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Cori razzisti, offese e violenze: nuova aggressione dei tifosi del Beitar Jerusalem

A volte ritornano. Stavolta ancora più agguerriti. E, soprattutto, già alla prima giornata. I testimoni dicono di aver visto scene di guerriglia urbana. Altri aggiungono che non se ne può più e che la Polizia deve fare qualcosa al più presto.

Protagonisti, ancora una volta, loro: i tifosi del Beitar Jerusalem, una squadra che – negli ultimi anni – ha collezionato più notizie su attacchi razzisti che trofei e successi in campo. Colpa dei supporter, ovvio. Che, non contenti, si sono dati da fare – al di fuori dallo stadio – contro l’ennesimo obiettivo non israeliano ed ebreo. E già alla prima giornata del campionato di calcio.

A finire nel mirino, questa volta, è un dipendente di un McDonald’s di Gerusalemme. Sta pulendo i tavoli esterni del fast food quando gli si avvicinano decine di tifosi del Beitar. Ci mettono poco, gli hooligan in salsa israeliana, a capire che non stanno parlando con un ebreo, ma con un arabo. Ed ecco che inizia l’aggressione. E gli insulti: «Morte agli arabi!», «Maometto l’omosessuale» e «altri insulti che non si possono ripetere», spiega Shlomi Ben Dor, della polizia di Gerusalemme.

La scena viene filmata dalle telecamere di sicurezza della struttura. I poliziotti ora cercano di identificarli tutti, qualcuno l’hanno fermato, ma in molti temono che il lavoro non sarà per nulla facile. E mentre la Federazione di calcio israeliana cerca di prendere una decisione – l’ennesima – sul Beitar Jerusalem, scorrono le immagini di coda dell’aggressione: il dipendente arabo che cerca di salvare la pelle fuggendo all’interno del McDonald’s. Altri colleghi che cercano di reagire alle violenze. E i tifosi, non contenti, che lanciano sedie all’interno.

© Leonard Berberi

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Giornalista Usa accusa: “Gli ebrei se ne devono andare dalla Palestina”

«Gli ebrei? Se ne devono andare fuori dalla Palestina». Per trasferirsi dove? «In Europa, magari in Germania e Polonia». Parola di Helen Thomas, corrispondente senior dalla Casa Bianca.

Sarà stata l’età. Sara stato il caldo. Ma un video registrato il 27 maggio all’uscita dalla Casa Bianca – ora su YouTube – inchioda una delle giornaliste più famose degli Stati Uniti. Intervistata dal rabbino David Nesenoff del sito RabbiLive.com, la Thomas ha così risposto: «La Palestina non è né tedesca, né polacca. Ecco perché gli ebrei se ne devono tornare a casa loro».

Il video che inchioda la giornalista Helen Thomas

«I commenti della Thomas sono spregevoli», ha commentato Dennis W. Glick, presidente del B’nai B’rith International, organizzazione ebraica che da anni combatte l’antisemitismo e atti di razzismo. «La sua richiesta di far tornare gli ebrei in Germania e Polonia, paesi protagonisti del genocidio del nostro popolo, sono a dir poco offensivi», ha continuato Glick.

Quindi la proposta del vice di Glick, Mariaschin S. Daniel: «Non ci dovrebbe essere posto in una redazione di giornale per una come Helen Thomas. I suoi giudizi vanno oltre il semplice esercizio dell’espressione personale, sono proclami di guerra».

“Sono profondamente dispiaciuta del giudizio che ho dato sulla questione israelo-palestinese”, s’è scusata la Thomas.

AGGIORNAMENTO DEL 7 GIUGNO, ORE 20,00: La giornalista Helen Thomas si è dimessa – e si ritira dall’attività giornalistica – “con effetto immediato” in conseguenza delle sue dichiarazioni.

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Lavori forzati 2.0

“Troppi africani”. Per di più, “sono quasi tutti illegali”. E “danno fastidio”, “tolgono lavoro”,”creano problemi”. Tempi duri in Israele. Per tutti, anche per gli immigrati di colore. Perché, dopo le lamentele di molti dalle parti di Gerusalemme, un deputato della Knesset – definita qualche giorno fa “la più razzista di sempre” – ha deciso bene di avanzare la sua proposta per risolvere il “problema”.

