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I soldati israeliani contro i loro generali: «Non toccate David della Brigata Nahal»

Soldati israeliani in sostegno del loro collega David (foto Facebook)

Soldati israeliani in sostegno del loro collega David (foto Facebook)

Stavolta non ha una pietra, ma un fucile. Stavolta non è considerato un eroe, ma uno da rimproverare. Stavolta, però, rischia di essere il protagonista della prima, vera ondata di ribellione contro i propri capi. Ribellione che è iniziata su Facebook, Twitter e Instagram. Ma che oggi s’è concretizzata in carne e ossa. Perché «David, della Brigata Nahal non si tocca». O, se si vuole proprio toccarlo, «allora bisogna cambiare le regole».

Dai social network alla strada. Centinaia di ragazzi – militari e civili – si sono fatti vedere oggi davanti alla sede del ministero israeliano della Difesa. Qui hanno organizzato un picchetto di sostegno nei confronti di David, il militare israeliano sospeso dall’incarico dopo che alcuni giorni fa è stato ripreso con una telecamera a Hebron, in Cisgiordania, mentre caricava il fucile e lo puntava contro un adolescente palestinese.

(foto Facebook)

(foto Facebook)

Il video è stato pubblicato su YouTube. Ha fatto il giro della Rete. Ma questa volta non è passato inosservato lo sguardo di David. Occhi smarriti, spaventati. Un giovane isolato e circondato da palestinesi. In pericolo di vita. Lui. Ma anche i ragazzi di Hebron.

Una reazione, quella di David, che non è piaciuta ai vertici. E per questo hanno anche aperto un’inchiesta interna. Ma la sospensione prima e l’indagine poi hanno fatto reagire in modo inatteso migliaia di soldati. La sola pagina Facebook aperta in suo sostegno ha raccolto oltre 118 mila «mi piace» in poche ore. Su tutti i social, poi, in tantissimi si sono fatti fotografare con un cartello e la scritta «Anche io sono con David, della Brigata Nahal». E, forse anche per calcoli politici, ad appoggiare il militare sono scesi in campo anche Naftali Bennett, ministro dell’Economia (e leader del partito nazionalista «Focolare ebraico») e l’ex capo degli Interni, Eli Yishai, della formazione ultraortodossa «Shas».

(foto Facebook)

(foto Facebook)

La base contro i vertici. Le divise contro i comandanti. «I palestinesi ci insultano e minacciano ogni giorno, fanno di tutto per creare una situazione di pericolo per noi», hanno raccontato alcuni soldati alla radio militare israeliana. «David ha fatto bene a reagire così. Forse bisogna cambiare le regole d’ingaggio». Un portavoce dell’esercito ha tentato di tranquillizzare tutti. «David si è sentito in pericolo di vita e non può essere rimproverato per aver caricato il fucile». Ma in molti gli hanno replicato a muso duro: «La verità è che in Cisgiordania i nostri capi ci mandano allo sbaraglio. Prima o poi ci scapperà il morto tra di noi e allora che faranno i nostri capi?».

© Leonard Berberi

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Su Facebook parte l’appello alla Terza Intifada. Oltre 160mila le adesioni “virtuali”

C’è chi usa Facebook per chiamare il popolo in piazza e chiedere la cacciata dei dittatori. E c’è chi usa il social network per convocare tutti alla Terza Intifada. Succede da qualche giorno proprio sulle pagine inventate da Zuckerberg, dove è stato creato un gruppo – Third Palestinian Intifada (la terza intifada palestinese) – e dove i “like”, le adesioni superano le 160mila unità. Ancora poche, visto che l’obiettivo dei creatori-istigatori è quella di toccare il milione.

Se la prima Intifada è iniziata il 9 dicembre 1987, se la seconda è stata avviata alla fine di settembre 2000, questa terza – per ora virtuale – dovrebbe esplodere il 15 maggio prossimo, il giorno della Nakba (la fuga dei palestinesi subito dopo la creazione dello Stato ebraico).

