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“Collaborazionisti!”: scoppia la rabbia dei palestinesi contro la propria polizia

Pietre e urla contro il commissariato di polizia di Ramallah nella notte tra sabato e domenica (fermo immagine da Raya.ps)

Pietre e urla contro il commissariato di polizia di Ramallah nella notte tra sabato e domenica (fermo immagine da Raya.ps)

Nel quartier generale di Hamas, a Gaza City, un po’ l’avevano previsto. E ora, senza esagerare, non nascondono la loro soddisfazione. «Tutta questa storia della ricerca dei tre ebrei è una farsa, vogliono soltanto invadere la Palestina. Ma si sbagliano: i nostri fratelli finiranno per appoggiare ancora di più la nostra lotta agli usurpatori».

Detto, fatto. O quasi. Perché quello che è andato in scena la notte tra sabato e domenica ha quasi dell’incredibile. E preoccupa Ramallah e Gerusalemme. Decine di giovani palestinesi si sono scatenati con sassi, oggetti contundenti e urla contro il commissariato della polizia cisgiordana a Ramallah. La miccia è stata la morte di Mohammed Ismail Atallah Tarifi, 30 anni, colpito mortalmente dall’esercito israeliano durante i controlli nella città più importante della West Bank.

Quando la notizia della morte di Tarifi s’è diffusa decine di palestinesi si sono riuniti di fronte al commissariato di Ramallah e hanno iniziato prima a inveire dando dei traditori ai vertici dell’Autorità, poi si sono messi a lanciare di tutto, a spaccare i vetri delle macchine della polizia a tentare l’assalto all’edificio. Salvo poi fuggire non appena gli agenti si sono messi a sparare in aria alcuni colpi di avvertimento. Ma perché la situazione si tranquillizzasse c’è voluto l’intervento dell’esercito israeliano a difesa del commissariato.

Poco dopo la protesta s’è spostata però a Piazza Manara: qui i palestinesi se la sono presa con alcuni soldati dello Stato ebraico impegnati in un raid notturno casa per casa per cercare di trovare notizie utili al ritrovamento dei tre giovanissimi spariti in Cisgiordania ormai undici giorni fa. I militari dell’Idf sono stati accolti con pietre e molotov.

Nella West Bank cresce la rabbia contro gl’israeliani. Ma aumenta ancora di più nei confronti dell’Autorità nazionale palestinese guidata dal presidente Mahmoud Abbas. Proprio Abbas ha offerto al premier israeliano Benjamin Netanyahu «tutto il supporto logistico possibile» per rintracciare i presunti rapitori dei tre ragazzi ebrei e arrivare alla loro liberazione. Una disponibilità che ha spinto i palestinesi ad accusare Abbas e i suoi di collaborazionismo con il «nemico».

© Leonard Berberi

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Nono giorno di ricerche, ma i ragazzi rapiti non si trovano

Centinaia di soldati israeliani per le vie di Hebron, in Cisgiordania, alla ricerca dei tre giovani rapiti (foto di Hazem Bader/Afp)

Centinaia di soldati israeliani per le vie di Hebron, in Cisgiordania, alla ricerca dei tre giovani rapiti (foto di Hazem Bader/Afp)

Per ora è un girare a vuoto. E un continuo arrestare. Nella speranza che, almeno uno dei fermati, sappia qualcosa, abbia sentito o intuito, dia anche una minima indicazione. Perché a nove giorni dalla scomparsa la più grande caccia all’uomo – anzi: agli uomini – non ha portato a casa, non ancora, i sedicenni Naftali Frankel, Gil-ad Shaar ed Eyal Yifrach, di tre anni più grande.

L’ultima volta i tre sono stati visti la sera di giovedì 12 giugno nei pressi di Gush Etzion, uno degli insediamenti più grandi in Cisgiordania. Da allora: blitz nella zona di Hebron, arresti, diversi gruppi paramilitari palestinesi che rivendicano il sequestro. L’esercito israeliano ha chiesto sabato mattina anche l’intervento dei pompieri e delle unità specializzate nella ricerca e nel recupero delle persone in cave, sotterranei, zone difficili da raggiungere.

