economia, politica

Un po’ di luce

Un aereo della compagnia israeliana El Al (foto Zvika Tishler)

Quel che non può la politica, lo fa l’economia. Turchia e Israele non si capiscono? Affari di chi governa i due paesi. Perché business is business e non c’è santo – pardon, politico – che tenga, quando si tratta di ottimizzare costi e benefici della propria società. E che società.

Chiedere alla più grande compagnia aerea israeliana, El Al. Che, negli ultimi giorni, ha perfezionato una partnership per far sì che i propri voli siano in code-share con quelli della Atlasjet, una società di volo turca. In questo modo, sarà garantito un volo al giorno per i cittadini israeliani che vorranno andare a Istanbul.

“Siamo amici di Israele e speriamo che questo accordo economico sia un modo per riavvicinare – politicamente – i due paesi”, ha detto il portavoce della Atlasjet, Murat Ersoy. “Questa partnership è un ponte che noi mettiamo a disposizione dei nostri politici per ritornare ai buoni rapporti di sempre e che oggi sono un po’ in crisi”, gli ha fatto eco Eliezer Shkedi, ceo dell’israeliana El Al.

Capito Bibi (Netanyahu) e Reçep (Erdogan)?

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politica

E-lettori

Il parlamento israeliano

I tempi cambiano. Anche per la politica. Anche per Israele. Forse, il primo paese al mondo a voler usare i social network per aprirsi ai suoi e-lettori. Che sono anche – e soprattutto – elettori.

Molto presto, fanno sapere dal parlamento israeliano, i cittadini avranno la possibilità di chiamare via Skype i gruppi parlamentari della Knesset, scrivere i loro interventi sulle pagine Facebook di tutti i deputati o rimanere aggiornati via Twitter sui dibattiti più accesi e importanti della giornata.

Lo speaker del parlamento, Reuven Rivlin, parla di “rivoluzione”. Il direttore generale della Knesset, Dan Landau, più semplicemente, si limita ad evidenziare come Israele “stia facendo di tutto per far sì che il cittadino sappia sempre tutto dei rappresentanti che ha eletto”. I parlamentari si dicono tutti entusiasti.

Un entusiasmo – e una politica della trasparenza – che segue i mesi di dibattito e di polemiche su quanto gl’israeliani pensavano del loro parlamento: cioè un’ammucchiata di interessi privati, di personale poco adeguato e di esponenti, magari non tutti, ma quasi tutti corrotti.

L’operazione trasparenza 2.0, però, ha già posto i suoi primi problemi: i costi, soprattutto. Ma anche chi dovrà gestire le risposte, gli interventi dei cittadini sulle profili Facebook dei deputati. C’è chi dice di allestire un pool di persone in grado di moderare le frasi e chi, cosa che va per la maggiore, preme perché i politici non si dicano entusiasti delle novità solo a parole, ma che siano loro stessi a intervenire sui loro profili per togliere commenti poco consoni a una democrazia.

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attualità

Muro contro muro

Muri fisici. Alti, imponenti. Di difesa o di offesa. A seconda del punto da cui li si guarda. Poi ci sono altri muri. Quelli che non si vedono. Perché non sono costruiti fuori. Ma dentro. Nelle anime, nelle coscienze e nei cuori di ognuno.

E quando arrivano i sondaggi c’è soltanto da mettersi le mani nei capelli. Gli esperti la chiamano la “generazione del muro contro muro”. Satura di conflitti. “Una combinazione di fondamentalismo …e razzismo”, si spinge a commentare qualcuno. Perché gli istinti anti-arabi sono presenti – secondo il sondaggio – in quasi la metà di un campione rappresentativo di studenti israeliani ebrei compresi fra i 15 e i 18 anni.

Per non parlare di quelli che esprimono uno schiacciante tasso di simpatie verso il mondo dei coloni. O di quelli che fanno emergere sacche di intolleranza contro gli stessi “nuovi immigrati” ebrei: russofoni dell’ex Urss o falascia del Corno d’Africa.

