Elon (Jerusalem Post)

Proprio un brutto affare. Perché sullo sfondo c’è uno scandalo a luci rosse. Un lungo periodo di silenzio. Richieste non rispettate. E, soprattutto, il rabbinato israeliano.

Scalpore e reazioni contrastanti dopo il pubblico annuncio che un foro di rabbini, denominato Takana, ha rivolto ai fedeli per avvertirli che un influente collega, Moti Elon, è sospettato di molestie sessuali. Takana racconta che cinque anni fa, dopo aver ricevuto diverse denunce di molestie sessuali a carico di Elon, aveva chiesto al rabbino di cessare ogni attività pubblica ed educativa e di non tenere più consultazioni private a porte chiuse.

Il rabbino aveva lasciato Gerusalemme. Destinazione: Migdal, un piccolo centro nel nord del Paese. Per redimersi, pare. Takana non fornisce particolari, ma ammette di aver saputo già per tempo. E il silenzio è dovuto al fatto che volevano rispettare la dignità e “privacy” di queste persone e dello stesso rabbino.

Ma in tanti criticano l’atteggiamento di Takana. E c’è chi si spinge a parlare di omertà. Ma, spiegano dal foro, il silenzio è stato rotto perché il rabbino non avrebbe rispettato gli impegni. Elon è considerato – insieme ad altri colleghi – parte della crema del magistero ebraico.

E il rabbino che dice? Tace. Pubblicamente. Ma in un incontro con i suoi allievi, ha detto di non voler rispondere alle diffamazioni e si ritiene vittima di invidie personali a causa del seguito tra i giovani religiosi.

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Ritorno alle origini

Bono, ex cantante degli U2

Un festival dell’arte. Che celebri l’origine delle tre religioni abramiche: Giudaismo, Cristianesimo e Islam. Firmato: Bono.

La proposta arriva dalle pagine del New York Times che dedica uno spazio importante alle “10 idee che renderebbe interessante il prossimo decennio”. Tra queste, appunto, quella del cantante irlandese ed ex leader degli U2.

Un festival di Abramo, dunque. “Da tenere ogni anno in un posto diverso – scrive Bono -. Ovviamente Gerusalemme come prima tappa sarebbe la migliore scelta possibile”. Il motivo è semplice: “Durante gli anni della guerra irlandese – continua il cantante – un migliaio di band punk-rock nacquero in tutto il Paese. E gli storici sono concordi nel dire che furono gli artisti, non i politici, a riportarci alla pace aprendo uno spazio dov’era possibile dialogare gli uni con gli altri”.

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