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Israele, pochi progressi sulla sorte del soldato Shalit. E Peres incontra i genitori

Da stanotte è Pesach. La Pasqua ebraica che ricorda l’esodo e la liberazione degli israeliti dall’Egitto. E proprio perché è la festa della libertà un pensiero – anzi più di un pensiero – va a Gilad Shalit, il soldato israeliano di quasi 25 anni, rapito 1.758 giorni fa dagli uomini di Hamas e da allora rinchiuso chissà in quale cella.

I genitori di Gilad, mamma Aviva e papà Noam, anche oggi – alla vigilia della festa – sono sotto la tenda che occupano quasi ininterrottamente dall’inizio del sequestro. Lunedì mattina è venuto anche il capo dello Stato, Shimon Peres, a far visita. Peres non ha nascosto l’emozione. Ha denunciato il gesto brutale. Ma si è anche detto ottimista. E convinto – come gli ha detto la mamma di Gilad – che sia venuto il momento di agire, non di crogiolarsi nelle emozioni.

Il presidente Shimon Peres saluta i genitori Gilad Shalit, rapito nel 2006 da Hamas. La visita è durata 50 minuti (foto di Gil Yohanan)

Sul fronte diplomatico, intanto, si muove qualcosa. Netanyahu ha designato un responsabile del Mossad, i servizi segreti dello Stato ebraico, come mediatore nei negoziati per ottenere il rilascio di Gilad Shalit. Secondo un comunicato ufficiale, David Maidan subentra a Hadai Hadas, che ha lasciato l’incarico qualche giorno fa, ufficialmente per motivi familiari.

Netanyahu domenica sera ha ricevuto i genitori del soldato per informarli della scelta del nuovo negoziatore. Secondo la radio pubblica, dopo l’incontro il padre del giovane si è detto deluso per la mancanza di progressi nella trattativa. Il gruppo che detiene il caporale Shalit è una formazione vicina a Hamas, il movimento al potere a Gaza. Per il suo rilascio chiede la liberazione di alcuni esponenti palestinesi detenuti in Israele.

Leonard Berberi

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Gaza, rapito un italiano. La minaccia dei salafiti: “Liberate i nostri o l’ostaggio morirà”

La condanna, a Gaza City, è unanime. Le notizie – su Twitter e Facebook – si rincorrono. C’è anche chi chiede di organizzare su dei gruppi di palestinesi che possano mettersi alla ricerca dell’uomo e punire i responsabili. La verità è che Vittorio Arrigoni, il volontario e giornalista free lance italiano rapito giovedì mattina a Gaza City da tre uomini di un gruppo islamico salafita, è diventato l’ennesima vittima di una guerra doppia: quella tra Hamas e Israele, in prima linea. E quella tra Hamas e i gruppi paramilitari che costituiscono il braccio armato del gruppo palestinese.

Il cooperante è stato rapito mentre lasciava il campo di Jerbala con uno dei quadri delle milizie delle Brigate di al-Aqsa. L’ultimo tweet sul profilo dell’uomo risale al giorno prima. Un attivista convinto. Sempre schierato a fianco dei palestinesi. Sempre pronto a battersi per loro. Proprio come faceva Juliano Mer-Khamis, l’arabo israeliano ucciso a Jenin, in Cisgiordania.

IL VIDEO – In un filmato su YouTube, il gruppo salafita minaccia di ucciderlo se entro trenta ore, a partire dalle ore 11 locali di giovedì (le 10 in Italia), il governo di Hamas non libererà i detenuti salafiti. «Ho riconosciuto l’uomo nel video, è un nostro attivista che è entrato e uscito da Gaza molte volte negli ultimi due anni», ha detto Huwaida Arraf, cofondatrice dell’Ism. E conferma così che nel video c’è proprio Arrigoni, da tempo attivista del Movimento di solidarietà internazionale.

L’uomo appare bendato e con segni di violenza sul lato destro del volto. Sembra avere le mani legate dietro la schiena, mentre qualcuno gli tiene la testa. Sul viso sono evidenti le tracce di sangue che partono da sotto la benda nera che gli copre gli occhi. Mentre una musica copre il sonoro del video. A fianco, in sovraimpressione, scorrono scritte in arabo e inglese.

Nel filmato i rapitori accusano Arrigoni di diffondere «i vizi occidentali», il governo italiano di combattere contro i paesi musulmani e il governo del premier di Hamas Ismail Haniyeh di lottare contro la shaaria (la legge religiosa musulmana).