Ricerche notturne dei soldati israeliani anche per le vie di Ramallah, la città più importante della Cisgiordania (foto di Abbas Moma/Afp)

Ricerche notturne dei soldati israeliani anche per le vie di Ramallah, la città più importante della Cisgiordania (foto di Abbas Moma/Afp)

Si cerca ovunque. Attorno a Hebron. Dove una zona a nord è stata dichiarata off limits. Nel sud della Cisgiordania. La scorsa notte sono state perquisite 140 case e arrestate una decina di persone. «Con gli ultimi interventi dell’esercito siamo a 330 palestinesi fermati dall’inizio dell’operazione», hanno calcolato dall’ufficio stampa dell’Idf. Mentre un sessantenne, secondo la Radio militare israeliana, è morto per un attacco cardiaco mentre cercava di opporsi alla perquisizione della sua casa.

«Sappiamo che i nostri ragazzi e i loro rapitori sono ancora nella West Bank», ha dichiarato un alto ufficiale israeliano alla tv locale Canale 10. «Hanno tentato di portarli prima in Giordania, poi nella Striscia di Gaza, quindi in Egitto, nel Sinai, ma non ce l’hanno fatta». Insomma, il cerchio si stringe. Anche se mancano ancora molte, troppe cose. Una su tutte: gli autori. Bisogna capire prima chi siano. Cosa vogliano. Perché l’abbiano fatto. E non è facile districarsi nelle vie di una terra brulla che incentiva soltanto la confusione.

Un soldato israeliano dell'Idf cammina in una via di Hebron alla ricerca delle telecamere di sicurezza installate nei negozi palestinesi per capire se è possibile riuscire a recuperare i filmati e trovare tracce dei tre giovanissimi rapiti (foto di Majdi Mohammed/Ap)

Un soldato israeliano dell’Idf cammina in una via di Hebron alla ricerca delle telecamere di sicurezza installate nei negozi palestinesi per capire se è possibile riuscire a recuperare i filmati e trovare tracce dei tre giovanissimi rapiti (foto di Majdi Mohammed/Ap)

Il gesto è, con ogni evidenza, anche politico. Perché per un Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele, che attacca Hamas e dichiara di ritenere responsabili per il destino dei tre ragazzi i vertici dell’Autorità nazionale palestinese, ecco che dall’altra parte c’è proprio il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, che condanna il rapimento, chiede di liberarli e mette in campo tutti i suoi uomini per aiutare lo Stato ebraico nelle operazioni di ricerca.

Da Gaza City la replica non s’è però fatta attendere. «Gl’israeliani non pensino di spaventarci o di annichilirci con queste operazioni. La nostra popolarità, anzi, non potrà che aumentare dopo questi blitz», ha attaccato Sami Abu Zuheiri, portavoce di Hamas. Ma anche da Gerusalemme non mancano le critiche all’operazione. «Quella dell’esercito nella West Bank è un atto di puro terrorismo», ha commentato Hanin Zoabi, deputato al parlamento israeliano con il partito arabo “Balad”, a una trasmissione tv su Canale 2.

Alla fine, in sottofondo, restano loro: i genitori dei tre giovanissimi. Venerdì sono stati ricevuti nella residenza ufficiale di Netanyahu (sopra, il video). Il primo ministro li ha accolti con la moglie Sarah. Li ha rincuorati. E ha fatto loro una promessa, l’unica che si può fare a mamme e papà che da un momento all’altro non hanno visto i figli aprire la porta di casa per andare a dormire. «Li riporterò tra le vostre braccia, sani e salvi», ha detto Netanyahu. «Gli autori di questo scempio la pagheranno cara. Li rincorreremo casa per casa, li staneremo e li puniremo». E mentre glielo diceva si capiva che sul destino di Naftali, Eyal e Gil-ad si gioca anche quello – politico, umano e storico – di Netanyahu.

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Quella “grosse koalition” palestinese che sta uccidendo i negoziati con gli israeliani

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Alzi la mano chi, a questo punto, ha capito qualcosa. Alzi la mano chi, sempre a questo punto, sa come andranno le cose. A.A.A. analisti di diplomazia internazionale cercasi. Possibilmente che ragionino fuori dagli schemi. Perché qui, gli schemi, sono saltati tutti. Un po’ come all’ottantesimo di una sfida di calcio. O meglio: di una finale di Champions League dove entrambe le formazioni sono sullo zero a zero. Dove i giocatori vanno dove li portano le gambe e il cuore, non più la testa, non più il capitano e l’allenatore. E con un arbitro che non sa più come contenere il nervosismo in campo ed evitare fallacci da cartellino rosso.

