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La tregua annunciata da Hamas non regge nemmeno un giorno: pioggia di razzi su Israele

E la tregua che fine ha fatto? Dov’è finita la dichiarazione di Hamas & Co. di giovedì sera – ieri – in cui veniva annunciata la moratoria di razzi contro Israele? Ecco, quella dichiarazione s’è squagliata sotto il sole del deserto del Negev. Dove, in pochi minuti, sono piovuti almeno dodici razzi nella provincia di Eshkol, a ridosso del confine con la Striscia di Gaza. Non ci sono stati feriti, ma solo danni materiali.

Per sicurezza l’amministrazione locale ha deciso di evacuare la scuola dove durante il lancio di mortai si trovavano più di 400 alunni. I piccoli sono stati scortati dalle forze di sicurezza israeliane e portati in zone con sistemi anti-missili. E intanto nel Negev israeliano è l’ennesimo giorno di paura e incertezza sull’esito di questo botta e risposta tra Hamas e Stato ebraico. Mentre non s’è ancora dissolta la paura per il razzo che ha centrato uno scuolabus giovedì sulle strade israeliane.

Come sempre, in un copione che ormai si ripete immutato da giorni, l’esercito di Gerusalemme ha risposto con i radi aerei. Una donna palestinese sarebbe rimasta uccisa a Farrahin (nei pressi di Khan Yunis), mentre i suoi due figli sarebbero stati feriti e trasportati in ospedale. Sale così a otto, secondo l’agenzia stampa Maan News, il bilancio dei palestinesi uccisi da ieri a Gaza dal fuoco israeliano.

L.B.

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Hamas lancia i razzi e ad Ashdod torna la paura. Aspettando la “Cupola di ferro”

Chissà se la “Cupola di ferro”, il sistema difensivo antirazzi, servirà a qualcosa. Se riuscirà a fermare, soprattutto, le urla di terrore dei bambini israeliani che si sentono per le vie di Ashdod, come ha fatto notare la giornalista Claire Ben-Ari.

La quinta città più grande dello Stato ebraico è da giorni sotto attacco di Hamas. Dal cielo non piovono gocce d’acqua, ma razzi Qassam che distruggono edifici e mettono in crisi una tranquillità raggiunta a fatica negli ultimi due anni.

Intanto si fanno i conti con il presente. Altri due razzi Qassam, sparati dalla striscia di Gaza, sono caduti la scorsa notte, causando seri danni a un’abitazione. Per fortuna nessuno è rimasto ferito. Un altro giorno di sirene d’allarme impazzite e di genitori ansiosi, di poliziotti smarriti e soldati più determinati che mai a difendere il Paese.

Un pezzo di ferro proveniente dal razzo lanciato da Hamas su Ashdod (foto di Eliad Levy)

La novità, ora, è che i razzi non atterrano soltanto nel deserto del Negev. Percorrono molti più chilometri. Minacciano Tel Aviv. Colano a picco su case, edifici pubblici, centri commerciali affollati come non mai prima del riposo settimanale. E qualche secondo dopo inizia il solito rito a cui gli abitanti di Ashdod e di Ashkelon sono ormai abituati: le forze di sicurezza transennano l’area, le ambulanze medicano i feriti, gli altri abitanti vengono a vedere con gli occhi il pericolo scampato. L’ennesimo pericolo.

Poi ci sono i cronisti. Amati e odiati. A seconda della circostanza. Trattati benissimo quando si tratta di coprire gli eventi contingenti. Ma anche criticati quando – tornata la calma – «non si occupano più di noi, così il mondo finisce per dimenticarsi di questo pezzo di terra sempre sotto minaccia», come raccontano i vertici politici della città da 200mila abitanti.

Dicono gli studenti di una yeshiva, una scuola religiosa ebraica: «Non si può vivere così. Non si può nemmeno studiare. Siamo troppo ansiosi per concentrarci sui libri. A volte non riusciamo nemmeno a sederci, perché non sappiamo quando e dove cadrà il prossimo razzo. Siamo tornati indietro di due anni, quando ci nascondevamo nei rifugi sotterranei».

Per le vie di Ashdod, ha fatto notare l’agenzia cinese Xinhua, sono pochissimi i negozi aperti. Quasi tutti sono incollati davanti alle tv a vedere i servizi dei telegiornali in cui si parla dei razzi lanciati da Hamas.

Il sindaco Yehiel Lasri non nasconde una certa abitudine a queste cose. Appena piovono bombe dal cielo, lui chiude scuole, edifici pubblici e attività commerciali. Se qualche venditore si rifiuta, gli manda la polizia e l’esercito. «Lo facciamo per l’incolumità di tutti», si giustifica. Dietro di lui scorre la vita in stato d’emergenza di questa città a venti chilometri dalla periferia sud di Tel Aviv. Niente in confronto alla potenza dei razzi di Hamas.

© Leonard Berberi

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