Nel messaggio sul video inoltre le scritte in arabo esortano i giovani di Gaza a sollevarsi contro il governo di Gaza. Chiedono, i miliziani, di liberare lo sceicco al-Saidani, noto anche come Abu Walid al-Maqdisi, il principale fra i detenuti. Al-Tawhid Wal-Jihad è il leader di una formazione salafita impegnata nella Jihad (guerra santa ad oltranza) e fiancheggiatrice di Al Qaeda.

Egiziano di origine, aggiungono le fonti, Abu Walid al-Maqdisi è stato arrestato poco più di un mese fa dai servizi di sicurezza egiziani perché ritenuto coinvolto in una serie di attentati. Secondo Haaretz, nell’aprile 2006 Al-Tawid al-Maqdisi rivendicò la paternità di attentati contro alberghi nel Sinai (Egitto) in cui rimasero uccise 19 persone. Il giornale sostiene che Hamas ha adesso elevato lo stato di allerta nel timore di ritorsioni da parte dei sostenitori dello sceicco.

I RAPITORI – I salafiti si rifanno al movimento islamico della Salafiyya, che letteralmente significa “Movimento degli antenati”, fondato dal riformista egiziano Rashid Rida verso la fine dell’Ottocento. Le organizzazioni salafite si caratterizzano per una rigorosa ideologia apocalittica che comprende un netto rifiuto di tutto quanto è relativo all’Occidente. Il loro obiettivo è quello di ristabilire il “vero Islam” tramite il ritorno alle fonti, ovvero al Corano e alla Sunna del Profeta Maometto. Nella maggior parte dei casi sono riconducibili direttamente ad al-Qaeda. In passato le autorità di Hamas hanno tentato di reprimere, senza successo, il complesso universo salafita presente nella Striscia di Gaza.

IL PROFILO – Vittorio Arrigoni è nato a Besana Brianza, in Lombardia. Il trentaseienne attivista per i Diritti Umani dell’International Solidarity Movement sostiene da sempre che il suo «non è un lavoro (non essendo retribuito), ma una vocazione». Vittorio, che ha anche un blog, “Guerrilla radio”, nel 2009 ha pubblicato il libro “Restiamo umani”, che era anche il monito con cui chiudeva le corrispondenze dalla striscia di Gaza durante i giorni dell’assedio israeliano.

I proventi sono stati devoluti interamente al Center for Democracy and Conflict Resolution, per finanziare progetti di assistenza ai bimbi rimasti gravemente feriti o traumatizzati durante l’assedio. Lui, Vittorio, «nonostante offerte allettanti come un tour in giro per l’Italia con Noam Chomsky», aveva raccontato di aver deciso di «rimanere all’inferno, qui a Gaza».

Era stato anche minacciato di morte da un sito statunitense di estrema destra, due anni fa. Lo aveva rivelato lui stesso. Sul sito stoptheism.com, nato proprio per combattere il movimento di Arrigoni International Solidarity Movement, l’italiano veniva indicato come bersaglio numero uno per le forze armate israeliane, con tanto di foto e dettagli che permettevono di identificarlo, come un tatuaggio sulla spalla.

Arrigoni era stato arrestato il 18 novembre 2008, insieme con un cittadino americano e un britannico, tutti membri del Movimento di Solidarietà Internazionale (Ism) e a 14 pescatori palestinesi, da un guardacoste della marina israeliana vicino alla costa di Gaza. Secondo i militari, i pacifisti e i pescatori erano a bordo di tre pescherecci che si trovavano al di fuori della zona di pesca autorizzata dalle autorità israeliane.

Ancora prima, il 16 settembre dello stesso anno, il volontario era stato lievemente ferito mentre, insieme con una collega, aveva accompagnato in mare i pescatori. Ancora, Arrigoni era tra i pacifisti a bordo delle imbarcazioni della missione internazionale «Free Gaza», diretta nell’agosto 2008 verso le coste della Striscia nel tentativo di forzare il blocco israeliano portando aiuti umanitari.

Leonard Berberi

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Compare in tribunale Abu Sisi, l’ingegnere palestinese sparito da un treno in Ucraina

L’uomo dei misteri, Abu Sisi, si è rimaterializzato giovedì in manette di fronte a un tribunale in Israele. L’ingegnere di Gaza sparito (rapito dal Mossad?) da un treno in Ucraina ha proclamato in inglese la sua innocenza.