Per ora, nonostante le tante richieste, i curatori della pagina mantengono il riserbo sulla loro identità. Non si sa chi sono e non si conoscono nemmeno le loro vere intenzioni. L’unico elemento certo è il loro qualificarsi come “palestinesi”. «Dopo la rivolta popolare di tunisini ed egiziani, tocca a noi darci da fare», hanno scritto gli autori. «E se Facebook si azzarda a bloccare questa pagina, tutti i musulmani boicotteranno il social network per sempre!».

Il video dell’appello

Gli ideatori chiedono ai loro «fratelli» musulmani sparsi in Giordania, Siria ed Egitto di manifestare ai confini dello Stato ebraico. A Hezbollah ricordando di lanciare decine di razzi sul suolo israeliano. Mentre agli abitanti della Cisgiordania viene ordinato di assaltare gl’insediamenti. Un esponente del Fatah – il partito che comanda nella West Bank – ha però negato che l’iniziativa virtuale possa concretizzarsi in una vera Intifada.

Intanto martedì 15 marzo sarà una giornata di fuoco per l’Autorità nazionale palestinese. Per le strade della Cisgiordania e della Striscia di Gaza sono previste manifestazioni pacifiche per chiedere l’unità nazionale e la riconciliazione tra Fatah e Hamas. Neanche a dirlo, anche questa manifestazione è iniziata attraverso Facebook.

Un assaggio di quello che potrebbe succedere domani è andato in scena lunedì pomeriggio. Circa 1.500 civili – soprattutto studenti, tra cui molte donne – si sono radunati nella centralissima piazza del Milite Ignoto di Gaza City. Hanno chiesto la fine delle ostilità tra Hamas e Fatah e promettono che la loro voce si farà sentire non solo oggi e domani, ma anche nei giorni seguenti.

© Leonard Berberi

AGGIORNAMENTO DEL 29 MARZO 2011: La pagina incriminata è stata rimossa direttamente dai titolari di Facebook. (l.b.)

Tre ragazze chiedono la fine della divisione tra Hamas e Fatah durante la manifestazione di lunedì 14 marzo (foto di Mohammed Abed / Afp / Getty Images)

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Postcards from Middle East / 51

Due donne palestinesi a Beit Lahiya, nord di Gaza, al confine con Israele, durante una protesta che si svolge ogni settimana contro il blocco dello Stato ebraico sulla Striscia. Dopo le pressioni della comunità internazionale, Gerusalemme ha deciso di allentare il blocco. Ma Hamas parla di propaganda (Lefteris Pitarakis / AP Photo)

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La crisi con la Turchia colpisce anche H&M. Un gruppo invita al boicottaggio

La vetrina del negozio H&M al centro commerciale Azrieli di Tel Aviv

Boicottare la Svezia per colpire la Turchia. Effetti della globalizzazione. E della delocalizzazione. Per cui se una marca appartiene a un paese, l’abbigliamento con quel logo può essere prodotto altrove. È così che alcuni giovani israeliani hanno proposto di boicottare H&M. Non per colpire l’economia nordeuropea. Ma per danneggiare la produzione della Turchia. Uno dei paesi che produce un’alta percentuale di capi d’abbigliamento firmati dal marchio svedese.

Il raid è stato rapido e indolore. I ragazzi sono arrivati al centro commerciale Azrieli di Tel Aviv e hanno iniziato ad attaccare adesivi che invitavano al boicottaggio dei prodotti turchi proprio sulle vetrine del marchio svedese. «Molti prodotti in questo negozio sono fatti in Turchia. Se li compri, finanzi il terrorismo anti-Israele», c’era scritto sui fogli. A fianco, anche una bandiera turca con una X sopra.

Ignoti gli effetti di quella protesta. Perché subito dopo, la sicurezza del centro commerciale – bello, affollato e variegato – ha rimosso senza esitazione quegli adesivi. Dicono gli organizzatori del boicottaggio: «Noi andremo avanti. Israele deve sapere che comprando certi prodotti va a finanziare la sua distruzione».

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