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Per Gaza arrivano 5,4 miliardi di dollari

Sono 5,4 i miliardi di dollari raccolti per la ricostruzione di Gaza. La cifra è stata raccolta – meglio: promessa – al Cairo, in Egitto, durante la Conferenza dei donatori. Una cifra che, stando ai calcoli dell’Autorità nazionale palestinese, dovrebbe coprire le spese (4 miliardi) per riportare la Striscia a com’era prima del conflitto estivo con Israele. Il Qatar spicca per la sua generosità (1 miliardo), l’Italia ha garantito 23,6 milioni. Nel grafico sotto i Paesi che hanno donato di più. (leonard berberi)

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ANALISI / I dubbi di Obama, i timori d’Israele, il nervosismo dei Paesi arabi: così l’Occidente si prepara ad attaccare Assad

«Stanno aspettando tutti che lui decida cosa fare: se intervenire o aggiornare il contatore delle vittime civili in Siria». «Lui» è Barack Obama, il presidente statunitense sulla cui testa pende la decisione finale: rovesciare Bashar al-Assad oppure attendere ancora. Magari un via libera delle Nazioni Unite. Via libera che, spiegano da Gerusalemme, non ci sarà mai. Non solo per l’opposizione della Russia. Ma anche per una certa resistenza della Cina. E d’Israele. Che vorrebbe sì dare il benservito ad Assad, ma teme di trovarsi un altro Libano, altri gruppi di miliziani. E, addirittura, Al Qaeda.

Dallo Stato ebraico però confermano: decine di Paesi sono pronti da giorni con i loro eserciti. Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Turchia, Canada, Qatar, Arabia Saudita, Giordania sarebbero in prima linea. E lo dimostra anche la riunione che i vertici militari di questi Paesi hanno iniziato ieri proprio in Giordania per una due giorni «per fare il punto sulle conseguenze del conflitto in Siria». Al tavolo c’è anche l’americano Martin Dempsey, capo di Stato maggiore congiunto. «Niente di eccezionale, si tratta di un incontro programmato da mesi», hanno spiegato i giordani.

Il segretario di Stato Usa John Kerry ieri alla conferenza stampa sulla Siria (foto Manuel Balce Ceneta / Ap)

Il segretario di Stato Usa John Kerry ieri alla conferenza stampa sulla Siria (foto Manuel Balce Ceneta / Ap)

Programmato o no, sono i tempi a rendere l’appuntamento importante. Forse decisivo. Anche perché contemporaneamente a Washington i telefoni non hanno smesso di squillare tutto il giorno, ieri. E perché un altro incontro «programmato qualche settimana fa» non poteva capitare nel momento più «opportuno» per capire che succederà d’ora in avanti in Siria. Ieri a Washington è piombata una delegazione israeliana capeggiata da Yaakov Amidror, consigliere del premier Benjamin Netanyahu per la sicurezza nazionale. Al centro dei colloqui «la politica e la sicurezza». Netanyahu non può reggere un altro pezzo di confine gestito dall’altra parte da terroristi islamici. Già è dura tenere in sicurezza la frontiera con la Striscia di Gaza, il Sinai e il Libano. Se anche il Golan dovesse diventare instabile Gerusalemme potrebbe essere chiamato a uno stato d’allerta senza precedenti.

Le informazioni, in queste ore, convergono tutte in un’unica direzione: basta una parola e l’attacco ad Assad parte nel giro di pochi minuti. Ma Obama tergiversa. Anche troppo, secondo i sauditi. I quali, racconta un lungo resoconto del Wall Street Journal, il fine settimana hanno più volte contattato la Casa Bianca invitando l’inquilino numero uno a dare l’ok all’intervento militare «con o senza l’Onu». «Come presidente non puoi disegnare una linea rossa e poi non farla rispettare», raccontano fonti arabe al quotidiano americano.

«Proprio il prendere tempo da parte di Obama sta innervosendo i paesi del Golfo arabo», spiegano da Gerusalemme. «Ma non è una scelta facile, quella del presidente americano: se non esiste una strategia concreta per il dopo-Assad, la Siria rischia di diventare un protettorato di Al Qaeda».