La ricerca, condotta dall’istituto Maagar Mochot, rivela come un 46% di ragazzi alla soglia della maggiore età sia contrario all’idea che gli arabo-israeliani possano godere dei medesimi diritti degli ebrei. Quota che sale all’82% fra coloro che si professano religiosi, ma tocca un significativo 36% anche fra i laici dichiarati.

Mentre il 16% degli intervistati (il 46% fra i religiosi) non si vergogna di definire legittimo lo slogan “morte agli arabi”. Dice il curatore Daniel Bar-Tal, dell’Università di Tel Aviv: “I giovani ebrei di questa generazione mostrano di non aver affatto interiorizzato quei valori democratici che lo Stato d’Israele incarna anche secondo un’ampia maggioranza di studenti arabo-israeliani”.

Contraddittorio, poi, anche il rapporto fra la convinta adesione patriottica al servizio militare (che ben il 91% di giovani ebrei giudica un dovere) e l’intenzione manifestata da una metà degli interpellati (l’81% fra i frequentatori di sinagoghe e scuole rabbiniche) di disobbedire agli ordini superiori laddove fosse loro chiesto di sgomberare insediamenti di coloni in Cisgiordania o altrove.

“E’ un segnale allarmante del rafforzamento di tendenze estremistiche fra i giovani”, dice sconsolato al quotidiano Haaretz un funzionario del ministero dell’Istruzione. “Sono tendenze – accusa il professor Bar-Tal – che minacciano di dilagare ulteriormente, sullo sfondo delle dinamiche demografiche favorevoli agli ambienti religiosi ultrà. E che potrebbero diventare fra 20 o 30 anni il volto nuovo del Paese: una combinazione di fondamentalismo, nazionalismo e razzismo”. (leonard berberi)

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attualità

Maschere, divise e armi

Coloni ebrei festeggiano il Purim 2010 nella parte israeliana di Hebron (foto Noam Moskowitz)

L’invasione dei pirati. A Gerusalemme. A Tel Aviv. A Haifa. A Beersheva. Occhi bendati ovunque. Così come i cappelli del 17esimo secolo e le lunghe barbe. E lunedì saranno ancora di più. Alla faccia dell’avvertimento della polizia a fare attenzione su possibili attentati.

È il Purim, una festa ebraica a cui nessuno si sottrae. Nonostante a Gerusalemme Est e a Hebron si sentano gli echi di un conflitto mai finito. E nonostante su, al confine con il Libano e giù, al confine con la Striscia di Gaza e l’Egitto, il territorio sia blindato come non mai.

“Quest’anno preferiscono il costume dei pirati”, spiegano i commercianti. Certo, vanno forte anche i supereroi come Superman, Batman e i manga giapponesi. I politici? “Non tirano più”, dice qualcun altro. L’eccezione però c’è. E lo rivela Giacomo, milanese trapiantato in Israele, all’Ansa: “Stasera andrò a una festa vestito da Silvio Berlusconi e sarà un successo! Gli israeliani lo adorano!”.

E c’è chi, come gli adepti di Neturei Karta (una setta ultraortodossa che rifiuta la legittimità dello Stato ebraico moderno e coltiva ottimi rapporti con il presidente iraniano Ahmadinejad) vorrebbero importare in Israele costumi da nazisti. Dalle uniformi delle SS a quelle della Gioventù hitleriana. “Indossare una di queste divise – dicono i rabbini Neturei – è comunque meglio che mascherarsi da soldato israeliano. O da qualsiasi altra cosa profanata dai simboli sionisti”.

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Postcards from Middle East / 34

Tzipi Livni, leader del partito centrista israeliano Kadima ("Avanti"), visita il Carmel, il mercatino settimanale di Tel Aviv. Molti, tra clienti e venditori, l'hanno ringraziata per il lavoro che sta facendo - anche se dai banchi dell'opposizione - e per i valori in cui crede. La Livni, a sua volta, ha promesso che ascolterà sempre la voce degli israeliani (foto Itzik Edery)

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