attualità

“Noi non siamo dei pervertiti”: il coming out di massa di 40 ebrei ultraortodossi

Le bandiere arcobaleno durante il Gay Pride di Gerusalemme di giovedì 30 luglio 2015. Poco dopo un ebreo ultraortodosso ha accoltellato sei partecipanti (foto di Sebastian Scheiner/Ap)

Le bandiere arcobaleno durante il Gay Pride di Gerusalemme di giovedì 30 luglio 2015. Poco dopo un ebreo ultraortodosso ha accoltellato sei partecipanti (foto di Sebastian Scheiner/Ap)

All’ennesima dichiarazione omofoba non ce l’hanno fatta. Hanno aspettato, invano, un paio d’ore nella speranza che qualche altro leader replicasse. Che smentisse. Che criticasse. Quando attorno a quelle parole hanno notato solo il silenzio hanno aperto un file Word, hanno scritto alcune frasi. Poi hanno messo – uno dopo l’altro – nomi e cognomi. «Eccoci qui, con le nostre vere identità. Non ci vogliamo nascondere più. Siamo tutti gay. Quei gay che il rabbino Elyakim Levanon proprio non accetta».

L'elenco di alcuni dei quaranta nomi del coming out di massa (foto da nrg.co.il)

L’elenco di alcuni dei quaranta nomi del coming out di massa (foto da nrg.co.il)

E omosessuali lo sono davvero tutti e quaranta quelli dell’elenco diventato pubblico e che continua ad allungarsi. Un coming out di massa, mai avvenuto nella storia d’Israele, che vede protagonisti tutti ex studenti delle yeshiva, le scuole religiose ebraiche, che per la prima volta hanno detto chi sono davvero. Stufi di sentire il rabbino di ultradestra Levanon aggredire la comunità Lgbt. «L’omosessualità è una perversione, è un peccato», aveva detto pochi giorni prima il religioso.

«Non è la prima volta che sentiamo frasi del genere, ma quando è troppo è troppo», spiega al sito informativo Nrg Daniel Jonas, religioso, attivista Lgbt dell’associazione «Havruta» e promotore della lettera pubblica. «Il miglior modo per combattere l’omofobia è mostrare alle persone che tu esisti». Ed eccola la lettera. Indirizzata proprio a lui, Levanon.

Ma genitori, fratelli e sorelle, parenti e amici sapevano dell’omosessualità dei quaranta? «I famigliari più stretti sì – chiarisce Jonas – ma non gli altri». E invita il religioso a confrontarsi con loro, ad ascoltare le loro ragioni, a mettere da parte la convinzione che basti una «terapia» per la conversione in eterosessuali. Una mano tesa a lui ma anche alle altre guide spirituali di quelle comunità ultraortodosse dove essere gay è considerato ancora un tabù e qualcosa da tenere confinato tra le mura di casa.

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

Il rabbino: “Meglio pregare in moschea che in una stanza”

Piuttosto che una stanza, un garage o un angolo anonimo di un aeroporto meglio la moschea. Tanto Dio, pardon, Jahwe, non è che si faccia tanti problemi. Quel che conta, del gesto, è il significato che gli viene dato. Firmato: Rabbino Efrati.

E allora. Il tabù, se di questo si può parlare, è caduto con una semplice frase buttata sul web in risposta a un quesito teologico. Sul sito “Kipa” un utente-pendolare, ebreo praticante, scrive: «La maggior parte delle volte il volo è la mattina presto, ma nonostante abbia tutto il necessario non sempre ho il tempo di finire la preghiera». «Quando decido di pregare in aeroporto – continua il fedele – non riesco a dedicare il massimo del mio spirito a Dio: il posto spesso è scomodo e gli sguardi dei passeggeri mi distraggono. Che fare?».

La risposta, arrivata nel giro di pochi giorni, l’ha data il rabbino Baruch Efrati. «Alcuni scali europei e asiatici hanno al loro interno delle vere e proprie moschee», scrive il religioso. «Sono luoghi di solito vuoti e buoni per recarsi e pregare».

Certo, non è la soluzione perfetta, «ma sono sempre meglio di altri luoghi provvisori», aggiunge il rabbino. Del resto «agli ebrei non è proibito pregare in una moschea (a parte per quelli che appartengono alla dottrina Ran)». Attenzione, però: gli ebrei possono rivolgersi a Dio da una moschea, ma non da una chiesa cristiana. Quest’ultima sì che è vietata.