Il fatto è che si fa fatica, a questo punto – che è lo stesso punto di tutti i precedenti colloqui di pace naufragati – ecco, si fa fatica a trovare un senso al pasticciaccio mediorientale. Soprattutto se le notizie sono così contraddittorie da risultare, in alcuni casi, pura fantasia se sentiti, letti e pronunciati soltanto una settimana fa. Proviamo allora a fare una sintesi. Una sintesi per difetto. Ché ormai informazioni vere, analisi presunte, voci fasulle e testimonianze contraffatte stanno finendo tutte in un frullatore e quel che ne uscirà non lo sa nessuno. E, paradossalmente, l’unica cosa sicura è che qualcosa – al nord, al confine tra Israele e Libano – sta succedendo. Perché da alcune ore le due parti non nascondono un po’ di nervosismo.

Da sinistra: il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l'ex segretario di Stato Usa Hillary Clinton e il presidente palestinese Mahmoud Abbas si stringono la mano in occasione dell'ennesimo tentativo di riavviare i colloqui di pace: è il settembre 2010 (foto Moshe Milner/GPO/Flash90)

Da sinistra: il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex segretario di Stato Usa Hillary Clinton e il presidente palestinese Mahmoud Abbas si stringono la mano in occasione dell’ennesimo tentativo di riavviare i colloqui di pace: è il settembre 2010 (foto Moshe Milner/GPO/Flash90)

E allora. Questa settimana Fatah – la fazione palestinese «moderata» che ha la maggioranza in Cisgiordania – ha annunciato uno «storico» accordo di riconciliazione con i fratelli-coltelli di Hamas, il blocco «oltranzista» che ha la maggioranza nella Striscia di Gaza. Accordo che prevede un nuovo governo palestinese entro cinque settimane. Elezioni come non se ne organizzano da qualche anno entro sei mesi dalla formazione del nuovo esecutivo. Insomma, una «grosse koalition» in salsa palestinese con, come ciliegina sulla torta, una tornata elettorale «libera e democratica».

Un accordo, quello tra Fatah e Hamas, che arriva dopo centinaia di morti tra le due fazioni, scontri armati senza sosta, condanne a morte di presunte spie del blocco avversario, divieti d’ingresso di esponenti politici opposti, giornali concorrenti vietati e accuse reciproche di far di tutto per danneggiare la causa palestinese. Un accordo, quello tra Fatah e Hamas, che ha sorpreso gli altri due protagonisti di questo triangolo politico: Israele e Usa.

E sono, loro malgrado, protagonisti di questa pacificazione anche lo Stato ebraico e Washington. Perché uno dei tre attori dei colloqui di pace tra israeliani e palestinesi – con la mediazione dell’amministrazione Obama – è Mahmoud Abbas. È il presidente palestinese. Ma è anche il numero uno, di fatto, di Fatah. Fatah che, appunto, questa settimana si è riunita con Hamas. Peccato che Hamas sia considerata dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu un’organizzazione terroristica. E venerdì, rivolgendosi al Paese, Netanyahu ha messo da parte la diplomazia. «Israele non tratta con i terroristi», ha spiegato il premier. Quindi ora nemmeno più con la metà «buona». Risultato: stop ai negoziati. Se ne riparlerà quando la situazione si sarà chiarita. Sempre se ciò avverrà.

Il presidente statunitense Barack Obama alla fine di una conferenza stampa dalla Casa Bianca lo scorso marzo (foto di Yuri Gripas/Afp/Getty Images)

Il presidente statunitense Barack Obama alla fine di una conferenza stampa dalla Casa Bianca lo scorso marzo (foto di Yuri Gripas/Afp/Getty Images)

Che la riunificazione non piaccia a molti lo dimostrano anche le parole di Barack Obama. Il presidente americano, come non capitava da anni, ha pronunciato parole in sintonia con il pensiero di Netanyahu. «Forse è venuto il momento che i negoziati si prendano una pausa», ha detto Obama. «Credo che a questo punto entrambe le parti debbano riflettere e vedere altre alternative», ha spiegato a Seul, in Corea del Sud, durante il suo tour asiatico.