«Lui», Obama, intanto ieri ha mandato in prima linea il segretario di Stato Usa John Kerry. «L’attacco con armi chimiche del 21 agosto in Siria ha sconvolto la coscienza del mondo perché è stato indiscriminato e su larga scala», ha detto ieri Kerry. «Il presidente Usa ritiene che chi ne è responsabile debba essere chiamato a risponderne. Per quel che mi riguarda il regime siriano ha qualcosa da nascondere», ha continuato Kerry. Seguito, poco dopo, dal portavoce della Casa Bianca Jay Carney. «È innegabile che in Siria siano state usate armi chimiche – ha spiegato Carney –. Continuiamo a rivedere le opzioni con i consiglieri nazionali, i partner internazionali e il Congresso». Quando ai piani di Obama, però, lo stesso Carney ha chiarito che «il presidente non ha ancora deciso cosa fare».

Un missile Tomahawk sparato da una nave militare americana

Un missile Tomahawk sparato da una nave militare americana

La diplomazia mondiale guarda alla finestra. S’interroga. Si chiede, soprattutto in Europa, se bisogna per forza aspettare Obama o non convenga muoversi subito. Per poi avere il sostegno Usa. Il presidente americano, nell’incontro di tre ore di sabato con i vertici militari e dell’intelligence, ha chiesto non soltanto di avere un resoconto delle opzioni sul campo, ma anche di informarsi se sia per forza necessario passare attraverso una decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per attaccare militarmente Assad oppure si può procedere senza un voto internazionale magari facendo appello alla Convenzione di Ginevra e a quella sulle armi chimiche. Intanto – racconta l’emittente americana Cbs News – Obama ha ordinato la pubblicazione di un dossier «entro uno o due giorni» con quello che sta succedendo in Siria «prima che venga avviata qualsiasi azione militare».

Intanto bisogna registrare i movimenti nel Mediterraneo. Secondo il Guardian i primi aerei da guerra e trasporti militari britannici (C-130) sarebbero stati avvistati nei cieli di Cipro e nei pressi della base di Akrotiri, a soli 170 chilometri in linea d’aria dalla costa siriana. Quattro navi dell’esercito Usa da qualche giorno si trovano al largo del Medio Oriente. Un sottomarino britannico sarebbe arrivato nelle ultime ore ad affiancare altri due battenti bandiera statunitense.

«Se Obama darà l’ok i primi missili partiranno non prima del tramonto», ragionano da Gerusalemme. «Anzi, molto probabilmente saranno sparati nel cuore della notte». Il motivo? «La gente dorme a quell’ora, le strade sono vuote». L’obiettivo primario dei missili: i depositi di armi chimiche. Poi le altre postazioni militari. Così da neutralizzare Assad nel giro di poche ore. «Esattamente com’è successo con Gheddafi».

© Leonard Berberi

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Siria, ora Hezbollah manda i suoi uomini d’élite a combattere per Assad

Miliziani di Hezbollah in territorio siriano, nei pressi di Qusair, da due giorni al centro di una battaglia durissima tra lealisti e ribelli (foto Qusair Lens - autenticità non verificata)

Ribelli nei pressi di Qusair, da due giorni al centro di una battaglia durissima con i lealisti e gli uomini di Hezbollah (foto Qusair Lens – autenticità verificata dall’agenzia Ap)

Il salto di qualità, 798 giorni dall’inizio della crisi. Dopo il successo militare tra domenica e lunedì – con una città, Qusair, ormai strappata ai ribelli – nelle ultime ore centinaia di militari di Hezbollah hanno varcato il confine tra Libano e Siria e si preparano a lanciare l’attacco anche ad altre città in mano agli anti-Assad.

Una novità che fa entrare la guerra civile siriana in un nuovo contesto. Non più faccenda gestita dall’interno, ma sempre più in mano agli stranieri provenienti dal Libano (Hezbollah), dall’Iran che a loro volta se la devono vedere con i milioni di dollari che arrivano da settimane ai ribelli con mittente Qatar. Il tutto poche ore dopo che il presidente Usa Barack Obama ha chiamato Beirut per esternare la sua preoccupazione sul ruolo dei miliziani sciiti. E mentre nel Golan si fanno sempre più intensi gli spari tra esercito di Assad e quello israeliano, tanto da aver portato alla distruzione di una jeep militare di Gerusalemme che percorreva le linee dell’armistizio.

«A Qusair Hezbollah guida l’avanzata militare via terra, mentre l’esercito di Assad bombarda con i caccia», spiega Rami Abdel Rahman, direttore dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, una ong con sede a Londra. Mentre l’agenzia France Presse aggiunge che «fonti vicine al gruppo sciita rivelano che in Siria sono stati mandati uomini dell’unità d’élite». Insomma, non «semplici» militari. Per ora, dopo due giorni di battaglia, sarebbero morti 31 membri di Hezbollah, 70 ribelli, 9 soldati siriani, 3 paramilitari e 4 civili.