Leonard Berberi

Standard
attualità

Mandato d’arresto per Dov Lior, il rabbino delle colonie

Desta grande fermento nelle colonie ebraiche della Cisgiordania il mandato di arresto spiccato ieri dalla polizia israeliana nei confronti del rabbino Dov Lior, uno degli ideologi religiosi del movimento dei coloni. «Si tratta di una dichiarazione di guerra ai coloni», hanno detto un migliaio di dimostranti che si sono raccolti stamane nei pressi della casa del religioso, nell’insediamento di Kiryat Arba (Hebron).

Il rabbino Lior ha assicurato loro che non ha intenzione di consegnarsi alla polizia. Ha aggiunto che le autorità israeliane si comportano «come i bolscevichi che nella Russia sovietica limitavano la libertà di espressione dei rabbini». «Occorre mettere fine alle persecuzioni dei rabbini da parte di impiegatucci governativi», ha esclamato.

All’origine della vicenda vi è una lettera di apprezzamento scritta un anno fa dal rabbino Lior agli autori di un controverso testo rabbinico che, in condizioni estreme di conflitto, autorizza l’uccisione di Gentili anche se non coinvolti direttamente in ostilità. Il testo, “La legge del Re”, è stato peraltro duramente condannato da altri autorevoli rabbini.

La polizia ritiene che in quella lettera ci possa essere una violazione delle legge che vieta l’incitazione all’odio razziale. Nei mesi scorsi la polizia ha convocato più volte il rabbino Lior affinchè desse spiegazioni, ma egli si è sempre rifiutato di comparire. Da qui la decisione di spiccare un mandato di arresto che – se fosse realizzato – rischia adesso di innescare incidenti.

Standard
attualità

Proclama contro case ad arabi, si spacca il mondo religioso

La spaccatura è evidente. E per la prima volta rischia di creare una tensione tutta interna all’ortodossia ebraica. Un influente rabbino israeliano, studioso della Torah e voce moderata della comunità ultraortodossa, si è accodato alle critiche suscitate martedì 7 dicembre dal proclama di 50 suoi confratelli contro la vendita e l’affitto di case a non ebrei in Israele.

«Cosa succederebbe se un simile appello fosse lanciato a Berlino contro l’affitto di case a ebrei?», si è chiesto il rabbino Aaron Leib Steinman, 96 anni suonati. E l’ha detto subito dopo aver rifiutato di firmare il documento sotto tiro e dopo aver detto no a un incontro con uno dei promotori. «Questo è nazionalismo», ha aggiunto secco il religioso.

L’iniziativa è stata condannata da (quasi) tutti. Anche dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ma non fino al punto da far aderire il premier e il suo partito alla richiesta delle opposizioni di centro e di sinistra di revocare il salario pubblico riservato ai rabbini coinvolti.

Mentre durissimo è stato il commento del presidente dello Stato ebraico, Simon Peres: «Tutto questo è frutto di una crisi morale della nostra nazionae», ha attaccato il premio Nobel per la pace. Intanto il deputato arabo-israeliano Ahmed Tibi ha rincarato la dose definendo «naziskin» e «antisemiti» (essendo gli arabi pure semiti) i rabbini dello scandalo. Mentre un suo collega, Talab El-Sana, è stato espulso dall’aula dal presidente della Knesset dopo aver interrotto un’audizione parlamentare del ministro dell’Interno, Eli Yishai (che rapportava sulla tragedia del monte Carmelo), per bollare come «schiuma della Terra i 50 firmatari del proclama» e per affermare che si tratta di «razzisti, non di rabbini».

Leonard Berberi

Standard
attualità

Germania, ordinata la prima donna-rabbino dai tempi dell’Olocausto

Alina Treiger rompe un tabù che durava da decenni. E che, per come erano andate le cose l’ultima volta, riportava alla memoria la tragedia del popolo ebraico. In Germania. E in Europa.

A 31 anni, Alina diventerà in Germania la prima donna-rabbino dalla fine dell’Olocausto. Nata in Ucraina, la Treiger s’è trasferita nel paese tedesco nel 2002, dopo aver studiato musica a Mosca. Quando sarà ordinata rabbino dovrà guidare la comunità ebraica della Bassa Sassonia, a est della Germania.

In un’intervista alla Zdf (qui il video) Alina Treiger ha detto che «l’Olocausto fa parte della storia degli ebrei tedeschi», ma ha anche aggiunto – alla Bbc – che «è venuto il tempo di guardare al futuro e di non rimanere intrappolati dalle esperienze negative del passato».

