attualità

Il rabbino: “I giovani sono violenti perché le mamme vogliono far carriera”

Ragazzini ultra-ortodossi in una delle vie del quartiere religioso Mea Shearim di Gerusalemme

E ora sarebbe colpa delle donne. Meglio: delle madri. Colpevoli di voler uscire di casa per lavorare e di non fare per tutta la vita le casalinghe. Così se i giovani di oggi sono molto più violenti che in passato è solo (de)merito loro: delle mamme. Quelle che preferiscono la carriera alla famiglia. E per questo non hanno motivo di lamentarsi se poi il figlio si macchia di reati.

Il rabbino Elyakim Levanon fa proseliti. Non tra i suoi fedeli. Ma tra i colleghi religiosi. Perché dopo la frase del capo spirituale dell’insediamento di Elon Moreh, quella che diceva che le donne sono incapaci di gestire una comunità di persone, ci si mette pure un altro rabbino, Dov Lior, guida religiosa di Kiryat Arba (Hebron), a intervenire sulla questione femminile.

“La gente dice che i giovani hanno un problema perché sono molto violenti”, ha esordito il rabbino. “Ma la verità è che questi comportamenti adolescenziali sono conseguenza dell’assenza delle madri che, ai figli e alla famiglia, preferiscono il lavoro”. “Una donna che persegue la sua carriera – ha rincarato Dov Lior – non sta facendo la cosa ideale, visto che il suo lavoro, quello che Dio le ha assegnato, è quello di fare la casalinga”.

Tutte queste dichiarazioni sono state messe nero su bianco su un volantino poi distribuito nella sinagoga di Kiryat Arba per sostenere le parole del rabbino Levanon criticato dalle associazioni femminili israeliane per le parole pronunciate.

Standard
attualità

Tel Aviv, inaugurata la prima scuola di web design per ebrei ultraortodossi

Di quelle accuse non se ne poteva più. “Non aiutano l’economia del nostro Paese”, hanno detto da più parti. Così il rabbino di Tel Aviv, Yisrael Lau, ha deciso che quel vociare doveva finire lì. Che loro, i religiosi, dovevano dare dimostrazione di darsi da fare per il Paese.

Ed ecco che, negli scorsi giorni, il rabbino Lau ha inaugurato un laboratorio speciale: si chiama “Prog Center” ed è il primo centro di web design tutto dedicato agli ebrei ultra-ortodossi. Nei prossimi mesi, insomma, molti siti web israeliani porteranno la firma di esperti “haredi”.

“Questo è un giorno importante, soprattutto alla luce dei commenti rivolti alla nostra comunità negli ultimi giorni”, ha polemizzato subito il rabbino Lau. Un personaggio di spicco del rabbinato israeliano, da molti considerato una sorta di ponte tra la società ultra-religiosa e la collettività israeliana. “Con questa nuova realtà noi vogliamo dimostrare che gli haredi danno il loro contributo all’economia del Paese”.

Un passo avanti. Certo, resta da risolvere una questione di non poco conto: secondo i massimi esponenti dell’ebraismo, quelli che siedono a Gerusalemme, Internet è un “abominio”, e per questo esso deve essere vietato. Non solo nei pc, ma anche negli smartphone.

Standard
attualità

Il rabbino: le donne sono incapaci di gestire una comunità

Le donne? “Incapaci di gestire una comunità”. Ecco perché “sarebbe meglio se si dedicassero alla gestione domestica”. E, se comunque si mettessero in testa di candidarsi, allora “dovrebbe esser loro impedito di farlo”.

Parola di Elyakim Levanon, rabbino capo dell’insediamento di Elon Moreh, contea di Samaria, Israele. Parole come pietre quelle della guida spirituale locale. Parole piovute in risposta alla lettera di una donna che gli aveva chiesto cosa poteva fare per candidarsi alla carica di segretario del consiglio della comunità.

“Credo non sia giusto che siano soltanto gli uomini a decidere come gestire la comunità”, aveva osato scrivere la donna, rimasta anonima. Ma il rabbino Levanon ha stroncato qualsiasi velleità politica della signora: “Il primo problema – ha scritto su un quotidiano locale – è che le donne non possono avere nessun tipo di autorità sulla collettività. Essere segretario vuol dire avere l’autorità e le donne non possono quindi diventarlo”.

“Se la donna vuole farsi sentire – ha continuato il rabbino – deve farlo attraverso il marito”. Anche se, consiglia, “il dibattito dovrebbe tenersi in famiglia, e quando i pareri sono concordi, il marito presenta l’opinione della famiglia”.

IL CASO-SIMBOLO / Nell'immagine, la foto in alto - quella originale - riguarda la presentazione ufficiale di tutto il nuovo esecutivo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Ma in basso, la stessa foto, è stata alterata per il pubblico ultra-ortodosso. Il ritocco riguarda solo la componente femminile: le donne del governo sono sparite e sostituite con altri uomini.