Una breve udienza la sua. Che si è svolta in gran parte a porte chiuse, dopo un breve contatto con telecamere e fotografi. Al termine, i giudici del distretto di Petah Tikva, vicino a Tel Aviv, hanno deciso di convalidare il fermo rinviando però la definizione del capo d’accusa a lunedì prossimo.

La sua cattura, giustificata fra mercoledì e giovedì in modo alquanto irrituale – e, soprattutto, dopo un lungo silenzio – sia dal premier, Benjamin Netanyahu, sia dal ministro della Difesa, Ehud Barak, ecco la sua cattura resta per ora misteriosa.

La prima apparizione in pubblico, dopo la scomparsa misteriosa, dell'ingegnere palestinese Abu Sisi (foto Yaron Brener / Ynet)

La polizia ha preannunciato la contestazione di «gravi reati» nei suoi confronti. Ma Abu Sisi, nella dichiarazione ai giornalisti, ha negato qualsiasi colpa, assicurando in particolare di non sapere «nulla di Gilad Shalit», il militare israeliano, prigioniero degli islamico-radicali di Hamas nella Striscia di Gaza dal 2006. Una spiegazione, questa su Shalit, che risponde a un articolo del giornale tedesco Spiegel, secondo il quale il sequestro-arresto sarebbe dovuto proprio a presunti contatti con i rapitori del militare dello Stato ebraico. Un sospetto negato seccamente in aula dalla sua legale israeliana Semadar Ben Nathan, secondo la quale non si può escludere semmai «un errore» di persona.

Veronica, la moglie ucraina di Abu Sisi (foto Ap Photo)

Errore, a dire il vero, che Ehud Barak ha scartato: ammettendo come in effetti non risultino «legami diretti» con il caso Shalit, ma mostrandosi certo che Sisi abbia informazioni «molto importanti su ciò che succede in seno a Hamas».

«Se è detenuto, la ragione c’è», ha risposto Barak ai giornalisti. Ieri, il primo ministro Netanyahu aveva accusato l’ingegnere di Gaza, già responsabile d’un centrale elettrica nella Striscia, di essere «un personaggio di Hamas in grado di fornire importanti informazioni».

Un’affiliazione che la moglie dell’uomo (cittadina ucraina) continua a negare. Da Kiev, dopo una fase d’imbarazzato silenzio, si moltiplicano intanto le iniziative diplomatiche, seppure a cose ormai fatte: cioè a diversi giorni di distanza dalla scomparsa dell’uomo durante un viaggio in treno in Ucraina, dove secondo alcune fonti si apprestava a trasferirsi con tutta la famiglia.

Sollecitato dalla rappresentanza palestinese locale, il governo ucraino ha annunciato «un’ulteriore richiesta di spiegazioni» da parte del ministro dell’Interno, Anatoli Moghilov, durante un’imminente in visita Israele. Richiesta rivolta a «un Paese amico», come più volte sottolineato da Kiev. Ma rimasta senza lo straccio d’una risposta. Per ora.

© Leonard Berberi

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Peres fa litigare Real Madrid e Barcellona. E a Tel Aviv attivista gay nominato giudice

Real Madrid e Barcellona litigano per “colpa” di Simon Peres
Una certa tensione si è creata fra la dirigenza del Real Madrid e quella del Barcellona ai margini di una visita ufficiale che il capo dello Stato israeliano Shimon Peres si accinge a compiere in Spagna. Secondo il quotidiano israeliano “Maariv”, Peres – che si reca domani a Madrid per celebrare solennemente il 25/mo anniversario dei rapporti diplomatici fra i due Paesi – ha chiesto di incontrare illustri esponenti del calcio locale. Il suo interesse deriva anche dalla convinzione che il calcio possa unire israeliani e palestinesi. Da anni, infatti, il centro “Peres per la pace” si prodiga ad organizzare allenamenti congiunti e partite fra giovani atleti delle due parti. Peres, prosegue il giornale, ha ottenuto senza difficoltà un incontro con l’allenatore Josè Mourinho e, sembra, anche con Cristiano Ronaldo. Ma quando ha chiesto di includere nella sua breve visita a Madrid anche un colloquio con la star del Barcellona Lionel Messi «le sopracciglia dei madrileni – scrive Maariv – si sono inarcate in un gesto di disapprovazione». Malgrado l’età avanzata, il presidente israeliano non si è perso d’animo e ha esplorato la possibilità di compiere lui stesso una puntata in elicottero a Barcellona, oppure di chiedere a Messi di raggiungerlo a Madrid. Ma questi progetti, finora, non sembrano realizzabili. In una nota l’ufficio di Peres ha precisato che l’intenzione di incontrare Messi ed il presidente del Barcellona resta comunque sul tavolo: «se non in questa, magari in una occasione futura». (Ansa)