Poi, la futura guida spirituale, ha ricorda quella di cui lei si ritiene il successore: Regina Jonas. Nata a Berlino, anche Regina era un rabbino. Ma la sua missione religiosa è finita nel campo di concentramento di Auschwitz, dove trovò la morte.

Leonard Berberi

Standard
attualità

E per rimanere incinta il rabbino consiglia alla donna di togliere la parrucca

Altro che fecondazione in vitro. Altro che Robert Edwards (il premio Nobel 2010 per la medicina). Altro che cura ormonale. La questione è semplice: per rimanere incinta basta gettar via la parrucca. Sì, la parrucca. Soprattutto se è costosa. Diciamo pure un prezzo: tremila dollari. Una chioma falsa che le donne – una volta sposate – spesso indossano per coprire quella vera, così come impone una corrente della religione ebraica.

Il suggerimento – al limite del grottesco – viene sbattuto sulle pagine del settimanale “Yedioth Jerusalem” dal marito della donna. Che pubblica la risposta che il rabbino di famiglia Daniel Zar ha dato alla coppia, preoccupata perché dopo tre anni di tentativi non riusciva a concepire un bambino.

«Se provi a togliere la parrucca – ha suggerito il religioso alla donna – ti assicuro che sarai in grado di rimanere incinta entro due mesi». Una risposta che, per la verità, la moglie aveva già sentito. Racconta ancora il marito che la consorte aveva espresso la sua angoscia a una conoscente (haredi, cioè religiosa, anche lei). Che dopo aver sentito le lamentele aveva consigliato caldamente di togliere quell’ammasso di peli posticci che si ritrovava in testa.

«Ero molto arrabbiato», racconta l’uomo al settimanale. «Non riuscivo a capire come avesse potuto quel rabbino fare promesse simili». Solo che alla rabbia subentra presto la sorpresa. E anche un po’ di imbarazzo. La moglie toglie la parrucca (valore: 3.000 dollari) e dopo qualche settimana resta davvero incinta. Sentita la storia – e avendo gli stessi problemi – pare che anche la sorella della futura mamma abbia fatto lo stesso. Via la parrucca costosa in cambio di una gravidanza.

E così, dopo i consigli strampalati (ma pare anche utili) del rabbino Chaim Kanievsky, dove proponeva di usare un generatore di corrente elettrica durante lo Shabbat e di farsi crescere la barba per aumentare la fertilità della coppia, ora si aggiunge anche questa storia delle parrucche.

Leonard Berberi

Ultimo aggiornamento: ore 22.04, mercoledì 6 ottobre

Standard
attualità

I rabbini visitano la moschea bruciata e attaccano: “Questo è un atto vile e contro la Torah”

Il rabbino Fruman, dell'insediamento di Tekoa, visita l'interno della moschea (foto di Noam Moscowitz / Ynet)

Qualcuno le ha interpretate come le prove generali per la pace. Certo è che faceva un certo effetto vedere una delegazione di rabbini provenienti dagl’insediamenti condannare – dall’interno di un edificio religioso musulmano – la profanazione delle ultime ore ai danni di una moschea. E, soprattutto, portare sotto braccio decine di copie nuove di zecca del Corano, il libro sacro dell’Islam.

Le «prove generali» sono andate in scena ieri pomeriggio nei pressi di Betlemme. Dove, il giorno prima, la moschea di Beit Fajar era stata bruciata insieme alle copie del Corano. Le prove – stando alle forze di sicurezza palestinesi – porterebbero a un gruppo di coloni che abitano vicino all’area.

Dopo una serie di incomprensioni durate un giorno intero, la delegazione ebraica è riuscita a far visita al luogo sacro musulmano. Scortata comunque da soldati dell’esercito israeliano (che ha fermato il lancio di pietre contro le proprie pattuglie) e da poliziotti palestinesi, ma anche per nulla intimorita di dire quello che il momento chiedeva.

«Siamo qui per condividere insieme ai fratelli musulmani l’orrore che questo attacco provoca», ha detto il rabbino Brin. «E per mettere in chiaro che questo non è il modo di comportarsi che indica la Torah, perché è un gesto moralmente sbagliato e offensivo. Noi non educhiamo così i nostri figli. E anche se con alcuni seguaci abbiamo avuto qualche frizione, l’Islam non è una religione ostile».

L.B.

Standard