“Mandiamoli nel deserto e creiamo per loro una città, là in mezzo alla sabbia, vicino all’Egitto”. Parola di Yaakov Katz.. Estrema destra, s’intende. Ma tra i banchi parlamentari qualcuno lo sta prendendo sul serio. Perché, propone Katz, “gli immigrati dovrebbero essere impegnati in lavori fisici di pubblicità utilità: ad esempio, dovrebbero partecipare alla costruzione di reticolati di confine e alla costruzione di strade, a beneficio degli abitanti del Negev”.

Katz non è un Borghezio qualsiasi. O un Calderoli della prim’ora. E’ il capo della Commissione parlamentare per la soluzione della questione dei lavoratori stranieri. “Già oggi, dalle parti di Tel Aviv vivono 23mila infiltrati africani – ha tuonato Katz – e ogni mese se ne aggiungo altri 2mila”.

C’è chi l’accusa di voler ghettizzare gli stranieri. A partire dalle associazioni che lottano per aiutare i lavoratori stranieri e i profughi. “Niente affatto – replica il parlamentare -. Propongo soltanto di raccoglierli in una città dove possano sostenersi lavorando”.

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“La legislatura più razzista di sempre”

Avigdor Lieberman, ministro e leader del partito di destra Israel Beitenu, è uno dei politici più discussi perché sempre al centro di proposte discriminatorie nei confronti degli arabi d'Israele

“La legislatura più razzista da quando esiste lo Stato israeliano”. Parole come pietre. Forse più pesanti. Perché arrivano da un dossier ricco di informazioni curato dal Mossawa Center. Con documenti che accusano nientemeno che l’esecutivo di Netanyahu perché da quando è al potere, le proposte di legge discriminatorie sono quasi raddoppiate.

Knesset sotto accusa. Se nel 2007 erano state 11 le proposte definite “razziste e discriminatorie” e 12 l’anno successivo, nel 2009 – con a capo Bibi – sono state quasi il doppio, 21, le bozze di legge “problematiche” discusse in parlamento.

“E’ in atto un trend per nulla positivo e stimiamo che la tendenza a proporre atti razzisti andrà crescendo anno dopo anno se non si farà qualcosa”, scrivono i ricercatori del Mossawa Center.

Al diavolo la diplomazia. “Una Knesset così attiva nelle proposte razziste e discriminatorie contro i cittadini arabi dello stato israeliano (circa il 20% della popolazione) non l’abbiamo mai visto”, hanno detto due degli autori del dossier, Lizi Sagi e il procuratore Nidal Ottman.

“La 18esima legislatura è gestita da politici che apertamente dichiarano di voler danneggiare i diritti civili degli arabi”, ha aggiunto il direttore del Mossawa Center, Jafar Farah. “I membri della Knesset stanno applicando le loro parole estremiste nelle leggi che vengono via via approvate, senza incontrare nessuna resistenza nè dentro, nè fuori dal Parlamento”, ha aggiunto durissimo. E ha poi attaccato: “Promuovono la discriminazione e il razzismo perché dipingono i cittadini israeliani di origine araba come una minaccia demografica”.

C’è un emendamento alla legge in vigore che mira a revocare la cittadinanza a chi compie un atto sleale nei confronti dello stato. Un altro emendamento condiziona la cittadinanza a una dichiarazione di lealtà allo stato. Poi c’è una proposta di legge che impone un anno di reclusione a chiunque neghi l’esistenza di Israele come stato ebraico e democratico.

Va detto, però, che il governo israeliano ha approvato ieri un piano pluriennale che prevede 800 milioni di shekel (circa 260 milioni di euro) per promuovere lo sviluppo economico e l’occupazione della minoranza araba.