Un mortaio sparato dalla Siria nel Golan (foto Gil Eliyahu)

Un mortaio sparato dalla Siria nel Golan (foto Gil Eliyahu)

Per la prima volta, quindi, Hezbollah entra in prima linea nel conflitto. E le conseguenze rischiano di portare l’intera regione a entrare in guerra. Perché Israele – così come gli Stati Uniti – non ha nessuna intenzione di lasciare la zona in mano a miliziani che cercano di impossessarsi delle armi chimiche di Damasco. E c’è chi teme che, con le elezioni alle porte, a Teheran qualcuno possa avere tutto l’interesse – politico – di aizzare gli animi, di provocare una reazione violenta di breve durata, ma utile a spostare le preferenze popolari verso la propria parte.

La situazione inizia a farsi confusa anche in Libano. Anche qui a giugno ci saranno le elezioni. Elezioni che, però, potrebbero saltare in attesa di una legge elettorale che piaccia a tutti. L’incertezza politica quindi cade negli stessi giorni in cui Hezbollah torna alla ribalta internazionale e, secondo alcuni analisti, finirà per dividere ancora una volta il Paese dei cedri tra chi è pro e chi contro i miliziani sciiti.

Una confusione che, novantamila morti dopo, rischia di far annichilire anche le residue speranze legate alla conferenza di Ginevra del prossimo mese. Conferenza proposta e organizzata da Usa (anti-Assad) e Russia (al fianco del presidente siriano) per risolvere la situazione nel Paese. Ma la discesa in campo di Hezbollah, che non ha nessuna intenzione di privarsi del corridoio di collegamento con Teheran, rischia soltanto di complicare la situazione. Situazione che deve tenere sempre più conto anche di quello che succede in Giordania. I profughi siriani sono diventati un problema per la sicurezza nel nord del Paese e ogni giorno che passa sale l’insofferenza per la massiccia presenza.

© Leonard Berberi

(Pubblicato alle ore 11.47 del 21 maggio 2013)

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Ecco le esercitazioni Nato-Paesi arabi al confine siriano. “Ma non sono prove di guerra contro Damasco”

Hanno iniziato a fare le cose in grande. Con gli Usa a comandare tutta l’operazione. E che operazione. «La più grande esercitazione militare in Medio Oriente dell’ultimo decennio», l’ha definita il generale americano Ken Tovo, capo della Us Special Operations Forces. E tutto a pochi chilometri dal fronte siriano. In territorio giordano.

Prove tecniche di intervento armato. O, come preferiscono i paesi partecipanti, «war games», giochi di guerra. Come anticipato da Falafel Cafè qualche giorno fa citando fonti israeliane. Non fonti a caso, visto che l’irritazione d’Israele è forte per l’esclusione alle esercitazioni.

E comunque. Dodicimila uomini, tanti Paesi (Bahrein, Egitto, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Libano, Pakistan) e l’ok della Nato, se è vero che ci sono anche militari francesi, spagnoli e italiani. «Ieri abbiamo iniziato ad applicare le capacità sviluppate la scorsa settimana in uno scenario di guerra “irregolare” e dureranno ancora un altro paio di giorni», ha spiegato il generale americano.

Il generale americano Ken Tovo (a sinistra) insieme al collega giordano Awni El-Edwan (foto di Majed Jaber / Reuters)

A cosa servono queste esercitazioni lo spiega – con tanta diplomazia – il militare americano stesso. «Quello che vogliamo comunicare con queste esercitazioni è che abbiamo creato un gruppo con i partner più adatti della regione e del mondo per affrontare al meglio le sfide del futuro». A Gerusalemme qualcuno ha colto un duplice segnale: il primo, gli Usa vogliono risolvere la questione siriana prima delle elezioni americane. Il secondo: l’amministrazione Obama vuole rassicurare Israele sul fatto di avere tanti alleati al suo fianco in ottica anti-iraniana, ma anche che Gerusalemme non deve scalpitare. Non prima delle elezioni americanedelprossimo autunno, almeno.

