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Israele dà il via libera all’estensione delle colonie

La parola “fine” al processo di Pace avviato a settembre 2010 – ma mai decollato – l’hanno messa ieri gl’israeliani in una domenica fresca e nuvolosa di primavera. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa, Ehud Barak, hanno dato l’ok al progetto di estensione di quattro colonie ebraiche in Cisgiordania. Quasi in contemporanea, poi, il comune di Gerusalemme ha approvato una bozza sull’allargamento di un rione ebraico, Gilo, a Gerusalemme Est.

Il via libera arriva in un momento delicato per la diplomazia israeliana. Dopo una settimana di alti e bassi sul fronte internazionale. E un giorno prima della visita ufficiale del presidente Simon Peres a Washington, al cospetto di Obama. Quell’Obama che ha voluto a tutti i costi riprendere il tavolo dei negoziati tra israeliani e palestinesi.

Secondo la radio militare Barak starebbe per approvare i piani regolatori di quattro piccoli insediamenti in Cisgiordania: Rotem, Hemdat, Eshkolot e Nofim. Si tratta di progetti di carattere generale, che non includerebbero, per il momento, la costruzione di nuovi edifici.

Il quotidiano Haaretz e il giornale online Ynet scrivono poi che una commissione del municipio di Gerusalemme avrebbe dato l’ok all’estensione del rione di Gilo – nel settore est della città, oltre le linee di demarcazione in vigore fino alla guerra dei sei giorni del 1967 – con la costruzione di almeno 900 alloggi, di edifici pubblici e di un centro commerciale.

© Leonard Berberi

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Cisgiordania, torna la tensione dopo il massacro. Il governo israeliano dà l’ok a 400 nuove costruzioni

Fatti i calcoli, sarebbero ottanta case per ogni colono ucciso. E una pernacchia al processo di Pace che ormai è relegato al glorioso – ma infruttifero – settembre 2010. Il giorno dopo il massacro nell’insediamento di Itamar (cinque vittime civili trucidate), il governo israeliano ha dato l’ok domenica 13 marzo alla costruzione di 400 nuove unità abitative in quattro insediamenti in Cisgiordania: Gush Etzion, Maale Adumim, Ariel e Kyriat Sefer.

La decisione era stata adottata da una commissione ministeriale sabato notte. L’ordine di scuderia – fanno sapere fonti interne al cabinetto Netanyahu – sarebbe uno: rispondere in ogni modo all’attacco palestinese e sfruttare l’orrore che il gesto ha provocato nel mondo.

Le prime critiche arrivano dall’Autorità nazionale palestinese che, dopo l’ok alle nuove costruzioni, ha attaccato Netanyahu sostenendo che il premier israeliano sta sfruttando il massacro di Itamar per incitare ulteriormente all’odio in Cisgiordania.

Come si presentava la casa subito dopo il massacro

Le foto dell’orrore. E mentre sul fronte politico, per la Comunità internazionale si ritrova ad affrontare un nuovo grattacapo, su quello mediatico è scontro tra religiosi e coloni. Perché questi ultimi hanno deciso di pubblicare le foto del massacro. Chi le ha viste parla di una serie di agghiaccianti immagini diffuse dal portavoce del movimento dei coloni, Roni Arazi.

Nel testo che accompagna le fotografie Arazi afferma di essere stato autorizzato dalla famiglia e chiede la loro diffusione a testimonianza «della uccisione nel sonno di bambini e di bebè per il semplice fatto di essere ebrei». Ma Zaka, l’associazione rabbinica per l’assistenza alle vittime di incidenti e attentati, ha criticato l’iniziativa. La pubblicazione, ha detto Yehuda Meshi-Zahav, il direttore dell’associazione, «non può essere affatto giustificata dal desiderio di mostrare al mondo la crudeltà degli assassini».

«In questa occasione – ha sottolineato Meshi-Zahav – sono stati violati la privacy delle vittime e il rispetto che dobbiamo verso i morti». Ai suoi volontari, che sono spesso in prima fila nei luoghi dove avvengono attentati, è stato imposto di non fotografare e di non diffondere al pubblico per alcuna ragione le immagini dei corpi delle vittime. «Le nostre convinzioni religiose ce lo vietano in modo tassativo».

