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I telefonini, la polizia israeliana e il video che fa discutere

I telefonini. Eccoli i veri nemici delle forze di sicurezza israeliane. Si trovano ovunque, si usano comunque. E in qualsiasi condizione. Anche a costo di rischiare qualche manganellata per aver fatto foto o aver realizzato video che potrebbero scatenare la rabbia di un popolo o l’inchiesta dell’Alta Corte.

E’ il caso di questo video. Arriva da Jaffa, la cittadina ormai diventata tutt’uno con Tel Aviv. Si vedono uomini della polizia israeliana strattonare uomini e donne, tutti palestinesi, dall’interno di quella che sembra una casa. Non si hanno molte informazioni. Se non il fatto che la famiglia sarebbe stata sfrattata da una costruzione illegale e quindi da abbattere. Il filmato – per mano di Haim Schwarczenberg – sarebbe stato girato il 4 ottobre scorso.

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Polizia israeliana sotto accusa per il fermo di un ebreo Usa

«Mi hanno preso con la forza senza motivo e mi hanno pure menato». «No, ha attaccato un ufficiale di polizia, per questo l’abbiamo arrestato». Mentre Netanyahu volava a Roma, a Gerusalemme scoppiava l’ennesima polemica contro i metodi violenti di parte delle forze di sicurezza. A rafforzare la discussione ci si è messo di mezzo anche un video amatoriale che ha ripreso quasi tutta la scena dell’intervento e quindi dell’arresto. (leggi il resto QUI)

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Massacro di Itamar, polemiche sul sistema di sorveglianza

Una delle torri di controllo che vigila sugli ingressi e le uscite dell'insediamento di Itamar (foto Ynet)

Dopo il massacro è il tempo delle polemiche. E delle domande – troppe – a cui dovranno dare una risposta polizia (israeliana) ed esercito. Perché, quel che resta del fatto, è che i primi soldati sono arrivati sul luogo del delitto solo tre ore dopo. E senza essersi accorti dell’infiltrazione di palestinesi all’interno di un insediamento – come quello di Itamar – tutto recintato col filo spinato e pieno di torri di controllo.

E dunque la prima domanda è proprio sulla falla nella sicurezza: com’è stato possibile che, pur in presenza di tanti uomini armati in difesa della comunità ebraica, uno o più palestinesi sono entrati senza problemi, hanno massacrato cinque persone e poi si sono dileguati senza essere né visti, né sentiti, né fermati da qualcuno?

Era dal 2002 che Itamar non subiva un attacco palestinese. Tanto era forte e collaudato il sistema di difesa. Ma qualcosa non deve aver funzionato per bene. Oppure – come sostiene qualcuno – a compiere il delitto non sono stati palestinesi, ma membri della stessa comunità.

La recinzione con il filo spinato attorno all'insediamento (foto Ynet)

L’unica cosa certa, in tutto questo caso, è che poco prima delle 22 (ora del delitto) la rete elettrica di sicurezza ha dato un segnale. Una pattuglia è stata mandata a controllare la situazione, ma l’operazione non ha dato nessun frutto. Per questo l’allarme – classificato come “falso” – è stato disattivato.

Poi è successo quello che tutto il mondo è venuto a sapere. Con le critiche d’Israele in sede Onu, con l’attacco di Obama e lo sdegno del mondo, compresa l’Autorità nazionale palestinese. Ora le indagini «procedono spedite», dicono gli inquirenti. Sono state già ascoltate una ventina di persone (tutte arabe), ma per ora gl’israeliani non hanno ancora chiesto la collaborazione della polizia palestinese, dopo averla coinvolta nel pattugliamento.

Il timore – fondato – è che gli ebrei ultraortodossi si facciano giustizia da soli, disponendo di un arsenale – tra pistole a titolo individuale e fucili – in grado di uccidere. Nel frattempo, il governo Netanyahu sta pensando anche di diffondere a tutti i media le foto dell’orrore. Proprio il premier s’è lasciato andare a un duro attacco non solo nei confronti dei palestinesi, ma anche degli occidentali. «Dove sono i critici di Israele – ha detto Bibi – perché non parlano ora, ma tacciono?».

