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Il bello, il padre, l’imprenditore: ecco i protagonisti delle prossime elezioni in Israele

Uno doveva scendere in campo (politico) anni fa. Poi, non si sa perché, quella discesa restava solo sulla carta (di giornale). E passava di bocca in bocca nei corridoi della Knesset, il parlamento israeliano. L’altro, invece, è uno storico tesserato del partito Laburista israeliano. Diventato famoso per essere il padre di un soldato rapito in terra d’Israele più che ragazzino e tenuto in gattabuia dai terroristi di Hamas per 5 lunghissimi anni. Uno si chiama Yair Lapid. L’altro Noam Shalit.

E stavolta è tutto vero. Tutto certo. Yair Lapid, il «bello della tv», 48 anni compiuti a novembre, uno dei giornalisti più famosi d’Israele, ha deciso: basta condurre il tg (su Canale 2), ora si va a fare politica. Seria. Serissima. Se è vero che alla Knesset – e prim’ancora: in campagna elettorale – troverà una donna (Tzipi Livni) e un partito (Kadima, “Avanti” in italiano) pronti a fargli le barricate. E le pulci. Ché da sempre si fa così, anche qui, in terra d’Israele, terra di latte e miele. E di veleni politici.

Yair Lapid

Kadima avrebbe più di un motivo di temere la discesa in campo di Lapid. Secondo alcuni sondaggi – gli stessi, a dire il vero, che circolarono anni fa – il partito del giornalista tv porterebbe via voti al partito della Livni avendo una piattaforma simile. Tra i 15 e i 20 seggi. Sarebbe una disfatta per Kadima, insomma. Anche se i voti – quelli veri – sono un’altra cosa. E bisogna guadagnarseli. Anche se Yair non è un giornalista qualsiasi, diventato famoso grazie al mezzo tv. È figlio dell’ex ministro della Giustizia Yosef “Tommy” Lapid, che anni fa guidò il partito centrista laico “Shinui”.

Il conduttore di tg è molto amato dai giovani laici di Israele, anche per il suo impegno contro il crescente potere degli ambienti religiosi. E c’è anche un po’ di curiosità a vedere all’opera non solo lui, Yair, ma anche lei, Shelly Yehimovich, ex volto di Canale 2, ex collega di Lapid, e da poche settimane numero uno dei laburisti israeliani. Rivali, insomma. Anche se c’è qualcuno che immagina coalizioni di centro-sinistra. Progetti di governo unitario. Tutto per mettere all’angolo le destre ultrareligiose che dettano ormai legge nell’esecutivo Netanyahu.

La febbre israeliana per le prossime elezioni non è del tutto immotivata. Ufficialmente si vota nel novembre del 2013. Ma si fanno sempre più insistenti le voci che vedono delle elezioni anticipate. E su iniziativa dello stesso Benjamin Netanyahu. I sondaggi commissionati dal premier, infatti, lo vedono in vantaggio.

Noam Shalit

Ma ora c’è la «grana» Lapid. Definito un uomo «pragmatico», «attento alle questioni sociali». Pericoloso, insomma. Così pericoloso che da qualche giorno s’è iniziato a discutere su una proposta di legge che – guarda caso – chiede ai giornalisti di passare attraverso sei mesi di stop dal lavoro giornalistico prima di fare politica. Legge – sempre guarda caso – nota alla Knesset come «Legge Lapid». Certo, poi Yair, ha anche un vantaggio: è considerato uno degli uomini più belli d’Israele. Così bello da contendere nel 2007 lo scettro a personaggi dello sport, dello spettacolo, della musica e del cinema.

Poi c’è Noam Shalit. Sul quale, almeno in Italia e in Europa, si sa quasi tutto. La notizia della candidatura alla Knesset del padre di Gilad Shalit è rimbalzata a margine dell’elezione odierna a nuovo presidente del gruppo parlamentare del Labour dell’ex ministro Yitzhak Herzog. Noam Shalit è, grazie al figlio, una figura pubblica di rilievo nel Paese e all’estero. Anche per quella ostinazione – lunga cinque anni – a chiedere a qualsiasi premier israeliano la liberazione del figlio.

Shlomo Yanai

Se confermata, la scelta di Noam Shalit si orienterebbe in ogni modo sul campo avverso rispetto alla destra guidata da Netanyahu. E rappresenterebbe un aiuto al tentativo di rilancio del partito laburista, guidato in passato dall’attuale ministro della Difesa, Ehud Barak, che ha pensato bene di farsi un suo di partito.

Sia Yair Lapid che Noam Shalit dovranno vedersela con le formazioni di destra. E con Shlomo Yanai: ennesimo colpo di scena degli ultimi giorni, ennesimo personaggio famoso nel Paese e ex amministratore delegato del colosso farmaceutico “Teva”. Insomma si annunciano elezioni lunghe, spettacolari e al cardiopalma. Ma per quest’ultimo il rimedio c’è: basta chiedere a Yanai, appunto.

© Leonard Berberi

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Giornale israeliano contro Berlusconi: “Fa le promesse, ma poi non le mantiene”

«In Italia le parole sono una cosa. I fatti un’altra». È il giudizio – lapidario – di Menachem Gantz, il corrispondente da Roma del quotidiano Yedioth Ahronoth. In un lungo articolo comparso sull’edizione cartacea, il giornalista israeliano ha fatto le pulci alla politica estera italiana. E ha scoperto che, a sei mesi dalla promessa di Berlusconi in cui impegnava l’Italia a ridurre i rapporti commerciali con l’Iran, i fatti sono andati diversamente. «La realtà è che l’Italia continua ad essere uno stretto partner della Repubblica islamica», scrive Gantz.