«Il fatto che il presidente Abbas abbia deciso di riappacificarsi con Hamas non aiuta – ha continuato il leader democratico –. Ma questa è soltanto una delle tante scelte fatte da palestinesi e israeliani e che non servono per nulla a risolvere la crisi». Insomma, la colpa, secondo gli americani, è di entrambi. Da una parte hanno chiuso più di un occhio sulle nuove costruzioni negli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Dall’altra hanno alzato troppo la posta in gioco e fatto scelte discutibili. «Ma questo non vuol dire che ci arrendiamo: i colloqui restano sul tavolo e noi stiamo lavorando per arrivare alla pace finale», si sono affrettati a chiarire dal Dipartimento di Stato.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il leader di Hamas Khaled Mashaal al Cairo, in Egitto, dopo un vertice nel febbraio 2012 (foto Amr Nabil/Ap)

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il leader di Hamas Khaled Mashaal al Cairo, in Egitto, dopo un vertice nel febbraio 2012 (foto Amr Nabil/Ap)

Poi da Ramallah hanno chiamato il segretario di Stato Usa, John Kerry, il «regista» degli incontri mediorientali. «Il nuovo governo di unità nazionale formato da Fatah e Hamas riconoscerà lo Stato d’Israele, glielo prometto», ha detto una voce autorevole dalla Cisgiordania. Quella voce era di Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese. La stessa voce che, qualche settimana fa, ha tuonato: «Non riconoscerò mai Israele come Stato ebraico».

Il punto è proprio questo: Netanyahu dice che i colloqui non vanno avanti se i palestinesi non riconoscono lo Stato ebraico d’Israele. Abbas dice che riconoscerà lo Stato d’Israele, ma non quello ebraico. Mentre Hamas sostiene da sempre che non riconoscerà proprio lo Stato d’Israele. Di più: a Gaza promettono da anni di ridurre in cenere Tel Aviv.

Sullo sfondo resta la questione economica. Con il nuovo accordo Gerusalemme difficilmente girerà centinaia di milioni di euro ai palestinesi così come previsti dagli accordi fiscali tra le due parti. Il motivo? Sono soldi che andrebbero anche ad Hamas. Così come l’Europa forse avrà più di un imbarazzo a continuare con i fondi comunitari per l’Autorità nazionale palestinese. Anche se ora gl’israeliani, dopo un attimo di sorpresa, ne sono sempre più convinti: l’accordo Fatah-Hamas non durerà.

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Negoziati, Israele verso il sì alla bozza di Kerry. Ecco i sei punti del piano di pace coi palestinesi

Il segretario di Stato Usa John Kerry (il secondo da sinistra), nel tavolo con il capo dei negoziatori israeliani Tzipi Livni (di fronte) e il capo della delegazione palestinese Saeb Erekat (foto di Craig Ruttle/Ap)

Il segretario di Stato Usa John Kerry (il secondo da sinistra), nel tavolo con il capo dei negoziatori israeliani Tzipi Livni (di fronte) e il capo della delegazione palestinese Saeb Erekat (foto di Craig Ruttle/Ap)

«Noi ci siamo, noi ci stiamo. Diciamo ok, andiamo avanti con la bozza di Kerry. Ma i palestinesi? Sono d’accordo?». Sono ore delicate. A Gerusalemme e a Ramallah. Ma anche a Washington. Perché, a meno di colpi di scena dell’ultimo momento, per la prima volta lo Stato d’Israele dovrebbe dire «sì» al piano del segretario di Stato Usa, John Kerry. A spiegarlo è la tv israeliana Canale 2 e nessuna smentita o precisazione è arrivata dal governo. L’unica incertezza, per il premier Benjamin Netanyahu, è la tenuta della maggioranza. Il ministro dell’Economia e del commercio, Naftali Bennett, da giorni si dice contrario ad alcuni punti della bozza di accordo. E minaccia di lasciare l’esecutivo, portandosi via i parlamentari del suo partito, Jewish Home Party.

Resta ora da capire cosa farà l’Autorità palestinese. Da giorni voci e indiscrezioni convergono sul fatto che il presidente Mahmoud Abbas sarebbe contrario. Uno, in particolare, il punto delicato: il riconoscimento dello Stato ebraico d’Israele. Secondo Abbas non c’è bisogno. Mentre Saeb Erekat, capo dei negoziatori palestinesi, si dice apertamente contrario. «Quando voi dite che dobbiamo “accettare Israele come uno Stato ebraico”, voi ci state chiedendo di cambiare la storia: i miei antenati hanno vissuto in questa regione 5.500 anni prima che Joshua Bin-Nun venisse e incendiasse la mia città natale Gerico», ha detto Erekat in un panel a Monaco di Baviera davanti a centinaia di persone e soprattutto davanti alla controparte israeliana, Tzipi Livni.