I funerali. Intanto a Gerusalemme, al cimitero Har ha-Menuchot, si sono svolti i funerali delle cinque vittime della famiglia Fogel. Secondo le ultime stime, alle esequie avrebbero preso parte circa 20mila persone. S’è vista una lunga fila di personalità religiose. Rivolto alle fasce estreme nel movimento dei coloni, che minacciano ritorsioni, il rabbino capo (ashkenazita) Yona Metzger ha citato un versetto biblico: «Il Signore vendicherà il loro sangue».

Ma poi il rabbino ha gettato nuova benzina sul processo di Pace – infuocato – del Medio Oriente. «Le autorità farebbero bene a trasformare il piccolo insediamento di Itamar (100 famiglie in tutto) in una grande città d’Israele». Anche Reuven Rivlin, presidente del parlamento in quota Likud, ha detto che «bisogna estendere la presenza ebraica nei Territori».

Le indagini. In contemporanea proseguono le ricerche sul massacro. Secondo le valutazioni aggiornate delle autorità israeliane, due palestinesi (e non uno, come sostenuto all’inizio) sarebbero entrati nella notte di venerdì nell’abitazione della famiglia Fogel. Là avrebbero pugnalato alla gola il padre Udi , la madre Ruth e i figli Yoav (11 anni), Elad (4 anni) e Hadas, di appena 3 mesi.

Una delle fotografie mostra il padre di famiglia nel suo letto in una pozza di sangue: accanto alla sua spalla giace la piccola Hadas. Il cadavere di Elad è steso per terra, su un tappeto, e ha diverse ferite al petto. Il fratello Yoav è stato trovato di traverso sul suo letto, con il pigiama pieno di sangue.

Una vicenda, questa, che avrebbe potuto prendere un’altra piega. E fare altre vittime. Perché gli assassini avrebbero prima fatto irruzione in un’altra casa, quella di David Chai, a pochi passi da quella dei Fogel. Solo che in casa Chai non c’era nessuno in quel momento. E anche le due coppie che sarebbero dovuti essere in quel momento, avevano deciso di cancellare all’ultimo il loro fine settimana a Itamar.

© Leonard Berberi

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intervista

“Io, ragazzo di Gaza, vi spiego quanto sia cambiata la nostra vita con l’arrivo di Internet”

Mohammed Rabah Suliman è un ragazzo di 21 anni. Nato in Arabia Saudita, ora vive a Gaza City e studia Letteratura Inglese all’università islamica della città. È anche un famoso blogger nella Striscia, tanto che il suo spazio virtuale “Gaza diaries of peace and war” accoglie spesso gli umori che si agitano nell’area mediorientale. Ho avuto il piacere di intervistarlo per “Sette”, il settimanale del Corriere della Sera. Sotto trovate il resto dell’intervista. Qui, invece, trovate il pezzo uscito a pagina 22 dell’edizione del 10 marzo 2011. (l.b.)

* * *

Mohammed, come vive un ragazzo nella Gaza di oggi? Cosa fa?
«Dipende dove si trova. Il campo profughi di Jabaliya è un inferno. Tel al-Hawa, poco distante, è quasi un paradiso»

Qual è la tua giornata-tipo?
«Mi sveglio nella tarda mattinata, leggo un libro, mi aggiorno su quello che è successo nel mondo, navigo in Internet. La sera di solito esco con i miei amici. E prima di andare a dormire, sto ancora un po’ sul web. Ovviamente l’andazzo è diverso quando devo frequentare l’università».

Com’è cambiata la vita con l’arrivo di Internet e dei social network?
«Per uno studente come me sono diventati una parte essenziale della vita. Di solito non sto meno di quattro, cinque ore al giorno su Internet, quando non salta l’energia elettrica. E chi ha un blog, un forum, chi ha interesse a seguire le notizie del mondo non può fare a meno né dei siti, né dei social network».

