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Un israeliano su due soffre d’insonnia

Ogni cento abitanti ce ne sono 41 che non dormono bene e che fanno molta fatica ad addormentarsi. Altri otto, poi, hanno bisogno di farmaci per il riposo notturno. Messi insieme fanno quasi la metà. La metà di israeliani che ha un difficile rapporto con il sonno, secondo il sondaggio della Sanofi-Aventis, il primo gruppo farmaceutico in Europa.

Il dossier scrive anche che, in media, gli israeliani dormono sei ore e mezza a notte. Ma c’è un quarto di persone (25%) che afferma di dormire meno di cinque ore. Tutto sonno perduto che – dicono i curatori del sondaggio – gl’israeliani recuperano, in parte, il fine settimana. Dove la media sale a sette ore e mezza di riposo notturno.

Il 52% del campione, inoltre, dice di addormentarsi di fronte alla televisione. E c’è un 30% – soprattutto donne – che prende sonno dopo aver letto un libro. Per non parlare dei giovani: quasi due su dieci (19%) si addormenta davanti al pc. E se le donne dormono di meno durante la settimana, nel week end sono loro a recupare parte delle ore perdute, stando a letto più tempo.

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attualità, politica

21 su 100

Prima erano le pietre. Oggi sono le armi. Ma la sostanza è la stessa: tutto è lecito. Soprattutto quando si tratta di impedire lo sgombero delle colonie ebraiche in Cisgiordania.

E’ quello che pensa il 21% dei coloni che vivono negli insediamenti ebraici secondo un sondaggio condotto dall’Università Ebraica di Gerusalemme meno di un mese fa. Secondo il quotidiano Haaretz, poi, emerge anche che il 54% dei coloni non riconosce l’autorità del governo (intendi: Bibi Netanyahu) di ordinare lo sgombero degli insediamenti.

Non solo. Il 63% ritiene che lo sgombero sia una di quelle decisioni che richiede un referendum, non una scelta della Knesset. Certo, resterebbe comunque da convincere quel 49% – la metà – che non accetterebbe lo sgombero nemmeno se autorizzato da un referendum approvato dalla maggioranza della popolazione ebraica di Israele.

Al di qua del muro, invece, il 72% della popolazione israeliana riconosce l’autorità del governo di imporre l’abbandono delle colonie. E il 60% sarebbe pure favorevole a questo passo. Pur di far finire tutto questo.

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Muro contro muro

Muri fisici. Alti, imponenti. Di difesa o di offesa. A seconda del punto da cui li si guarda. Poi ci sono altri muri. Quelli che non si vedono. Perché non sono costruiti fuori. Ma dentro. Nelle anime, nelle coscienze e nei cuori di ognuno.

E quando arrivano i sondaggi c’è soltanto da mettersi le mani nei capelli. Gli esperti la chiamano la “generazione del muro contro muro”. Satura di conflitti. “Una combinazione di fondamentalismo …e razzismo”, si spinge a commentare qualcuno. Perché gli istinti anti-arabi sono presenti – secondo il sondaggio – in quasi la metà di un campione rappresentativo di studenti israeliani ebrei compresi fra i 15 e i 18 anni.

Per non parlare di quelli che esprimono uno schiacciante tasso di simpatie verso il mondo dei coloni. O di quelli che fanno emergere sacche di intolleranza contro gli stessi “nuovi immigrati” ebrei: russofoni dell’ex Urss o falascia del Corno d’Africa.

La ricerca, condotta dall’istituto Maagar Mochot, rivela come un 46% di ragazzi alla soglia della maggiore età sia contrario all’idea che gli arabo-israeliani possano godere dei medesimi diritti degli ebrei. Quota che sale all’82% fra coloro che si professano religiosi, ma tocca un significativo 36% anche fra i laici dichiarati.

Mentre il 16% degli intervistati (il 46% fra i religiosi) non si vergogna di definire legittimo lo slogan “morte agli arabi”. Dice il curatore Daniel Bar-Tal, dell’Università di Tel Aviv: “I giovani ebrei di questa generazione mostrano di non aver affatto interiorizzato quei valori democratici che lo Stato d’Israele incarna anche secondo un’ampia maggioranza di studenti arabo-israeliani”.