Altro che schiaffo al femminismo e ai decenni di lotta in tutto il mondo per affermare la parità dei sessi. Questo è un pugno. Anzi, un tentato omicidio. E infatti le israeliane non sono rimaste in silenzio. “In tempi di crisi le donne hanno dimostrato una forte capacità di alzarsi in piedi e di combattere”, ha risposto piccata Daniela Weiss, guarda caso ex capo del consiglio di Kedumim, nei pressi di Nazareth.

“Quelle del rabbino sono state frasi anti-democratiche e medievali”, ha replicato Nurit Tsur, presidente dell’Israel Women Lobby. “Di fronte a queste parole – ha concluso – mi aspetto che le autorità religiose non diano loro nessun credito e che chiariscano che il ruolo delle donne nella discussione politica nazionale è necessario ed essenziale”.

Standard
attualità

Ex contro ex

Ex contro ex. Il primo ex è un rabbino. Che è stato anche un criminale. E per questo ha fondato un collegio religioso riservato alle pecorelle smarrite transitate – come lui – nelle galere israeliane. Un ex che però non è più ex visto che nei giorni scorsi è stato arrestato con l’accusa d’aver affrontato alla vecchia maniera un adepto (il secondo ex) che si stava allontanando di nuovo dalla retta via. Come? Sparandogli alle gambe.

L’episodio risalirebbe a tre settimane fa, ma finora era rimasto coperto dal segreto istruttorio. Il rabbino in questione, scrivono i giornali israeliani, svolgeva la sua missione a Gerusalemme, dove si era stabilito dopo aver scontato una condanna per tentativo di omicidio ed essersi votato alla vita religiosa.

Qui aveva aperto una scuola talmudica diversa dalle numerosissime altre perché si trattava di un collegio rivolto a pregiudicati ed ex malfattori in odore di pentimento. Procedeva tutto bene. Le sbarre erano soltanto un lontano – e cattivo – ricordo. Fino a quando uno degli studenti non ha pensato bene di mostrarsi – secondo il rabbino ex galeotto – “poco saldo nel cammino di conversione” e sarebbe tornato a delinquere.

Un tradimento. Peggio. Un affronto. Talmente tanto grave che – stando alla ricostruzione della polizia – il rabbino avrebbe provveduto a punire come ai vecchi tempi. O meglio: come si faceva nella precedente vita. Così il rabbino ex galeotto avrebbe preso una pistola e sparato al peccatore recidivo da una motocicletta in corsa. Un agguato in piena regola. Che gli è costato il ritorno in prigione.

Standard
attualità

La carica dei 200

(foto Shmulik Grossman / Ynet)

Più che un affronto sembra una dichiarazione di guerra. E una promessa: da questo pezzo di terra tutto quello che è musulmano sarà spazzato via. Moschee storiche comprese.

Da qualche giorno, su 200 bus di linea della compagnia israeliana Egged per le vie di Gerusalemme, sono comparsi mega poster che chiedono la costruzione di un terso tempio ebraico. La cosa particolare è che nel disegno di corredo, c’è la Spianata delle moschee senza le… moschee.

I poster sono stati commissionati da un gruppo di estrema destra chiamato Eretz Israel Shelanu (La nostra terra d’Israele), guidato dai rabbini Shalom Dov Wolpo e Baruch Marzel. “La moschea è lì solo provvisoriamente – ha tuonato Dov Wolpo – perché dovrà fare spazio alla costruzione del nuovo Tempio. Questo lo sanno sia gli arabi che l’amministrazione Obama”.

Poco più in là, a Gerusalemme Est (a maggioranza musulmana) non l’han presa proprio bene. Anche perché Gerusalemme, per i palestinesi, non è una città qualsiasi, ma “la” capitale.

(aggiornamento del 6 aprile: dopo oltre una settimana di esposizione, i poster sono stati tolti da tutti bus in cui erano stati messi)

Standard
reportage

Baruch Goldstein il “mite” e il massacro di Hebron

Baruch Goldstein

Con quella faccia così sorridente non spaventava nessuno Baruch Kappel Goldstein. Sempre gentile. Sempre devoto. Sempre al servizio di tutti. Lui, un fisico ebreo di Brooklyn, New York. Proprio come Albert Einstein. E all’Albert Einstein College of Medicine aveva finito gli studi. Davanti: un futuro da stimato professionista.

Solo che a un certo punto Baruch incontra il rabbino Meir Kahane. Studia la Torah. S’iscrive alla Jewish Defense League. Che dalle parti degli States non è niente. Se non una rivendicazione di appartenenza. E una richiesta di salvaguardia della cultura ebraica. Ma a 8.970 chilometri di distanza, a Hebron, tutto questo diventa minaccia di vita, rabbia. Follia. Ed è proprio a Kiryat Arba, una manciata di passi da Hebron, città dei Patriarchi, che Baruch si trasferisce. Inizia a servire nell’esercito israeliano come medico. Si sente finalmente a casa. Aiuta tutti. Tranne i musulmani. Tranne i palestinesi. Quelli no, ché sono degl’invasori. Degli uomini malvagi. Degli usurpatori della terra dei padri dell’Ebraismo.