«Berlusconi e il suo ministro degli esteri, Frattini – continua il giornalista – hanno dichiarato in passato che è necessario ostacolare la capacità dell’Iran di sviluppare quelle armi nucleari che Israele ritiene una minaccia alla sua stessa esistenza. I fatti, però, indicano che la politica del governo italiano incoraggia gli scambi commerciali con Teheran, dando così stabilità al regime degli Ayatollah».

E via con i numeri, presi dal nostro istituto di statistica, l’Istat. Nel primo semestre del 2010 le importazioni italiane dall’Iran hanno toccato quota due miliardi di euro. Più del doppio rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente (circa 847 milioni). «Nello stesso periodo sono cresciute anche le esportazioni verso l’Iran – scrive il giornale – superando quota un miliardo». Quello che infastidisce più gl’israeliani è il fatto che «l’Italia ha venduto all’Iran soprattutto prodotti ad alta tecnologia e ha firmato grosse commesse nel settore delle infrastrutture, delle comunicazioni e dell’energia».

«La forte crescita delle importazioni dall’Iran è anche dovuta ai cambiamenti nei rapporti di cambio euro-dollaro e all’aumento del prezzo del petrolio», hanno risposto dalla Farnesina. Precisando che gli scambi commerciali «vengono fatti tenendo conto delle sanzioni imposte dalle Nazioni Unite». E il governo? «Dall’ufficio del primo ministro hanno replicato dicendo che stanno ancora studiando i numeri», chiude – sarcastico – l’articolo.

Leonard Berberi

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Tagli alla politica: Netanyahu obbliga i suoi ministri a perdere peso

Tempo di tagli in politica anche in Israele. Ma mentre in tutto il resto del mondo si risparmia sulle auto blu e sui gettoni di presenza, a Gerusalemme i tagli riguardano solo il peso dei ministri. Il primo ministro Netanyahu ha invitato i suoi colleghi a rimanere in forma con dieta ed esercizio. E, intanto, ha già tagliato i dolcetti e i cibi calorici che un tempo venivano serviti alle riunioni di governo.

Lo stesso premier ha detto di aver perso nelle ultime settimane qualcosa come cinque chili. E nel consiglio dei ministri lo si vede spesso mangiare lattuga e carote. Lo stesso premier che, però, continua a far finta di non sentire le accuse che criticano per l’eccessivo numero dei ministri.

Il quotidiano Yedioth Ahronoth si è divertito a pesare i ministri. E ha scoperto che chi è dimagrito di più è Yisrael Katz, a capo del dicastero dei Trasporti. Katz, secondo il giornale, avrebbe perso trenta chili. Segue il capo della diplomazia, il ministro degli Esteri Lieberman (15 chili) e quello della Difesa, Ehud Barak (6).

Alle riunioni del consiglio dei ministri, scrive sarcastico lo Yedioth Ahronoth, «è tutto un fiorire di complimenti sul rispettivo calo di peso». Ma non tutti hanno raggiunto il loro obiettivo: il ministro dell’Industria Benyamin Ben Eliezer, noto per la sua corporatura imponente, ha iniziato l’ennesima dieta, ma – nota il quotidiano – «i risultati ancora non si vedono».

Leonard Berberi

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politica

Il presidente israeliano Peres visita la Corea del Sud. E incontra il robot Hubo

Il presidente israeliano Simon Peres, 87 anni, incontra il robot Hubo nei pressi di Seul, in Corea del Sud (foto Afp)

E alla fine – a salutare Simon Peres, il capo di uno Stato scomodo in questo momento – hanno deciso di mandarci lui, Hubo. Alto un metro e cinquanta. Carnagione chiara, poca esperienza politica, ma ottimo rimpiazzo per gli incontri politici delicati o imbarazzanti. Se non fosse per un piccolo particolare: Hubo è un robot.

È una forzatura, ovvio. Ad accompagnare Peres all’incontro con l’esserino elettronico c’erano tutte le alte cariche del Paese orientale. Ma non erano in pochi quelli che – se avessero potuto – avrebbero mandato volentieri i loro sostituti di plastica, metallo, gomma e microchip all’incontro ufficiale a Seul, in Corea del Sud, con la delegazione israeliana capitanata dal presidente Peres. E proprio nei giorni di massimo sdegno nei confronti dello Stato ebraico da buona parte della comunità internazionale.

E comunque. L’uomo Peres e il robot Hubo si sono incontrati al Kaist Science Park, nella capitale. Si sono dati la mano e lui, Hubo, gli ha pure dato un mazzo di fiori. Da parte sua Peres ha invitato il robot a fare un viaggio in Israele. Meglio, a fare la sua “aliyah”, il suo pellegrinaggio. «Dovresti venire dalle nostre parti, facciamo un grande hummus».

Non è dato sapere cos’abbia risposto Hubo-robot. Se abbia accettato o meno. Di certo, se dovesse adottare la geografia di Yahoo, quando andrà in Israele avrà un bel po’ di problemi ad individuare Gerusalemme città.

Leonard Berberi

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