E però, il collega giordano di Ken Tovo ha un po’ tirato il freno a mano sul senso delle esercitazioni. «Nessun soldato di quest’iniziativa sarà usato per interventi al nord (al confine con la Siria, nda)», ha precisato il maggiore Awni El-Edwan. «Le esercitazioni non sono collegate in nessun modo a qualche evento del mondo reale, tantomeno con la Siria. Rispettiamo la sovranità siriana». Una precisazione che non precisa, secondo qualcuno. Ma che, anzi, pare dire esattamente il contrario di quel è che stato affermato da el-Edwan.

© Leonard Berberi

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ANALISI / Quei dodicimila uomini della Nato e dei Paesi arabi pronti a invadere la Siria

Ufficialmente si tratta soltanto di un’esercitazione. Ufficiosamente, fanno trapelare da Gerusalemme, «siamo di fronte a una delle ultime tappe prima dell’intervento armato contro la Siria di Bashar Assad». Intervento che, per ora, dovrebbe avere come base di partenza un contingente di 12 mila soldati, di almeno diciassette nazionalità – dai Paesi membri della Nato agli Usa, dall’Arabia Saudita al Qatar –, e che in questi giorni si trovano ammassati lungo il confine sirio-giordano.

Il motivo ufficiale, appunto, è un’esercitazione su larga scala – nome in codice: «Leone ardente» – che dovrebbe iniziare il 15 maggio e durare una decina di giorni. Si tratta di soldati scelti, specializzati in interventi in zone di guerra particolarmente difficili e mutevoli. A gestire tutta l’operazione la Us Special Operations Command Central. Insomma: gli Stati Uniti.

Fuoco e macerie dopo l’attentato a Damasco

Elemento non insignificante. Secondo l’intelligence israeliana è il segno che Amman ha deciso di dare appoggio logistico a tutta la «coalizione di volenterosi» intenzionata a cacciare il dittatore Assad dalla Siria. Secondo elemento, non meno importante: «In questo modo – analizzano gli esperti del Mossad – gli Usa lanciano un messaggio sia ai russi, ora protettori del regime di Damasco, sia a quei Paesi europei e arabi che denunciano da mesi il lassismo americano sulla questione siriana». E ancora: non sono ormai un segreto le continue e insistenti telefonate dell’amministrazione Obama al presidente del Libano, Suleiman, perché faccia il possibile per interrompere il continuo flusso di armi da Hezbollah al regime siriano facendo così rispettare la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che vieta qualsiasi traffico militare sull’asse Beirut-Damasco.

Ma c’è di più. Il numero – dodicimila – non sarebbe stato scelto a seconda della disponibilità dei singoli Paesi partecipanti. Sarebbe il «contingente minimo» per entrare in sicurezza in territorio siriano, sbaragliare l’esercito di fedeli di Assad e cercare di puntare verso Damasco. Con l’aiuto, s’intende, di droni e caccia militari che, dal cielo, dovrebbero mettere fuori uso le postazioni militari della Siria.

L’intervento dei volontari subito dopo la doppia esplosione a Damasco lo scorso 10 maggio

La doppia esplosione del 10 maggio che ha provocato una cinquantina di morti nella capitale è sì un attentato, ma di quelli che il Mossad chiama «controllato». Da Gerusalemme, infatti, sostengono che a provocare la deflagrazione sarebbe stato un manipolo di ribelli siriani, aiutato da elementi dei servizi segreti giordani e dei Paesi del Golfo, con lo scopo di destabilizzare di più il regime e – soprattutto – di costringere Assad a richiamare le truppe d’elite della Guardia presidenziale nella capitale in difesa dei palazzi governativi, ma lasciando così il resto del Paese senza militari fedeli al regime. Cosa che, secondo più di un informatore, sarebbe stata effettivamente fatta.

In parallelo, però, Damasco avrebbe accettato l’aiuto dell’intelligence iraniana. Teheran avrebbe proposto al regime di Assad di dotare quasi tutte le vie principali della capitale di telecamere di sicurezza estremamente sofisticate. Non solo per rendere più efficace il controllo della città, ma anche per costringere i ribelli ad avere meno libertà di movimento. Soprattutto: per non farsi sfuggire le mosse degli osservatori delle Nazioni unite.

Intanto una mossa decisiva per lo scacchiere mediorientale arriva direttamente da Mosca. Il nuovo presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo iraniano Mahmoud Ahmadinejad si sono messi d’accordo per rafforzare la cooperazione tra i due paesi nel corso di un colloquio telefonico. A dirlo è stato lo stesso Cremlino che ha anche precisato che «l’iniziativa della telefonata è stata presa da Teheran».

© Leonard Berberi

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