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“Uno dei leader più importanti”

Umberto Bossi, della Lega Nord, sull'home page del sito del quotidiano israeliano Ma'ariv

Umberto Bossi? “Uno dei leader politici più importanti d’Italia”. Non è un titolo della “Padania”, il quotidiano leghista. Ma un lungo – e articolato – pezzo uscito su Ma’ariv. Un quotidiano israeliano. Che, tra le tante cose, racconta come il Senatùr sia diventato “uno dei principali sostenitori dello stato israeliano”. “Il rivoluzionario è un nostro amico”, scrive il giornale.

Perchè Bossi piace fin lassù? Semplice: “perchè è pragmatico, perchè capisce le esigenze di un paese, perchè è passato dalla violenza politica al buongoverno”. E perchè, scrive Ma’ariv, ha due punti in suo favore. Primo: l’inno della Lega Nord è il Nabucco di Giuseppe Verdi, cioè “la canzone degli schiavi ebrei”. Secondo: perché i genitori della moglie hanno salvato molti ebrei durante la persecuzione nazista.

Poi il tocco finale, uno di quelli che fanno piangere il popolo di Gerusalemme: “Nonostante tutte le tragedie, gli ebrei non hanno mai perso la loro identità – ha detto Bossi ai quotidiani israeliani -. E nonostante le varie cacciate e persecuzioni, alla fine lo Stato d’Israele è riuscito a portarli tutti nella loro casa e a conservare intatta la propria cultura”.

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Muro contro muro

Muri fisici. Alti, imponenti. Di difesa o di offesa. A seconda del punto da cui li si guarda. Poi ci sono altri muri. Quelli che non si vedono. Perché non sono costruiti fuori. Ma dentro. Nelle anime, nelle coscienze e nei cuori di ognuno.

E quando arrivano i sondaggi c’è soltanto da mettersi le mani nei capelli. Gli esperti la chiamano la “generazione del muro contro muro”. Satura di conflitti. “Una combinazione di fondamentalismo …e razzismo”, si spinge a commentare qualcuno. Perché gli istinti anti-arabi sono presenti – secondo il sondaggio – in quasi la metà di un campione rappresentativo di studenti israeliani ebrei compresi fra i 15 e i 18 anni.

Per non parlare di quelli che esprimono uno schiacciante tasso di simpatie verso il mondo dei coloni. O di quelli che fanno emergere sacche di intolleranza contro gli stessi “nuovi immigrati” ebrei: russofoni dell’ex Urss o falascia del Corno d’Africa.

La ricerca, condotta dall’istituto Maagar Mochot, rivela come un 46% di ragazzi alla soglia della maggiore età sia contrario all’idea che gli arabo-israeliani possano godere dei medesimi diritti degli ebrei. Quota che sale all’82% fra coloro che si professano religiosi, ma tocca un significativo 36% anche fra i laici dichiarati.

Mentre il 16% degli intervistati (il 46% fra i religiosi) non si vergogna di definire legittimo lo slogan “morte agli arabi”. Dice il curatore Daniel Bar-Tal, dell’Università di Tel Aviv: “I giovani ebrei di questa generazione mostrano di non aver affatto interiorizzato quei valori democratici che lo Stato d’Israele incarna anche secondo un’ampia maggioranza di studenti arabo-israeliani”.

Contraddittorio, poi, anche il rapporto fra la convinta adesione patriottica al servizio militare (che ben il 91% di giovani ebrei giudica un dovere) e l’intenzione manifestata da una metà degli interpellati (l’81% fra i frequentatori di sinagoghe e scuole rabbiniche) di disobbedire agli ordini superiori laddove fosse loro chiesto di sgomberare insediamenti di coloni in Cisgiordania o altrove.

“E’ un segnale allarmante del rafforzamento di tendenze estremistiche fra i giovani”, dice sconsolato al quotidiano Haaretz un funzionario del ministero dell’Istruzione. “Sono tendenze – accusa il professor Bar-Tal – che minacciano di dilagare ulteriormente, sullo sfondo delle dinamiche demografiche favorevoli agli ambienti religiosi ultrà. E che potrebbero diventare fra 20 o 30 anni il volto nuovo del Paese: una combinazione di fondamentalismo, nazionalismo e razzismo”. (leonard berberi)

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