attualità

Turisti e pr

La hall dell'aeroporto internazionale "Ben Gurion" di Tel Aviv

Consiglio numero uno: “Esprimersi sempre in maniera chiara e stringata”. Consiglio numero due: “Ascoltare con attenzione le tesi altrui”. Consiglio numero tre: “Evocare esperienze di carattere personale”. Consiglio numero quattro: “Non rinunciare mai ad una dose di umorismo”.

Prove tecniche di promozione del proprio Paese. I cittadini israeliani che escono fuori dai confini avranno da oggi un compito importante: diffondere la buona novella sullo stato israeliano. Insomma, turisti-pr.

Per difendere l’immagine del Paese dagli attacchi dei suoi avversari politici, il governo di Gerusalemme ha pubblicato un apposito libretto informativo che da oggi sarà offerto ai suoi cittadini in partenza per l’estero (il suo contenuto viene diffuso anche su internet).

L’obiettivo, ha spiegato il ministro per l’Informazione Yuli Edelstein, è di mettere gli israeliani nelle condizioni di sostenere discussioni argomentate con i loro interlocutori all’estero, e fornire loro informazioni aggiornate per migliorare la immagine dello Stato ebraico e di combattere una serie di “miti” che secondo il governo hanno preso piede. Quali? Che Israele sia una teocrazia. Che gli israeliani non vogliano la pace. Che in passato ci sia stata un Palestina araba. Che il conflitto israelo-palestinese sia all’origine del terrorismo nel mondo.

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attualità, politica

Lo scambio

Il deserto del Negev

Eppure si muove. Almeno sul fronte diplomatico. Perché l’ultima proposta per risolvere la questione israelo-palestinese viene dal vice primo ministro di Gerusalemme Danny Ayalon. Di cosa si tratta? Di uno scambio. Fra gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e città e villaggi arabi che si trovano sul suolo israeliano.

«Gli arabo israeliani non perderanno nulla unendosi allo stato palestinese”, ha dichiarato Ayalon al quotidiano arabo-londinese al-Sharq al-Awsat. “Perché invece di offrire ai palestinesi terre disabitate nel Negev, gli offriamo una terra piena di abitanti, che non dovranno lasciare le loro case”.

Il vice premier, esponente del partito di destra Yisrael Beiteinu del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, ha spiegato di riferirsi al gruppo di città e villaggi arabi nell’area indicata in Israele come la regione del Triangolo, in quanto contigua al confine con la Cisgiordania. Ad esclusione di Nazareth.

E il mondo arabo? Tace. O s’arrabbia. Come il deputato arabo israeliano Ahmed Tibi. “Non siamo pezzi di una scacchiera da spostare a piacimento”, ha replicato durissimo.

Leonard Berberi

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politica

Pork city

La prima pagina di Haaretz con una grande foto di Silvio Berlusconi

Oggi sul quotidiano Haaretz c’è una lunga intervista al primo ministro italiano Silvio Berlusconi. Per leggerla potete scaricare i pdf della prima pagina qui e della continuazione qui.

Ora, il punto è un altro. In un passaggio sui colloqui di Pace, Berlusconi dice: “Ho proposto la città di Ariccia come luogo dove far parlare israeliani e palestinesi”.

Peccato che Ariccia sia meglio conosciuta per la porchetta. Anzi, dice qualcuno, è la capitale mondiale della porchetta. Un animale la cui carne non si può mangiare nè per gli ebrei nè per i musulmani. Quella di Berlusconi è una gaffe o altro?

(ultimo aggiornamento 3 febbraio 2010) Dopo qualche giorno il mistero Ariccia è risolto: il traduttore del quotidiano Haaretz ha – avrebbe – tradotto male le parole di Berlusconi. Perché la città non è Ariccia, ma Erice, in provincia di Trapani.

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cultura

Ritorno alle origini

Bono, ex cantante degli U2

Un festival dell’arte. Che celebri l’origine delle tre religioni abramiche: Giudaismo, Cristianesimo e Islam. Firmato: Bono.

La proposta arriva dalle pagine del New York Times che dedica uno spazio importante alle “10 idee che renderebbe interessante il prossimo decennio”. Tra queste, appunto, quella del cantante irlandese ed ex leader degli U2.

Un festival di Abramo, dunque. “Da tenere ogni anno in un posto diverso – scrive Bono -. Ovviamente Gerusalemme come prima tappa sarebbe la migliore scelta possibile”. Il motivo è semplice: “Durante gli anni della guerra irlandese – continua il cantante – un migliaio di band punk-rock nacquero in tutto il Paese. E gli storici sono concordi nel dire che furono gli artisti, non i politici, a riportarci alla pace aprendo uno spazio dov’era possibile dialogare gli uni con gli altri”.

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cartoline

Postcards from Middle East / 17

Un ebreo ultraortodosso, guardato a vista dai poliziotti a cavallo, sventola la bandiera con la stella di Davide nei pressi di Sderot, continuamente colpita dai razzi Qassam lanciati da Hamas. La striscia di Gaza è a meno di 3 chilometri. L'uomo, parte di una comitiva composta anche dal sindaco della cittadina e da alcuni ebrei americani, mostra la bandiera proprio in direzione di Gaza City. Ma in segno di pace, questa volta. Alla fine, il gruppo ha liberato nell'aria decine di palloncini e ha chiamato israeliani e palestinesi a vivere in pace (Jim Hollander / Epa)

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attualità, cultura

La diplomazia dei pupazzi

Ormai è alla terza stagione. E cammina sulle sue gambe. E’ la versione in salsa mediorentale dei “Muppets”. O, come preferiscono a Gerusalemme, “Rehov Sumsum”. Da tre anni, però, i Muppets made in Middle-east si sono sdoppiati. Una versione israeliana e una araba (“Shara’s Simsim”). Ma il contenuto è rimasto lo stesso: messaggi di pace, di fratellanza. Soprattutto, di reciproco rispetto delle identità. Da una parte. E dall’altra.

Chissà che la diplomazia dei pupazzi serva a qualcosa.

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