John Kerry (a sinistra) insieme a Martin Indyk, inviato speciale americano per i negoziati israelo-palestinesi all'aeroporto "Ben Gurion" di Tel Aviv lo scorso 5 gennaio (fotp Brendan Smialowski/Pool/Ap)

John Kerry (a sinistra) insieme con Martin Indyk, inviato speciale americano per i negoziati israelo-palestinesi all’aeroporto “Ben Gurion” di Tel Aviv lo scorso 5 gennaio (fotp Brendan Smialowski/Pool/Ap)

Insomma le incertezze – sei mesi dopo l’avvio dei colloqui di Pace dopo anni di stallo – restano ancora molte. Per ora si fanno un po’ più chiare le finalità della bozza di accordo tra le due parti. Un piano che poggia su sei punti.

Il primo: riconoscimento reciproco. Gl’israeliani ammettono l’esistenza dello Stato palestinese. I palestinesi di quello israeliano. O meglio: quello ebraico d’Israele.

Il secondo: sicurezza. Le due parti, quando e se l’accordo sarà firmato, acconsentiranno alla creazione di una zona «cuscinetto» lungo il confine tra il futuro Stato palestinese e la Giordania. Un’area di sicurezza che prevede la costruzione di una lunga barriera, l’installazione di sensori e il controllo aereo attraverso i droni.

Il terzo: scambio di territori. Si dovrebbe tornare ai confini pre-1967. La bozza prevede poi che il 75-80 per cento dei coloni lasci la Cisgiordania per trasferirsi nello Stato ebraico. Il tutto con un indennizzo sia per gli ebrei che decideranno di spostarsi, sia per i rifugiati palestinesi che hanno dovuto abbandonare i loro villaggi dal 1948 in poi. Su questo punto, però, secondo fonti americane, ci sarebbe anche una postilla: i coloni potrebbero essere lasciati liberi di restare nei loro insediamenti, ma dovranno accettare la sovranità palestinese.

Il Muro del Pianto e, sopra, la Spianata delle Moschee di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo per Falafel Cafè)

Il Muro del Pianto e, sopra, la Spianata delle Moschee di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo per Falafel Cafè)

Il quarto: lo status di Gerusalemme. Per ora, nella bozza viene menzionata in modo molto vago e di fatto dovrebbe portare – in caso di firma degli accordi – a una sorta di «congelamento» della sua situazione. Negli ultimi mesi, nonostante le pressioni di John Kerry, le due parti non sono riuscite a trovare un punto in comune.

Il quinto: la situazione dei rifugiati palestinesi. Riceveranno un indennizzo (come spiegato nel terzo punto), ma non potranno chiedere di ritornare nei villaggi dove hanno vissuti padri, nonni e antenati e ora in pieno territorio israeliano

Il sesto: fine di tutti i conflitti e di tutte le richieste da entrambe le parti. La firma degli accordi di Pace prevede che tra i due Paesi si riparta da zero. Né Gerusalemme, né Ramallah potranno avanzare pretese, richieste, così come non potranno chiedere altri risarcimenti per quello che è successo fino a ora.

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L’arringa del “falco” Abbas: Gerusalemme Est è la nostra capitale e no allo Stato ebraico

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas nel suo quartier generale ieri a Ramallah (foto di Mohammed Majdi/Ap)

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas nel suo quartier generale ieri a Ramallah (foto di Mohammed Majdi/Ap)

Sbatte i pugni sul tavolo. Agita le mani. Punta l’indice. S’incupisce di fronte ai fischi. Si irrita quando lo interrompono. E, soprattutto, pronuncia parole di fuoco. Anticipa una posizione rigida ai colloqui di pace con gl’israeliani. Un «falco», insomma. Proprio lui, considerato per anni la vera, e unica, «colomba» dell’establishment cisgiordano. Un po’ come quel volatile, disegnato sopra la Spianata delle Moschee, che campeggia alle spalle lasciando un alone nero-rosso-bianco-verde che è, né più né meno, la bandiera di una nazione che ancora non c’è.