Il confine israelo-egiziani (foto Associated Press)

Rapiti tre soldati egiziani al confine con lo Stato ebraico
Uomini mascherati hanno rapito tre soldati egiziani messi a guardia di una parte della frontiera con Israele, nella penisola del Sinai. Lo hanno resto noto i vertici militari del Cairo che hanno anche spiegato che i rapitori – tutti armati – sono arrivati a bordo di tre macchine, nella giornata di sabato, e hanno costretto i tre soldati ad entrare in macchina. La vicenda pare sia legata allo scontro armato che ha visto protagonisti trafficanti di droga (verso Israele) e soldati egiziani. Per ora non è giunta nessuna rivendicazione. (Ap)

Nominato giudice un esponente della comunità gay
La comunità gay in Israele ha accolto con soddisfazione la nomina di uno dei suoi esponenti di spicco, l’avvocato Dori Spivak (42 anni), alla carica di giudice nel Tribunale del lavoro di Tel Aviv. Secondo la stampa, si tratta di un precedente significativo per il Paese. Spivak è da molti anni uno dei protagonisti della lotta di omosessuali e lesbiche per l’emancipazione sociale. Nel 1997 si impose alla attenzione pubblica quando di fronte alla Corte Suprema si impegnò in un confronto con il ministro dell’istruzione Zevulun Hammer (del Partito Nazional-Religioso) per costringere una televisione pubblica a trasmettere un programma sulla omosessualità giovanile. Nel 2004, inoltre, vinse un’altra battaglia giudiziaria quando ottenne il riconoscimento del diritto all’eredità per le coppie riconosciute di omosessuali e lesbiche. (Ansa)

Yussuf al-Kardawi, discusso leader religioso della corrente sunnita, non ha mai nascosto il suo apprezzamento per il martirio contro gli interessi occidentiali e israeliani (foto di Graeme Robertson / Getty Images)

Gaza, Hamas invita nella Striscia lo sceicco al-Kardawi
Lo sceicco Yussuf al-Kardawi, una delle più stimate autorità nel mondo islamico (almeno nella corrente sunnita) è stato invitato da Hamas a compiere una visita a Gaza, dopo che ieri ha arringato una folla straripante nella piazza Tahrir del Cairo. Fonti locali riferiscono che quelle immagini hanno emozionato il capo dell’esecutivo di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, il quale ha subito telefonato ad al-Kardawi per chiedergli di compiere una visita nella Striscia. Secondo le fonti è possibile che essa abbia luogo, anche se finora i suoi tempi non sono stati fissati. Esponente di primo piano dei Fratelli Musulmani, al-Kardawi era stato costretto ad abbandonare l’Egitto trenta anni fa e vi aveva fatto ritorno per una breve visita solo lo scorso dicembre, ospite della Moschea al-Azhar. Il discorso dell’influente leader religioso nella piazza Tahrir è stato seguito con preoccupazione da alcuni mass media israeliani i quali hanno rilevato che nei primi anni dell’ intifada al-Kardawi giustificò il ricorso dei palestinesi a ‘bombe-umanè che seminarono la morte nelle città israeliane ed incoraggiò gli attivisti della rivolta a condurre una lotta senza quartiere e ad oltranza contro gli ebrei in quanto tali. (Ansa)