© Leonard Berberi

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Libia / Galleria fotografica

Un manifestante libico mostra la "V" di vittoria con le dita sopra a un carro armato della base militare di Al-Katiba, dopo che questa è caduta in mano ai ribelli (Hussein Malla / Associated Press)

Gli oppositori di Gheddafi di Bengasi si danno una mano nell'indossare le uniformi dell'esercito sottratte ai soldati fedeli al Colonnello (Asmaa Waguih / Reuters)

A Bengasi, la seconda città più grande della Libia, i parenti piangono la morte di Ahmed Sarawi, 36 anni, ucciso durante gli scontri tra oppositori e polizia (Suhai Salem / Reuters)

Centinaia di lavoratori cinesi aspettano di salire su una nave greca al porto di Bengasi per essere portati prima nel paese ellenico, poi a casa loro (Asmaa Waguih / Reuters)

La pista di atterraggio e decollo dell'aeroporto militare libico di Al Abrak, est del Paese. La struttura è stata abbandonata dall'esercito e ora è in mano ai ribelli anti-Gheddafi (Goran Tomasevic / Reuters)

Uno scorcio della città di Tobruk, est della Libia. L'area è sotto il controllo dei manifestanti e quel che resta della stazione di polizia locale è un ammasso di auto bruciate ed edifici saccheggiati e messi a fuoco (Afp / Getty Images)

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Mandato d’arresto per Dov Lior, il rabbino delle colonie

Desta grande fermento nelle colonie ebraiche della Cisgiordania il mandato di arresto spiccato ieri dalla polizia israeliana nei confronti del rabbino Dov Lior, uno degli ideologi religiosi del movimento dei coloni. «Si tratta di una dichiarazione di guerra ai coloni», hanno detto un migliaio di dimostranti che si sono raccolti stamane nei pressi della casa del religioso, nell’insediamento di Kiryat Arba (Hebron).

Il rabbino Lior ha assicurato loro che non ha intenzione di consegnarsi alla polizia. Ha aggiunto che le autorità israeliane si comportano «come i bolscevichi che nella Russia sovietica limitavano la libertà di espressione dei rabbini». «Occorre mettere fine alle persecuzioni dei rabbini da parte di impiegatucci governativi», ha esclamato.

All’origine della vicenda vi è una lettera di apprezzamento scritta un anno fa dal rabbino Lior agli autori di un controverso testo rabbinico che, in condizioni estreme di conflitto, autorizza l’uccisione di Gentili anche se non coinvolti direttamente in ostilità. Il testo, “La legge del Re”, è stato peraltro duramente condannato da altri autorevoli rabbini.

La polizia ritiene che in quella lettera ci possa essere una violazione delle legge che vieta l’incitazione all’odio razziale. Nei mesi scorsi la polizia ha convocato più volte il rabbino Lior affinchè desse spiegazioni, ma egli si è sempre rifiutato di comparire. Da qui la decisione di spiccare un mandato di arresto che – se fosse realizzato – rischia adesso di innescare incidenti.

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Israele sotto accusa: “Bambini palestinesi picchiati e interrogati senza i genitori”

Tirati giù dal letto nel cuore della notte. Portati in caserma. Interrogati per ore senza nessuno. Qualche volta, pare, anche picchiati. Soprattutto: minorenni. Minorenni palestinesi.

È la prima volta che una denuncia si trasforma in un atto di accusa nei confronti della polizia israeliana. E c’è voluta una lettera – inviata anche al capo di Stato Simon Peres e al primo ministro Benjamin Netanyahu –, firmata da una sessantina di esperti, tra medici, psicologi, insegnanti e assistenti sociali per richiamare tutta la classe politica sul problema.

Secondo i firmatari, i comportamenti brutali della polizia sarebbero particolarmente insopportabili nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est. Dove qualche settimana fa sono stati fermati alcuni minorenni musulmani con l’accusa di aver lanciato pietre contro i coloni ebrei che vivono nel quartiere e contro i soldati dell’Idf.

(foto di Ammar Awad / Reuters)

«Nell’ultimo anno la polizia ha interrogato più di 1.200 ragazzi sotto i diciotto anni», c’è scritto nella missiva pubblica. «Alcuni di loro avevano anche meno di 12 anni», il limite minimo per la responsabilità penale nello Stato ebraico. E nemmeno a questi ultimi – sempre secondo la denuncia – sarebbero stati risparmiati «interrogatori aspri e ingiuriosi». «Un bimbo di otto anni ha affermato di essere stato prelevato dal suo letto nel cuore della notte e tenuto in una stazione di polizia per quattro ore. Un altro, di dieci anni, è tornato dall’interrogatorio con lividi sulla schiena che, ha detto, sono il frutto dell’arresto».