Contraddittorio, poi, anche il rapporto fra la convinta adesione patriottica al servizio militare (che ben il 91% di giovani ebrei giudica un dovere) e l’intenzione manifestata da una metà degli interpellati (l’81% fra i frequentatori di sinagoghe e scuole rabbiniche) di disobbedire agli ordini superiori laddove fosse loro chiesto di sgomberare insediamenti di coloni in Cisgiordania o altrove.

“E’ un segnale allarmante del rafforzamento di tendenze estremistiche fra i giovani”, dice sconsolato al quotidiano Haaretz un funzionario del ministero dell’Istruzione. “Sono tendenze – accusa il professor Bar-Tal – che minacciano di dilagare ulteriormente, sullo sfondo delle dinamiche demografiche favorevoli agli ambienti religiosi ultrà. E che potrebbero diventare fra 20 o 30 anni il volto nuovo del Paese: una combinazione di fondamentalismo, nazionalismo e razzismo”. (leonard berberi)

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Questione di immagine

Un Paese con più di 4 milioni di pr. Su 7.509.000 abitanti. Questo diventerà presto Israele. Non pr qualsiasi, ma al servizio della nazione. Perché lo Stato ha un problema. D’immagine.

I dati del sondaggio dell’Istituto Kelim Shluvim non lasciano scampo: il 91% del campione intervistato pensa che Israele abbia un problema “molto grave” e “grave” per quanto riguarda l’opinione che il mondo ha dello Stato ebraico. Un altro 90% pensa che il mondo ritiene Israele un territorio che soffre il terrore e la guerra. E, infine, otto su dieci sono convinti che il resto del pianeta ritenga il loro Paese “aggressivo e violento”.

Così il ministro dell’Informazione e della Diaspora, Yuli Edelstein, ha pensato di ingaggiare i 4,2 milioni di israeliani che ogni anno viaggiano nel mondo come turisti per affidare loro il compito di “promuovere l’immagine del Paese”.

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In dieci anni

Meno uniti. Più razzisti. Disillusi dalla politica. Ma più vicini alla nazione. E alla religione. In una parola: pessimisti. Ecco il volto di Israele nel periodo 2000-2009.

I dati del sondaggio pubblicati dall’Istituto Rafi Smith / Yedioth Ahronoth non lasciano dubbi a interpretazioni. Sono stati dieci anni con poche luci e tante, troppe ombre. L’oro alle Olimpiadi di Atene e il Nobel da una parte. Le bombe, i kamikaze, la sindrome da accerchiamento dall’altra.

Meno uniti. Il 69% degli israeliani intervistati (ebrei, musulmani, di nuova e vecchia generazione, di destra e di sinistra, religiosi e non) ritiene che la società è meno unita di dieci anni prima. Anche se il 34% si sente più vicino all’idea di nazione. Chi è attaccato di più alle istituzioni del Paese sono i nuovi immigrati.

Più razzisti. Quasi un israeliano su due (47%) pensa che la società sia diventata più razzista nei confronti delle minoranze presenti sul territorio. A sostenere questa tesi sono ex elettori della sinistra progressista, con un basso tenore di vita e un’istruzione basilare.

Vicini alla religione. Il dato è contrastante: chi è sempre stato alla larga dalla religione, in questi dieci anni s’è allontanato ancora di più. Ma le persone religiose, nel periodo 2000-2009 si sono avvicinate ancora di più ai precetti ebraici (o musulmani). Una società centrifuga.

Verso destra. E’ uno dei dati più significativi. Peraltro già emerso nelle analisi post-elezioni. L’82% degli israeliani si colloca nella fascia destra dello spazio politico e risponde che rispetto al decennio precedente si è “spostato di molto verso destra”. Soltanto due su cento pensano di essere transitati a sinistra.

Poca fiducia. Troppe campagne elettorali. Troppe elezioni. Troppi politici coinvolti in scandali e casi di corruzione. Alla fine, il dato ne risente: il 67% ripone meno fiducia nelle istituzioni del Paese.

Ci sarà la pace. Forse. Trentacinque israeliani su cento pensano che ci sarà un accordo di pace con uno dei vicini nei prossimi anni. Ma i restanti la pensano in modo contrario. Diverso, invece, il dato per quanto riguarda la composizione araba: per il 61% ci sarà la pace e per il 43 che ci sarà più sicurezza nel Paese.

p.s. Falafel Cafè vi augura buon anno e, soprattutto, tanta serenità. A domani, con il primo post del 2010 (l.b.)

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