Pensi che Internet possa cambiare una società come quella palestinese?
«Sono convinto che lo farà. Anzi, qualcosa – in questo senso – si sta già verificando. C’è un grande numero di blogger, di attivisti politici e dei diritti civili, scrittori, giornalisti ed esperti di informatica che, consapevolmente o meno, stanno già facendo qualcosa, stanno già modificando la nostra società attraverso la Rete».

Come viene raccontata, secondo te, la realtà palestinese dagli stranieri?
«Diciamo che c’è ancora molta strada da fare. La vera immagine della Striscia e della Cisgiordania non è stata ancora mostrata al resto del mondo. Ci vorrà ancora tempo, ma per adesso va bene così: l’importante è che si continui a parlare di noi e della nostra condizione».

I palestine papers sembrano aver reso più difficile il dialogo con Israele. Tu che pensi?
«È vero. Però il contenuto non ci ha sorpreso. Erano – e sono – cose che qui tutti sapevano da tempo. Ora si apre una fase delicata. E bisogna anche ammettere che – come dice il giornalista Ali Abunimah di “Electronic Intifada” – il processo di pace, così come lo conosciamo, è morto».

Si arriverà mai a una pace con Israele? Qual è il sentiment della maggioranza palestinese?
«Dipenderà da come Israele si comporterà con noi, se continuerà nella sua politica aggressiva, nei suoi omicidi mirati, nel furto della terra e negl’insediamenti. Se farà tutto questo, la Pace non ci sarà mai. Non perché noi – soprattutto di Gaza – siamo contro la pace, ma perché non possiamo farci umiliare nel nome della Pace».

Secondo molti analisti quella del Cairo potrebbe portare i palestinesi della Striscia a chiedere una maggiore democratizzazione. Cosa ne pensi?
«A Gaza abbiamo due problemi: uno è la democrazia, l’altro è il blocco israeliano. È ovvio che risolvendo uno non si pone più nemmeno l’altro problema».

Che rapporto c’è tra la popolazione di Gaza e Hamas?
«Hamas gode ancora di un’ampia popolarità qui nella Striscia. Ma è anche vero che negli ultimi tempi il loro gradimento è sceso di molto. C’è molta rabbia contro il potere e un po’ di disperazione per questo continuo fratricidio con i palestinesi di Fatah e della Cisgiordania».

Meglio Hamas o Al Fatah per il futuro Stato palestinese?
«Nessuno dei due. Entrambi hanno fallito ed entrambi non sono in grado di governare la Palestina. Né Hamas, né Fatah hanno in testa un’idea effettiva di quello che dovrà essere il nostro Stato».

Cosa ne pensi di Gybo, l’associazione dei giovani di Gaza che vuole promuovere il cambiamento?
«Mi piace il loro manifesto, però non è scritto bene e l’organizzazione non è proprio il massimo. Forse dovrebbero battersi per cose più realistiche e mettere da parte l’idealismo. Però mi rendo conto che è anche un modo per attirare l’attenzione dei media».

Secondo te una maggiore democratizzazione può arrivare solo dai palestinesi o serve l’aiuto di Unione europea e Stati Uniti?
«Solo i palestinesi possono risolvere i problemi della Palestina. Compreso il processo di democratizzazione».

© Leonard Berberi

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attualità, politica

E nell’incontro milanese restano le distanze tra israeliani e palestinesi

Le distanze restano. E non è servita nemmeno una tavolata – con i sindaci di alcune città israeliane e palestinesi – a colmare almeno di poco il vuoto che, ancora oggi, c’è tra Stato ebraico e Cisgiordania. Per non parlare dell’ex primo cittadino di Gaza City. Ospite del convegno, è stato costretto a dare forfait: le autorità israeliane non gli hanno dato l’ok per raggiungere l’aeroporto di Tel Aviv, quelle di Hamas non l’hanno fatto passare per l’Egitto.