A Hebron Baruch diventa un uomo sempre più tormentato. Assalito dalla rabbia. Da un tarlo che non lo lascia in pace. Proprio lui, ch’era nato in pace. E che, più di tutti, aveva assaporato l’ebbrezza della libertà di movimento, di studio, di pensiero, di parola. Di vita.

Ma la vita per Baruch inizia a perdere peso. E senso. Si guarda intorno. Minaccia le persone a parole. Forte della divisa verde. E della fede in Dio. Fino a quando, nel bel mezzo del Purim, una delle feste ebraiche più felici, non si mette in testa che Hebron debba essere liberata. Purificata. Riportata alla luce. Così, il 25 febbraio 1994, saluta la moglie Miriam, tutto infagottato nella divisa militare. La bacia. Le concede un sorriso. Poi s’allontana. Con la scusa di prestare servizio. Di salvare vite umane. Vite ebraiche. Le uniche che contano.

Intorno è la solita vita. Litigi quotidiani tra ebrei e musulmani. Bambini che schiamazzano. Ragazzini che lanciano pietre da una parte all’altra. Preghiere arabe. Canti ebraici. Un carrettino trainato da un cavallo in cerca disperata di improbabili turisti. Un suk pieno di cianfrusaglia. E un bar che non è un bar, ma una composizione spoglia di quattro antichissime mura. Ché quella è la città vecchia. Secolare. Tormentata.

Baruch fa pochi passi. Quelli che gli servono – secondo lui – per mettere le cose a posto. Entra nella Tomba dei Patriarchi. Che, per quegli scherzi del Destino, è anche una moschea. La moschea di Ibrahimi. Dentro, almeno duecento persone. Duecento fedeli musulmani. A piedi nudi. Chini verso la Mecca. Adoranti verso Dio. Allah. Un Signore che in quel momento non passava di là. Perché Baruch inizia a sparare. All’impazzata. Decine di colpi. Da destra a sinistra. Da sinistra a destra. Colpi verso qualsiasi cosa si muova. E intanto urla. Canta. Prega. Adora Dio. Il suo Dio. Che non è un nemico di quello dei musulmani. Ma questo Baruch non lo sa. O meglio, lo rifiuta.

Il deserto della Hebron ebraica (foto L.B.)

E intanto cadono proiettili. Così tanti che bisogna sommare le gocce di pioggia cadute negli ultimi mesi su Hebron per pareggiare il conto. Gli uomini palestinesi urlano. Sprizzano sangue che sembra un grande sacrificio. Peggio, l’Apocalisse. Un’Apocalisse senza fine. Minuti interi di colpi d’arma da fuoco. Che fermano Hebron. Gelano il sangue. E chiudono una volta per tutte il libro della possibile convivenza tra ebrei e musulmani. Almeno da quelle parti.

Poi qualcuno prende un estintore. Lo sbatte contro la testa di Baruch. Lo tramortisce. Gli toglie il fiato. Gli spegne il tipico sorriso. Accanto a Baruch Kappel Goldstein ci sono 29 corpi. Tutti senza vita. E 125 altri corpi. Che respirano a malapena. Feriti. Una carneficina. Nella casa del Signore.

Da lì è iniziato tutto. E non è mai finito. Sassaiole, spari, urla, spintoni. E morti. Altri ancora. 25 palestinesi. 5 coloni israeliani. E la decisione finale: dividere in due la città.

Sedici anni dopo, a Hebron non è cambiato nulla. Le pietre continuano a volare da una parte all’altra. L’odio continua a governare la città. La rabbia continua ad allevare generazioni di ebrei e musulmani. La morte a vincere sulla vita. Solo che ora a Hebron c’è un muro. A tratti visibile. A tratti no. Poi ci sono tante reti. E segni di sparatorie. E famiglie spezzate.

Per vedere il più grande fallimento di cui l’uomo è capace bisogna venire qui. A Hebron. Nel bel mezzo del vuoto. Un vuoto fisico. E mentale.

Standard
attualità

“Una missione religiosa contro i gay”

Uno stralcio della lettera anti-omosessuali inviata dal rabbino Moti Elon (foto Ma'ariv)

Non ne azzecca più una, il rabbino Moti Elon. Non bastasse lo scandalo sessuale, il quotidiano Ma’ariv pubblica un’altra storia. O meglio: una lettera di ringraziamenti e congratulazioni. Scritta da Elon e inviata all’associazione religiosa che si occupa di “convertire” gli ebrei omosessuali alla “retta via”.

“L’attività della vostra associazione nella cura di questa deviazione mentale è apprezzabile – scrive il rabbino Elon – perché è un grande atto di salvataggio e preservazione del popolo d’Israele”. “E’ scritto che la vostra associazione dia una mano alle persone senza scampo – continua Elon – e, nonostante le difficoltà che uomini e donne creano al giorno d’oggi, la vostra è una missione divina”.

Una missiva che dalle parti di Tel Aviv non è proprio piaciuta. E nemmeno a Gerusalemme. Dove, a fatica, si inizia ad accettare l’idea di avere a che fare con religiosi omosessuali.

Standard