Turismo, nel 2010 balzo del 32% dei turisti italiani
In un anno sono stati il 32% in più gli italiani che hanno scelto Israele per le vacanze. Nel 2010 sono partiti 157.000 turisti e l’Ufficio nazionale israeliano del turismo è sicuro che il numero raggiungerà i 180.000 nel 2011. Grande soddisfazione allo stand di Israele alla Bit, sistemato, senza tenere conto della collocazione geografica come per quasi tutti gli altri stati, in una postazione tra Portogallo e Polonia. «Abbiamo sentito qualche malcontento dagli altri paesi – dicono i tour operator israeliani – ma da noi sta andando anche meglio degli anni scorsi». «Siamo l’unica democrazia del vicino oriente – aggiungono -, certo quello che sta accadendo nei paesi nordafricani potrebbe danneggiare anche noi, anche perché chi arriva da lontano magari non fa tanta differenza». «Il ministero israeliano del turismo ha deciso di investire oltre 3 miliardi e mezzo di euro nel turismo – spiega Tzui Lotan, direttore dell’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo -. Un grande sforzo che dovrebbe portare all’arrivo di 4 milioni di turisti e a 15.000 nuovi posti di lavoro». Tra le proposte portate alla Bit per attirare gli italiani ci sono soprattutto i percorsi religiosi e i pellegrinaggi. (Ansa)

(a cura di leonard berberi)

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E ora anche una canzone chiede il ritorno di Gilad Shalit

Quattro anni e mezzo dopo, di Gilad non si ha ancora traccia. 1656 giorni dall’ultima volta in cui è stato visto, il soldatino israeliano rapito da Hamas resta ancora rinchiuso da qualche parte nella Striscia di Gaza. E se non fosse per papà Noam e per mamma Aviva, il ragazzo – 25 anni ad agosto – potrebbe benissimo diventare il nuovo “missing in action” israeliano.

Le provano tutte Noam e Aviva. La marcialonga di qualche mese fa lungo il Paese, i sit-in di fronte alla sede del primo ministro Netanyahu, le copie cartonate in scala reale di Gilad sparse lungo le strade di Gerusalemme, i tanti gruppi Facebook e un sito ufficiale in otto lingue (compresa quella italiana). Ora ci si mette pure un famoso cantante, Eyal Golan, a ricordare a tutti che c’è un ragazzo da riportare a casa.

Noam Shalit, il papà di Gilad, insieme al cantautore Eyal Golan, nello studio di registrazione di Rishon LeZion

Golan, insieme a papà Noam, visibilmente emozionato (qui il video del tg di Canale 2), ha composto “Canzone per Gilad”. Quattro minuti di canzone melodrammatica – registrati presso gli studi Tamir Zur di Rishon LeZion – pieni di riferimenti al legame perso con i genitori, al lavoro quotidiano di questi ultimi per riabbracciare (vivo) il figlio e ai sentimenti di un intero Paese (sotto la versione integrale).

L’idea di comporre una canzone è di Dalia Itzik, ex portavoce (Kadima) della Knesset. È stata lei a chiedere a Eyal Golan di scrivere qualcosa per il soldato rapito. «Ho accettato subito», ha raccontato il cantante ai giornalisti. Tutti i profitti derivanti dalla vendita del singolo andranno – per decisione del musicista – alla fondazione che si occupa di far tornare a casa Gilad.

Servirà? È questa la speranza di papà Noam. Anche se più passano i giorni, più la speranza lascia spazio alla rassegnazione.

© Leonard Berberi


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E il ministero dei Trasporti ricorda a Gilad Shalit di rinnovare la patente

Un estratto della lettera del ministero dei Trasporti in cui si invita Gilad Shalit a rinnovare la patente entro sei mesi (da Ynet)

A mamma Aviva il cuore ha iniziato a battere forte forte. A papà Noam le mani si son messe a tremare. Un po’ per l’emozione. Un po’ per la paura. Un po’ perché, tra le dita, aveva una lettera destinata a Gilad Shalit, il figlio-soldato rapito da più di quattro anni dai miliziani di Hamas.

Chi poteva aver scritto – dopo che il ragazzo è diventato un simbolo d’Israele – pur sapendo che il destinatario non avrebbe potuto comunque aprire la missiva? Nientemeno che il ministero dei Trasporti. Dello Stato ebraico.

Gilad Shalit è stato rapito al confine con la Striscia di Gaza il 25 giugno 2006

La lettera, inviata il 21 settembre, conteneva una comunicazione di servizio diretta a Gilad: «La tua patente (in Israele ha una validità di cinque anni, nda) sta scadendo, devi rinnovarla». Al soldato sono stati dati sei mesi di tempo – come a tutti gli altri, del resto – per presentarsi negli uffici e svolgere le pratiche necessarie. Pena: la sospensione della licenza di guida.