E insomma. Tavolata particolare quella organizzata ieri dal Cipmo (Centro italiano per la pace in Medio oriente) in mezzo agli affreschi della sala Alessi di Palazzo Marino, la sede del comune di Milano. Tanto pubblico – soprattutto anziani, a dire il vero –, qualche kefiah e, per una volta, israeliani e palestinesi seduti vicini. “Sindaci per la pace” – il titolo dell’iniziativa – prevede dibattiti tra quattordici sindaci ebrei e musulmani. «Perché la pace – dicono quelli del Cipmo – va costruita anche dal basso, dalle singole comunità».

L'incontro del Cipmo con i sindaci israeliani e palestinesi alla sala Alessi di Palazzo Marino, la sede del comune di Milano (foto di Leonard Berberi / Falafe Cafè)

Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, all’inizio dell’incontro non nasconde un po’ d’emozione. Ma poi inizia a indossare i panni della lady di ferro versione meneghina. Ricorda il gemellaggio con Tel Aviv, anticipa che chiederà a Barenboim di riportare nel capoluogo lombardo la storica banda mista, sottolinea che «quello della pace è un processo lungo e difficile». Quindi si butta in una crociata sulla sicurezza delle città che, a un certo punto, un anziano signore si chiede se stia parlando della sicurezza delle due popolazioni in conflitto o di uno dei punti della sua prossima campagna elettorale per la rielezione. Nel tavolo dei relatori, il sindaco israeliano di Rishon Lezion si mostra perplesso. Quello palestinese (ma cristiano) di Beit Sahour (a pochi chilometri da Betlemme) sbuffa.

«Ci vuole molto coraggio per fa la pace», dice Hani Naji Hayek, il sindaco di Beit Sahour. «Dobbiamo cercare anche di evitare gli estremismi, per puntare sul dialogo e, soprattutto, sul rispetto reciproco». Il primo cittadino, per dieci minuti buoni, dice cose pacate. Poi, verso la fine, punta il dito contro Israele: «Devono smetterla con gl’insediamenti, devono rispettare i diritti degli altri e devono permettere ai palestinesi di farsi il loro Stato».

Dov Zur, sindaco di Rishon Lezion, una delle città più grandi di Israele (oltre 220mila abitanti), cerca di essere più diplomatico. «In un conflitto, ogni parte preferisce guardare alle differenze piuttosto che alle cose comuni con il “nemico”», dice. «Tra noi e palestinesi le distanze restano enormi, ma se sapremo trovare il nostro minimo comun denominatore allora ci avvicineremo sempre di più alla vera pace».

E gl’insediamenti? «Bisogna congelare il prima possibile le nuove costruzioni ebraiche in Cisgiordania», dice il primo cittadino di Rishon a Falafel Cafè. «Secondo me il blocco dovrebbe durare almeno sei mesi, così da far capire ai palestinesi che vogliamo davvero arrivare a una soluzione condivisa del conflitto». Netanyahu dice che una delle condizioni per la pace è il riconoscimento da parte dei palestinesi dello Stato ebraico. Il sindaco ci pensa qualche secondo. Poi dice: «Onestamente penso che sia una richiesta un po’ insensata. Che c’importa del riconoscimento palestinese? A noi ci riconosce già tutto il mondo democratico».

Fuori da Palazzo Marino, all’ingresso della Galleria e di fronte alla Scala le cose non cambiano. I vari sindaci israeliani sono tutti da una parte. Quelli palestinesi a un metro di distanza. Si sfiorano, incrociano gli sguardi. Ma poi nessuno rivolge la parola all’altro. Così, per almeno un’ora. Così per decenni.

© Leonard Berberi

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attualità

Da Ariel a Gush Etzion, ecco i cinque più grandi insediamenti israeliani

Secondo i palestinesi sono l’ostacolo principale al dialogo con gl’israeliani. Secondo gli ebrei ultraortodossi sono una realtà legittimata dalla storia e dalla religione. Secondo il resto del mondo sono soltanto un grande impiccio. E un enorme fastidio. Gli insediamenti dei coloni israeliani lungo la Cisgiordania sono tornati di moda. Un po’ per i colloqui di pace ri-avviati dopo mesi di stallo totale. Un po’ perché sono una realtà in continua evoluzione e spesso fuori dal controllo del governo israeliano.