La reazione della Polizia non s’è fatta attendere. Il portavoce Micky Rosenfeld ha negato tutte le accuse e ha dichiarato che gli agenti operano nello stretto rispetto delle leggi. «Non abbiamo mai interrogato bambini al di sotto dei 12 anni senza la presenza dei genitori», ha detto Rosenfeld. «Soprattutto: registriamo ogni interrogatorio con una videocamera».

Leonard Berberi

Leggi anche: Gerusalemme Est, battaglia quotidiana tra ebrei e palestinesi

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Fugge dal paesino perché gay, ma i parenti lo sequestrano e lo picchiano per dodici ore

Angel aveva mollato tutto per andare a vivere a Tel Aviv. Una città che, ne era sicuro, avrebbe rispettato le sue preferenze sessuali. E l’avrebbe protetto. Ma non aveva fatto i conti con i parenti. Che, per nulla rassegnati, hanno percorso centinaia di chilometri per rintracciare il ragazzo, sequestrarlo, picchiarlo e convincerlo a tornare. Non solo nel suo paesino d’origine. Ma anche a tornare «normale».

È durato dodici ore l’incubo del giovane omosessuale di 19 anni, originario del villaggio arabo di Tamra, in Galilea, nel nord di Israele. Un fattaccio che oltre a risollevare la questione sulla «pericolosa omofobia degli arabo-israeliani», ha portato dietro le sbarre quattro uomini, tutti parenti della vittima e anche loro residenti a Tamra.

In realtà la storia andava avanti da un anno e mezzo. E già una volta il ragazzo era stato sequestrato. Ma quando la polizia, indotta in errore dallo stesso cognome, aveva fatto irruzione nella casa dello zio di Angel, i parenti l’avevano liberato. Ma solo per evitare l’arresto. E lui era tornato subito a Tel Aviv.

Il ragazzo, racconta il quotidiano on line Ynet, dopo aver detto ai suoi di essere gay, era scappato di casa per rifugiarsi nella più tranquilla – e aperta – Tel Aviv. Non sopportava più di dover stare in un posto che non approvava le sue scelte sessuali. Qui aveva iniziato a lavorare come drag queen per i locali della città e le sue foto erano finite sul web. E’ a quel punto che i parenti hanno alzato il livello dello scontro. Dicendo al ragazzo che l’avrebbero ucciso se non avesse tolto quelle foto. Ma Angel non ne ha la minima intenzione. E deposita una denuncia nella quale spiegava che si sentiva minacciato dai suoi famigliari che continuavano a chiedergli di tornare nel paesino e «a comportarsi come una persona normale».

Angel, il 19enne omosessuale rapito dai famigliari

«Tre mesi fa le cose sembravano tranquillizzarsi», continua il ragazzo. «Sono pure andato a un matrimonio di famiglia con i miei parenti e insieme abbiamo ballato e festeggiato. Ma qualche giorno dopo la mia famiglia ha ripreso con la solita storia. Mi ha intimato di tornare sulla retta via».

Lunedì sera però le cose sono precipitate. Quattro parenti, tutti uomini, sono arrivati in macchina a Florentin, uno dei quartieri più chic di Tel Aviv, armati di spray al peperoncino e hanno aspettato il ragazzo sotto casa. Appena l’hanno visto, in compagnia di un amico, sono saltati addosso a entrambi, li hanno storditi con lo spray e hanno costretto Angel a salire nel veicolo. «Ho pensato tra me e me: ecco, è questo il momento in cui mi uccideranno», racconta.

Dopo l’allarme, la polizia israeliana ha iniziato a rintracciare il ragazzo. E grazie alle telecamere di sicurezza posizionate lungo le strade è riuscita a scoprire la destinazione della macchina. Dopo mezza giornata di botte e minacce, i poliziotti hanno fatto irruzione nella stanza in cui era tenuto prigioniero. Mettendo fine, almeno per il momento, a un incubo formato famiglia.

Leonard Berberi

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