Mahmoud Abbas, presidente palestinese, tira fuori una grinta mai vista. E davanti a centinaia di simpatizzanti, nel suo ufficio dentro il quartiere generale di Ramallah, arringa e attacca. «Non ci inginocchieremo e non ritireremo la richiesta per una capitale a Gerusalemme Est», urla Abbas. «Lo voglio dire molto chiaramente: non ci sarà pace se non ci danno la capitale che vogliamo e non abbiamo intenzione di riconoscere Israele come uno Stato ebraico».

L’atmosfera si surriscalda. Di fronte ad Abbas in molti esultano. E mentre si continua a festeggiare, il presidente palestinese non si accontenta. «I negoziati non proseguiranno oltre la data stabilita come obiettivo dagli Stati Uniti alla fine di aprile», continua Abbas. «E riprenderemo la nostra battaglia presso le Nazioni Unite e le sue agenzie per un più ampio riconoscimento internazionale di uno Stato palestinese».

È l’apoteosi politica per l’uomo. Partono cori cantati «Abu Mazen, Abu Mazen». Ed è qui che infila una dichiarazione che, dal punto di vista israeliano, è inaccettabile: lo status di Stato ebraico. «Non lo accettiamo ed è nostro diritto non riconoscere la natura religiosa d’Israele. Del resto abbiamo già da tempo riconosciuto lo Stato di Israele, non c’è bisogno di farlo ulteriormente». Non solo. «Riconoscere Israele come uno Stato ebraico danneggerebbe i diritti dei quasi 2 milioni di cittadini arabi che vivono nel Paese».

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Le parole del segretario di Stato Usa e quelle speranze sui colloqui tra israeliani e palestinesi

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il sereno quando meno te l’aspetti. La luce che si accende quando ce n’è più bisogno. È presto per esultare. È ancora prematuro parlare di pace definitiva. Ma John Kerry, il segretario di Stato Usa e “arbitro” dei colloqui tra israeliani e palestinesi, ieri ha detto poche parole, ma accolte con un sospiro di sollievo. Per non dire di più. Perché, ha rivelato Kerry per la prima volta, «le due parti si sono incontrate già sette volte».

«I negoziati ora stanno cercando di raggiungere un accordo definitivo, non provvisorio, sullo status di entrambe le realtà», ha detto Kerry. «Tutte le questioni sono sul tavolo: i confini, la sicurezza, la sorte dei rifugiati palestinesi, Gerusalemme, lo status finale della Cisgiordania. Siamo tutti d’accordo che i faccia a faccia vanno intensificati e che ora servirà ancora di più la presenza americana per facilitare il confronto».

Poi è andato a un incontro, a porte chiuse, dove erano arrivati i principali donatori dei palestinesi. Non ha detto nulla di più. Non ha risposto alle domande dei cronisti. Non ha spiegato le sue parole. Ma è chiaro che, in uno dei pochi momenti di aggiornamento sui colloqui – messi sotto chiave proprio dagli Usa – sembra che tra Gerusalemme e Ramallah le cose si siano messe proprio bene.

Lo dimostra anche la decisione dello Stato ebraico, ieri nella tarda serata, di alleggerire alcune delle restrizioni imposte sulla Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Alla base proprio i negoziati che proseguono a passo spedito. Soprattutto: senza strappi. «Il nostro governo rilascerà ulteriori 5.000 permessi di lavoro per i palestinesi che vorranno lavorare in Israele», ha detto Yuval Steinitz, ministro delle Relazioni internazionali. Non solo. I punti d’ingresso di Allenby Bridge lavoreranno in fasce orarie più ampie e, soprattutto, «sarà permesso l’import nella Striscia di Gaza di materiali per l’edilizia».

Kerry ha fretta di chiudere. Obama cerca, a tutti i costi, un successo – storico – in Medio Oriente. L’Autorità palestinese aspetta quell’etichetta internazionale di “Stato della Palestina” che intere generazioni hanno immaginato, sognato, cercato, chiesto per anni. Israele chiede di poter svegliarsi, giorno dopo giorno, dovendo affrontare i problemi di un normale Paese, e non quelli di una nazione perennemente in guerra. Le prossime settimane saranno decisive: diranno se vedremo presto la Pace oppure se dovremo raccogliere le macerie – le ennesime – di colloqui avviati, esaltati e poi fatti saltare.