Dal quartier generale “Free Gilad”, l’associazione che da mesi si occupa di far pressione per una rapida soluzione del rapimento, non si sono scomposti più di tanto. «È chiaramente un errore causato dal sistema automatico del ministero», fanno sapere al quotidiano online Ynet. Anzi, hanno colto l’occasione per rilanciare ancora di più la loro battaglia: «Con questo avviso il nostro governo deve fare presto per liberare Gilad, altrimenti gli toglieranno la patente».

La notizia viene resa pubblica proprio nel giorno in cui una serie di giornali – dall’israeliano Haaretz al sito web palestinese Quds.com – scrivono su una ripresa dei contatti tra lo Stato ebraico e i miliziani di Hamas per arrivare a una soluzione sull’ostaggio-simbolo d’Israele. Notizia che Gerusalemme non smentisce, mentre gli esponenti di Hamas bollano come spazzatura. Intanto lui, il povero Gilad, è sotto sequestro da ormai 1.562 giorni.

© Leonard Berberi

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Fugge dal paesino perché gay, ma i parenti lo sequestrano e lo picchiano per dodici ore

Angel aveva mollato tutto per andare a vivere a Tel Aviv. Una città che, ne era sicuro, avrebbe rispettato le sue preferenze sessuali. E l’avrebbe protetto. Ma non aveva fatto i conti con i parenti. Che, per nulla rassegnati, hanno percorso centinaia di chilometri per rintracciare il ragazzo, sequestrarlo, picchiarlo e convincerlo a tornare. Non solo nel suo paesino d’origine. Ma anche a tornare «normale».

È durato dodici ore l’incubo del giovane omosessuale di 19 anni, originario del villaggio arabo di Tamra, in Galilea, nel nord di Israele. Un fattaccio che oltre a risollevare la questione sulla «pericolosa omofobia degli arabo-israeliani», ha portato dietro le sbarre quattro uomini, tutti parenti della vittima e anche loro residenti a Tamra.

In realtà la storia andava avanti da un anno e mezzo. E già una volta il ragazzo era stato sequestrato. Ma quando la polizia, indotta in errore dallo stesso cognome, aveva fatto irruzione nella casa dello zio di Angel, i parenti l’avevano liberato. Ma solo per evitare l’arresto. E lui era tornato subito a Tel Aviv.

Il ragazzo, racconta il quotidiano on line Ynet, dopo aver detto ai suoi di essere gay, era scappato di casa per rifugiarsi nella più tranquilla – e aperta – Tel Aviv. Non sopportava più di dover stare in un posto che non approvava le sue scelte sessuali. Qui aveva iniziato a lavorare come drag queen per i locali della città e le sue foto erano finite sul web. E’ a quel punto che i parenti hanno alzato il livello dello scontro. Dicendo al ragazzo che l’avrebbero ucciso se non avesse tolto quelle foto. Ma Angel non ne ha la minima intenzione. E deposita una denuncia nella quale spiegava che si sentiva minacciato dai suoi famigliari che continuavano a chiedergli di tornare nel paesino e «a comportarsi come una persona normale».

Angel, il 19enne omosessuale rapito dai famigliari

«Tre mesi fa le cose sembravano tranquillizzarsi», continua il ragazzo. «Sono pure andato a un matrimonio di famiglia con i miei parenti e insieme abbiamo ballato e festeggiato. Ma qualche giorno dopo la mia famiglia ha ripreso con la solita storia. Mi ha intimato di tornare sulla retta via».

Lunedì sera però le cose sono precipitate. Quattro parenti, tutti uomini, sono arrivati in macchina a Florentin, uno dei quartieri più chic di Tel Aviv, armati di spray al peperoncino e hanno aspettato il ragazzo sotto casa. Appena l’hanno visto, in compagnia di un amico, sono saltati addosso a entrambi, li hanno storditi con lo spray e hanno costretto Angel a salire nel veicolo. «Ho pensato tra me e me: ecco, è questo il momento in cui mi uccideranno», racconta.

Dopo l’allarme, la polizia israeliana ha iniziato a rintracciare il ragazzo. E grazie alle telecamere di sicurezza posizionate lungo le strade è riuscita a scoprire la destinazione della macchina. Dopo mezza giornata di botte e minacce, i poliziotti hanno fatto irruzione nella stanza in cui era tenuto prigioniero. Mettendo fine, almeno per il momento, a un incubo formato famiglia.

Leonard Berberi

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