Stando ai dati dell’Ufficio di statistica nazionale, nella West Bank, alla fine del 2008, si calcolavano 144 insediamenti per una popolazione totale di 295.380 abitanti. Sono cinque le zone a più alta concentrazione. E politicamente scottanti.

Nuove costruzioni a Modiin Illit (foto Ap)

1. Modiin Illit / Fondato nel 1996, è l’insediamento più popolato della Cisgiordania con i suoi  quasi 42mila abitanti. Si trova al confine con Israele e a pochi chilometri da Ramallah, il cuore politico dell’Autorità nazionale palestinese. La maggior parte dei residenti sono ebrei ultraortodossi e quasi ogni settimana deve fare fronte alle proteste che si scatenano dalla vicina località palestinese di Bilin.

Uno scorcio di Betar Illit (foto Ap)

2. Betar Illit / Si trova a circa otto chilometri a sud di Gerusalemme ed è stato costruito nel 1985. Conta circa 35mila residenti, quasi tutti ebrei ortodossi, e registra uno dei tassi di crescita anagrafica più alti dell’area. La maggior parte della popolazione si occupa di studi religiosi. È considerato spesso come un tutt’uno con il blocco di Gush Etzion.

Un operaio palestinese alle prese con una costruzione a Maale Adumim (foto Reuters)

3. Maale Adumim / Le sue prime costruzioni furono terminate nel 1975. L’insediamento si trova a est di Gerusalemme, a circa tre chilometri dalla cosiddetta Linea Verde che separa Israele e Palestina e conta circa 34mila abitanti. È considerato dagl’israeliani una sorta di periferia della capitale e fu messo in piedi con l’intenzione di trasformarla in un quartiere operaio, dove i lavoratori potessero comprare casa. Oggi ci vive un mix di ebrei religiosi e secolarizzati. Il governo Netanyahu vorrebbe annetterlo al suo territorio, ma i palestinesi criticano la scelta perché l’insediamento si estende così tanto verso est, da lasciare solo una sottile lingua di terra di collegamento tra il nord e il sud della Cisgiordania.

Un pezzo del blocco d'insediamenti di Gush Etzion

4.  Il blocco di Gush Etzion / Il primo insediamento dopo il 1948 è stato costruito nel 1967. Conta circa 20.500 abitanti (escluso Betar Illit). Il nome – Gush Etzion – indica il nome col quale vengono chiamati una quindicina di insediamenti tutti vicini tra loro. Da un punto di vista geografico, l’insediamento si trova in entrambi i  lati del muro di separazione. Ma secondo la Linea Verde sta tutta in territorio palestinese. Storicamente, la prima vera costruzione dell’area è degli anni ’20. Ma il progetto fallì e quello che era stato costruito fu distrutto dalla guerra del 1948. Le costruzioni ripresero dopo la guerra dei Sei giorni, con l’allargamento a est d’Israele.

Boom edilizio ad Ariel (foto Reuters)

5. Ariel / Fondato nel 1978, è abitato da circa 17mila persone. Tra i cinque grandi insediamenti è quello più lontano dal muro di separazione (circa 12 chilometri). Si trova a nord di Gerusalemme ed è considerato un bastione e una sorta di punto di riferimento per tutte gli insediamenti che si trovano nelle vicinanze. È anche la sede dell’Arieli University Center of Samaria che conta circa 8.500 studenti immatricolati, sia ebrei che arabi.

Se poi volete sapere tutto sugl’insediamenti che si trovano in Cisgiordania e se volete restare aggiornati su quello che succede, l’organizzazione “Americans for Peace Now” ha creato un’applicazione per l’iPhone. Il tentativo è quello di monitorare l’evoluzione dei coloni ebrei. L’applicazione può essere scaricata gratis qui e si chiama “Facts on the ground”. Gl’insediamenti vengono visualizati come piccole casette di colore celeste. Cliccando su ognuna di esse si aprirà una schermata con la storia e i fatti più rilevanti. Una cosa è certa: sarà l’ennesimo motivo di scontro – virtuale – tra israeliani e organizzazioni non governative.