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Quei colloqui di pace “arrivati a un punto morto”: tra israeliani e palestinesi restano le divergenze

Il mediatore israeliano Tzipi Livni, il segretario di Stato Usa John Kerry e il mediatore palestinese Saeb Erekat a Washington lo scorso luglio per l'inizio del nuovo giro di colloqui di pace

Il mediatore israeliano Tzipi Livni, il segretario di Stato Usa John Kerry e il mediatore palestinese Saeb Erekat a Washington lo scorso luglio per l’inizio del nuovo giro di colloqui di pace

Tu chiamali, se vuoi, colloqui di pace. Perché per ora «le tavolate sono a un punto morto». Hai voglia a organizzare ancora incontri. A mantenere la segretezza. A stare alla larga dai flash dei fotografi. A fare di tutto per non far capire cosa succede in quei vertici. A smentire addirittura che le due parti si siano incontrate ieri, la settimana scorsa o un mese fa.

«Cinque settimane di discussioni, zero progressi», dice Yasser Abed Rabbo, uno dei consiglieri più fidati del presidente palestinese Mahmoud Abbas, intervistato ai microfoni della radio La voce della Palestina. «Questi colloqui sono già diventati inutili e non porteranno a nessun risultato se gli americani non faranno alcuna pressione».

Cinque settimane. Cinque incontri. Il primo il 29 luglio. L’ultimo, a Gerusalemme, martedì scorso. In mezzo, e di fronte, il mediatore israeliano Tzipi Livni (che è anche ministro della Giustizia) e quello palestinese, Saeb Erekat. E un confronto tra le proprie «agende» nazionali: le richieste degl’israeliani, le richieste dei palestinesi. La sintesi, per ora, non è stata trovata. E nemmeno le basi per l’accordo.

L’ufficio del premier Benjamin Netanyahu non conferma, né smentisce. Così come l’entourage di Tzipi Livni. Washington, a luglio, è stata chiarissima: niente dichiarazioni alla stampa, niente aggiornamenti, niente indiscrezioni. Niente di niente. Promessa mantenuta dallo Stato ebraico. Più volte rotta, soprattutto negli ultimi giorni, dai palestinesi.

Le posizioni, dicono i bene informati, restano distanti. Proprio sulle questioni «chiave» di tutta la questione israelo-palestinese. Il presidente Abbas – e il popolo insieme a lui – chiede Gerusalemme Est. Ne vuole fare la capitale del futuro Stato della Palestina. «È la mia “linea rossa”», avrebbe detto Abbas, «non firmerò nessun accordo se nel documento non c’è scritto che Israele ci restituisce quel pezzo di città che ci spetta».

Un colono guarda l'insediamento ebraico di Maaleh Adumim, a Gerusalemme Est. Dichiarata città nel 1991 conta ormai 35 mila abitanti (foto Ap)

Un colono guarda l’insediamento ebraico di Maaleh Adumim, a Gerusalemme Est. Dichiarata città nel 1991 conta ormai 35 mila abitanti (foto Ap)

I palestinesi hanno riesumato anche la bozza di accordo del 2008 tra le due parti, quando alla guida del governo israeliano c’era Ehud Olmert. Il documento prevedeva la cessione di sovranità a Ramallah del 94% della Cisgiordania. Nel restante 6% lo Stato ebraico si sarebbe tenuto gli insediamenti più grandi e in cambio avrebbe dato ai palestinesi un 6% del proprio territorio. Punti che Netanyahu ha già respinto: «Non sono obbligato a tenere conto della bozza di Olmert».

A spostare i colloqui di pace verso un binario praticamente morto sarebbero anche le proposte degl’israeliani: sì allo Stato palestinese, ma – spiega all’Associated Press un anonimo alto esponente di Ramallah – «con frontiere provvisorie e senza toccare decine di insediamenti e avamposti militari, pari al 40% della Cisgiordania». Nella West Bank, oggi, si contano più di 500 mila israeliani che vivono nelle colonie ebraiche. E per i palestinesi è uno dei punti fondamentali di ogni discussione: non ci deve essere nessun futuro per i coloni in quel pezzo di terra.

«Gli israeliani continuano a dire di metterci a discutere sui confini provvisori», racconta ancora l’alto esponente palestinese, «mentre noi ripetiamo a loro: “Ok, ma prima dobbiamo accordarci sul fatto che il confine sarà quello esistente prima del 1967”».

Tu chiamali, se vuoi, colloqui.

© Leonard Berberi

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