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E a Gaza Hamas lancia l’offensiva contro i pantaloni a vita bassa (dei maschi)

Ragazzi palestinesi impegnati nel “parkour” nella Striscia di Gaza (foto Ali Ali / Epa)

Dura la vita, a Gaza City. Per le donne, certo. Ma pure per gli uomini. Se è vero che, da qualche giorno, le milizie «morali» di Hamas inseguono i ragazzi da Rafah fino al confine con Israele e li arrestano se indossano pantaloni a vita bassa.

La notizia l’ha data per prima il quotidiano dello Stato ebraico Ma’ariv. Che sottolinea come, dopo aver imposto – molto lentamente – abbigliamenti castigati alle donne della Striscia, Hamas ora guarda al look maschile. E non perdona. Le milizie «morali» ritengono che i pantaloni a vita bassa siano «inaccettabili soprattutto perché mettono in mostra anche la biancheria intima». E giù botte. E manette. E condanne.

Sul web, dove nulla possono le milizie palestinesi, il dibattito è aperto. Anche se, perfetta sintesi della demografia di Gaza, una maggioranza non c’è. Perché ai giovani che hanno condannato la repressione, si sono aggiunti altri che hanno suggerito ad Hamas di bloccare l’ingresso dei jeans a vita bassa, essendo il gruppo paramilitar-politico di fatto controllore dei tunnel sotterranei e illegali che collegano l’Egitto alla Striscia. Poi ci sono quelli più anzianotti che, sempre sul web, hanno dato ragione ad Hamas: «Chi indossa quei pantaloni lo fa solo per scimmiottare lo stile corrotto dell’Occidente», è stato il ragionamento.

Su una cosa tutti concordano: l’ondata repressiva non ha sorpreso nessuno. Al quartier generale di Gaza City non erano affatto piaciute le immagini – immesse sul circuito internazionale, fatte circolare in tutto il mondo – dei ragazzi impegnati nel «parkour». Quelle capriole e quei salti, quelle corse veloci di pochi secondi e quelle camminate sui muri, ecco, tutto questo, richiamava alla memoria le periferie francesi, svedesi e americane. Non la landa desolata della Striscia, dove a qualche centinaio di metri dal centro urbano c’è il deserto o la distruzione, non i palazzoni.

Dopo i jeans a vita bassa sarà vietato anche il «parkour»? In molti ci scommettono. In tanti altri temono che sia solo l’inizio di un nuovo corso che porterà Hamas ad abolire l’unico vero spazio di libertà per i palestinesi: Internet.

© Leonard Berberi

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Gaza, sotto gli occhi di Hamas i ragazzi giocano a fare gli occidentali

Praticare il "parkour" tra le rovine di Gaza. E di nascosto (foto Ap)

Hamas qui non è ancora arrivato. O forse non ci vuole arrivare. Così, finché staranno alla larga da queste rovine, i giovani potranno continuare a sentirsi occidentali. Giocando a basket, ascoltando musica rap e praticando il parkour, lanciandosi da un muro all’altro.

I fantasmi dei campi profughi lungo la Striscia di Gaza tornano ad animarsi di ragazzi palestinesi che passano ore e ore lontani dalle pressioni dei militanti di Hamas. E fanno tutto quello che farebbero i loro coetanei che vivono a Parigi, a New York o a Londra. A partire dalla musica rap. Che l’autorità di controllo sulla Striscia stigmatizza, ma che va molto di moda a Gaza.

«Quando abbiamo iniziato a seguire la cultura rap – dice Ayman Mghamis, 25 anni – tutti ci hanno chiesto: “Ma perché vi mettete dei vestiti così larghi? Perché vi salutate così?”». Ayman non è uno qualsiasi. È un membro dei “Palestinian Rapperz”, «uno dei dieci gruppi rap più famosi della Striscia».

Una notorietà che, se da un lato ha finito con l’essere accettata dalla popolazione, dall’altro ha portato gli occhi di Hamas a seguire i movimenti di questi ragazzi. Intervendo, a volte anche in modo brusco. Com’è successo a marzo, quando i miliziani hanno fatto irruzione in pieno concerto, e hanno bloccato tutto. Per poi replicare il gesto un mese dopo. «Ci hanno detto che mancavano i permessi per l’esibizione», continua Ayman. «La verità è che era il loro modo per dirci di tenere un profilo basso e di non esaltarci troppo».

Giocare il più americano dei giochi, il basket, in mezzo ad "Hamastan" (foto Ap)

Altri ragazzi hanno trovato un modo tutto loro di divertirsi: il parkour. Ogni settimana, entrano di nascosto in una scuola e si mettono a saltare da un muro all’altro, da una finestra a un sottoscala. Rischiando pure di rompersi qualche osso. E di finire in prigione. «Qualche volta i vicini sentono i rumori e chiamano la polizia», dice Mohammed Irgayig, 19 anni, all’Associated Press. «Temono che si tratti di ladri».

Mohammed Ghreis, 23 anni, passa le sue giornae facendo altro: in un piccolo appartamento si esercita con la break dance. Insieme a lui ci sono altri otto ragazzi. Tutti giovanissimi. «L’abbiamo imparato guardando i video su Internet», racconta Ghreis.

Come i rapper, come i praticanti del parkour, come i ballerini di break dance la maggior parte dei ragazzi di Gaza non ha un lavoro. E questi momenti di svago sono gli unici che li tengono lontani dalla realtà. Racconta Irgayig: «Mi metto a saltare perché così dimentico la situazione in cui mi trovo, mi fa sentire libero».

Leonard Berberi

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