© Leonard Berberi

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Cisgiordania, uccisi quattro israeliani. I coloni assaltano i palestinesi e tornano a costruire

L'auto crivellata di colpi nei pressi di Hebron (foto Reuters)

HEBRON – Piovono proiettili su un’allegra famigliola. Piovono mortai sul processo di pace. Ci sono voluti pochi minuti per far fuori quattro persone – tutti coloni israeliani residenti nei pressi di Hebron, una aspettava un bambino – e ci sono voluti una trentina di colpi d’arma da fuoco per trasformare l’incontro di Washington in una pura appendice diplomatica. Perché è bastato questo agli insediamenti ebraici della Cisgiordania per prendere le decisione più estrema: dalle sei di questa mattina si torna a costruire. Il blocco imposto da Israele non verrà più rispettato. E tanti saluti al fragile equilibrio.

Il fatto è che, a dirla tutta, al premier israeliano Netanyahu e al presidente palestinese Abu Mazen questo martedì di sangue ha fatto solo un gran favore. Tanto, con le premesse di questi giorni, i colloqui di pace di fronte a Obama sarebbero stati comunque un fallimento. E solo l’ultimo atto prima dei nuovi fuochi.

Quello di ieri nel villaggio di Bani Naim, nei pressi di Hebron, è stato un attacco in piena regola. Una dinamica che la squadra di soccorso che è giunta per prima sul luogo ha definito «feroce». I miliziani palestinesi – che nella serata di ieri si sono qualificati come il braccio armato di Hamas, le Brigate Ezzedin al-Qassam – hanno atteso il veicolo bianco e l’hanno fermato crivellandolo di colpi. Per essere sicuri di avere ucciso davvero tutti, hanno estratto i passeggeri, li hanno appoggiato al veicolo e li hanno uccisi a bruciapelo.

La notizia ha fatto il giro del Medio oriente. E del mondo. Da Washington i leader dei due paesi non si sono esposti più di tanto. Mentre parole di sdegno e condanna sono arrivate dal primo ministro palestinese Salam Fayyad. Per le vie di Gaza, invece, centinaia di persone hanno esultato e sventolate le bandiere verdi di Hamas. E proprio Hamas, oltre a minacciare l’Autorità nazionale palestinese, ha dichiarato che questo atto era soltanto l’inizio di una lunga serie.

In serata, decine di soldati israeliani si sono schierati nella parte palestinese di Hebron. Una città divisa in due e che, a fronte di 500 coloni palestinesi, vede circa 200mila cittadini palestinesi. Mentre negl’insediamenti ebraici è tornata la tensione e la paura. «Per ogni nostra vittima i palestinesi dovranno pagare un prezzo», hanno detto i leader religiosi dei coloni. E la reazione, un po’ scomposta, non s’è fatta attendere. C’è stato un lancio continuo di pietre contro le macchine palestinesi a Havat Gilad, Givat Assaf e l’area di Silwad. Mentre qualche chilometro più lontano, le forze di sicurezza israeliane hanno bloccato un gruppo di ebrei che aveva intenzione di distruggere una casa isolata abitata da una famiglia musulmana. Ancora più in là, a Naalin, una bottiglia molotov è stata lanciata contro un’auto palestinese. Per fortuna nessuno è rimasto ferito.

Ma la vera risposta agli attacchi palestinesi è arrivata a notte fonda. Con una decisione destinata a pesare sui colloqui e sulla stabilità dell’area. Il Moatzat Yesha, l’organizzazione che racchiude e coordina tutte le comunità ebraiche della Cisgiordania, ha deciso di non rispettare più il blocco delle costruzioni nell’area imposto dall’esecutivo di Gerusalemme. «Invitiamo tutti i coloni a iniziare a costruire dalle 6 di mercoledì mattina», hanno detto i leader dell’area. «Loro (i palestinesi, nda) ci attaccano e la risposta di noi sionisti sarà quella di costruire ovunque».

© Leonard Berberi

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