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L’ANALISI / Quell’aereo che studia l’atmosfera sopra la Siria e i suggerimenti di Russia e Iran a Damasco

Che ci faceva «Cobra 56» tra Turchia, Siria e Libano? Perché ha passato alcuni minuti sorvolando l’est del Mediterraneo? E perché s’è fatto vedere proprio ora, quando gli occhi del mondo sono tutti lì, in quell’area?

Secondo CSIntel alle 18:45 di ieri (ora italiana) decine di radar del Medio Oriente, compresi quelli di Damasco, hanno intercettato «Cobra 56». Un WC-135W con numero di serie 62-3582 dell’esercito americano rivestito con una pellicola assorbente molto particolare e con a bordo la tecnologia più avanzata che esista per raccogliere particelle nell’atmosfera, analizzarle e dire, nel giro di pochi minuti e a molta distanza, cos’è successo e quale sostanza circola nell’aria.

Perché gli americani stanno raccogliendo ancora prove? Perché vogliono altro materiale dalla Siria? Una spiegazione la fornisce indirettamente Debka, il sito specializzato nello spionaggio israeliano. «Negli ultimi giorni russi e iraniani hanno suggerito ad Assad di spostare i depositi con le armi chimiche in Iran sotto la supervisione di Mosca e Teheran», scrive Debka. Consigli che sarebbero arrivati da Alaeddin Borujerdi, presidente del comitato degli affari esteri e della sicurezza nazionale della Majlis, l’Assemblea consultiva islamica. Borujerdi avrebbe incontrato il presidente siriano lo scorso 1° settembre a Damasco accompagnato da una folta delegazione di esperti e tecnici.

Un WC-135 delle forze armate americane dotato di tecnologia per analizzare le particelle atmosferiche

Un WC-135 delle forze armate americane dotato di tecnologia per analizzare le particelle atmosferiche

«Se fossi Assad userei questi giorni per spostare tutti i miei armamenti chimici», sostiene più di un esperto militare israeliano. Ma mentre per Gerusalemme lo scenario peggiore sarebbe quello di camion che trasportano il materiale in Libano, nelle mani di Hezbollah, il trasferimento in Iran – per la Siria – presenta più di un problema. Logistico, strategico e politico.

E intanto, a proposito degli esperti militari israeliani, è sempre alta la polemica nei confronti del presidente americano Barack Obama. Sia alcuni dei vertici dell’esercito dello Stato ebraico che un paio dei consiglieri sulla sicurezza nazionale del premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbero fatto capire chiaramente al primo ministro che c’è meno del 5% di possibilità che gli Usa, dopo il passaggio al Congresso, decidano di attaccare Assad facendogli davvero male.

Secondo loro, anzi, al prossimo G20 – che si svolgerà a San Pietroburgo il 5 e il 6 settembre – Obama cercherà in tutti i modi di convincere Putin a fare pressioni sul presidente siriano per mostrare una minima apertura alla comunità internazionale. Un gesto che, agli occhi di Washington, potrebbe portare Obama a riconsiderare l’opzione militare contro Damasco.

© Leonard Berberi

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Quelle forze speciali britanniche da un mese in Siria e il piano per far cadere Assad

Ci sarebbe un gruppo delle forze speciali britanniche in Siria. Da esattamente un mese. Da quando, il 26 maggio, gli uomini super-addestrati di Sua Maestà avrebbero attraversato il confine che separa la Turchia e la carneficina a cielo aperto guidata da Bashar Assad.

Per ora il condizionale è d’obbligo. Ma più fonti d’intelligence – poi riprese dagl’israeliani – danno per certo l’ingresso nel Paese dei britannici. E confermano che ci sarebbero già stati scontri a fuoco tra le forze speciali inglesi e i lealisti a pochi metri dalla sede delle Guardie presidenziali, fuori Damasco.

Di più: secondo i bene informati di Ankara e Parigi, gli uomini addestrati di Sua Maestà avrebbero da giorni preso il comando di alcuni gruppi ribelli locali, coordinando gli attacchi e dicendo loro cosa fare e come farlo. L’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, sarebbe quello di evitare ulteriore spargimento di sangue e, soprattutto, di far cadere Assad rompendo il cordone militare che lo difende, senza richiedere un intervento armato esplicito occidentale.

Le forze speciali britanniche in Afghanistan

Le voci, a dire il vero si rincorrono. Altre fonti, provenienti stavolta dai Paesi del Golfo arabo, rivelano che la truppa britannica avrebbe anche il compito di creare una sorta di zona di sicurezza, un’area cuscinetto, lungo il confine turco-siriano per accogliere profughi in fuga dalle città sotto bombardamento. Nelle settimane successive, e con l’intervento di altre forze occidentali, queste zone di sicurezza dovrebbero aumentare nel resto del Paese.

Il successo o meno di quest’incursione, tutta da verificare, dipenderà però dal ruolo di Russia, Iran e Hezbollah (Libano). Non è un mistero che il caccia turco sia stato abbattuto dalla contraerea siriana utilizzando armi russe (i missili Pantsur-1) e non è nemmeno un mistero che Mosca non veda di buon occhio una presenza occidentale in Siria. Il presidente Vladimir Putin l’ha ripetuto anche in questi giorni, nella sua visita ufficiale in Israele: “Non tollereremo un intervento militare in Siria e faremmo di tutto per evitarlo”, ha detto Putin.

Più o meno le stesse parole del regime iraniano. E negli stessi giorni in cui, da più parti, viene data per certa la transazione armi-soldi sull’asse Beirut-Damasco. Assad avrebbe chiesto di rafforzare il suo arsenale non solo ai russi – di cui si fida fino a un certo punto –, ma anche ai miliziani sciiti di Hezbollah, la vera forza militare del Libano.

Intanto tutto da decifrare il ruolo d’Israele. Lo Stato ebraico – in altre faccende affaccendato: Gaza, Iran, proteste sociali interne – ha iniziato lentamente ad accodarsi ai Paesi occidentali che propendono per fare cadere Assad il prima possibile. Ma non è ancora sufficiente a portare Gerusalemme a impegnarsi in prima fila nella disputa. Del resto c’è ancora un’area, il Golan, che Israele sta in tutti i modi cercando di sorvegliare. Per ora, nel mondo, resta l’unica area a fare il tifo per il presidente siriano. E questo per lo Stato ebraico può trasformarsi anche in focolaio terroristico che si andrebbe così a saldare con i miliziani di Hezbollah – a poche decine di chilometri di distanza – e quelli di Hamas nella Striscia di Gaza.

© Leonard Berberi

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“Comunisti”

Chissà cosa dirà Silvio Berlusconi. Lui, un acerrimo nemico dei comunisti. Perché a pochi giorni dalla visita del premier italiano in Israele, il collega Netanyahu annuncia che renderà omaggio alla Russia di Putin costruendo un monumento statale speciale “per immortalare il ruolo della Russia e dell’armata rossa nella vittoria sulla Germania nazista”. Insomma, un ringraziamento ufficiale ai comunisti.

Russia e Israele celebreranno il 65esimo anniversario della vittoria sul nazismo con due omaggi reciproci. A Mosca dovrebbe nascere un museo dell’Olocausto, mentre in Israele, come promesso da Netanyahu, sarà eretto il monumento speciale. «Nessuno ha il diritto di dimenticare le perdite mostruose del popolo ebraico, ma nessuno può dimenticare il ruolo decisivo avuto dalla Russia e dall’esercito sovietico nella seconda guerra mondiale», ha detto Netanyahu dopo aver incontrato Vladimir Putin.

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