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“Made in Lager”

La galleria degli orrori (in vendita) sembra non finire mai. Anzi, si alimenta di nuovi cimeli che riemergono dal passato. Come il sapone “made in lager” che un venditore canadese di oggetti storici – tal Abraham Botines di 73 anni – avrebbe intenzione di vendere nel suo negozietto di Montreal.

La cosa che fa orrore – ancora di più – è il fatto che Botines è di origine spagnola e soprattutto ebreo. Quando ha deciso di vendere il sapone prodotto nei campi di concentramento nazisti in Polonia, la comunità ebraica di Montreal non ha potuto far altro che criticare l’iniziativa chiedendo alla polizia canadese di verificare la composizione del materiale spacciato per sapone.

Un sapone che, almeno nei campi di concentramento, veniva fatto con il grasso umano degli ebrei uccisi. Dopo averne ricevute alcune barrette  – prodotte nel 1940 – da un soldato canadese della Seconda guerra mondiale, ora Botines intende vendere ogni pezzo a circa 300 dollari.

“Non voglio esaltare il Nazismo – si giustifica Botines -, ma conservare la memoria dell’Olocausto”. Anche se in passato il collezionista avrebbe tentato di rivendere – senza successo – il quantitativo al Museo dell’Olocausto di Montreal. Quanto all’accusa di rivendere prodotti fatti con grasso umano, il 73enne ammette: “Non posso garantire per la composizione effettiva del sapone”.

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In Israele, boom dei turisti cattolici

Colonne secolari a Cesarea

Sarà pure un Paese per ebrei, ma i cattolici non scherzano. O meglio, i turisti seguaci di Cristo. Nonostante la crisi. Nonostante la tensione interreligiosa sempre presente. Nonostante tutto. Perché nel primo mese del 2010, i pellegrini cattolici hanno trainato il turismo in Israele.

A registrare gli aumenti più consistenti – secondo il ministero israeliano del Turismo – sono stati i brasiliani e gli italiani. Paesi prevalentemente cattolici, appunto. In cifra assoluta, la Francia resta prima, con 11.500 ingressi – nel gennaio scorso -, seguita da Italia (6.700), Polonia (6.000) e Brasile (3.700).

Se si va a guardare il tasso di crescita, notevole il +171% dal Brasile, il +81% dall’Italia e il +60% dalla Polonia rispetto al gennaio 2009 (mese che ha visto l’offensiva militare di Israele proprio contro la Striscia di Gaza).

Secondo il ministro Stas Misezhnikov – stando a quello che scrive l’Ansa – si tratta di un successo legato anche a quelle operazioni “di marketing”. Oltre che ai 10 milioni di shekel (due milioni di euro circa) investiti dal dicastero per una campagna pubblicitaria ad hoc riservata proprio ai Paesi cattolici. “Il turismo cattolico ha ancora un ampio potenziale di crescita e il ministero continuerà a investire, facendo leva sul patrimonio religioso, storico e archeologico di Israele”, ha detto Misezhnikov.

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Bruno-Rudolf, il guardiano del campo di Auschwitz

Il gatto Bruno-Rudolf all'ingresso del cancello principale dell'ex campo di concentramento di Auschwitz (foto Reuters)

Bruno-Rudolf contro i vertici che gestiscono il campo di concentramento di Auschwitz. Bruno-Rudolf è un gatto col pelo corto e lo sguardo annoiato.

Bruno-Rudolf è una sorta di guardiano del campo di concentramento. Lo si vede all’ingresso principale. Quello che reca grande la scritta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), ora rimessa al suo posto dopo il furto rocambolesco. E lo si è visto anche negli ultimi giorni, quando la temperatura ha toccato i 34 gradi centigradi sotto zero.

Bruno-Rudolf ora sta scatenando un contenzioso tra il museo che gestisce il campo e l’associazione animalista polacca. “Abbiamo soltanto chiesto di costruire un piccolo rifugio, ma ci è stato detto di no”, dice Joanna Zaremba della Fondazione per gli animali.

Secondo i bene informati, il gatto sarebbe arrivato al campo circa sei mesi fa. Da allora, giorno dopo giorno, ha iniziato ad attirare l’attenzione dei visitatori. E ora è quasi una star, visto che giornali polacchi e siti web hanno scritto della campagna pro Bruno-Rudolf da parte degli animalisti.

“Sono venuta soprattutto per vedere questo gatto”, dice una visitatrice polacca ai microfoni della Reuters Television (qui il video). “Sono pure disposta a dare una casa a questo animale”, ha aggiunto.

Durante l’occupazione nazista, nel campo di concentramento di Auschwitz, morirono oltre 1,5 milioni di persone, per lo più ebrei. E soltanto l’anno scorso, la struttura – vicina alla città di Oswiecim in Polonia meridionale -, è stata visitata da più di un milione di persone. (leonard berberi)

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I deportati ebrei chiedono i danni alle Ferrovie tedesche

Ebrei rinchiusi in una carrozza della Deutsche Reichsbahn pronti per la deportazione nei campi di concentramento

Per molti è l’ultimo tentativo. Avere un risarcimento dalla compagnia ferroviaria tedesca che si è occupata del trasporto degli ebrei verso i campi di concentramento. Ieri si chiamava Deutsche Reichsbahn. Oggi, molto più famosa, Deutsche Bahn.

Settemila sopravvissuti all’Olocausto hanno depositato da pochi giorni una richiesta di risarcimento danni contro la compagnia tedesca nata sulle ceneri di quella nazista. E con la liberalizzazione dei trasporti, la Deutsche Bahn (di proprietà dello Stato) viaggia anche in Polonia. Motivo in più per i deportati di chiedere i danni.

“La Reichsbahn era una compagnia nazista che ha deportato milioni di persone e la Deutsche Bahn ha verso di noi un obbligo morale”, ha detto Stanislaw Zalewski, 85 anni, rinchiuso per anni nel campo di Auschwitz.

Secondo i calcoli effettuati dall’associazione dei deportati, la compagnia ferroviaria nazista guadagnò 445 milioni di euro dal trasporto degli ebrei. Ma un portavoce della compagnia Deutsche Bahn ha tagliato corto di fronte alla causa legale: “La Db non è l’erede legale del Reichsbahn”.

Un treno della Deutsche Bahn, compagnia ferroviaria di proprietà dello Stato tedesco

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