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Il quotidiano israeliano Maariv: colloqui di pace sull’orlo del fallimento

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (a sinistra) insieme ai mediatori israeliano (Tzipi Livni) e palestinese (Saeb Erekat)

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (a sinistra) insieme ai mediatori israeliano (Tzipi Livni) e palestinese (Saeb Erekat)

A quattro mesi dal loro inizio, i negoziati di pace israelo-palestinesi sono prossimi a un fallimento. Lo sostiene oggi il quotidiano Maariv secondo cui in questo momento il nodo centrale su cui le posizioni delle due parti sembrano inconciliabili riguarda il controllo militare sulla valle del Giordano. Anche su altre questioni (Gerusalemme, colonie e profughi) non sembra siano stati registrati progressi.

A quanto risulta al giornale, Israele prefigura uno Stato palestinese del tutto smilitarizzato, e insiste per garantirsi anche in futuro il controllo sul suo spazio aereo e sui confini. I palestinesi replicano che in quelle condizioni non si potrebbe più parlare di uno Stato vero e proprio; «sarebbe come una gabbia», hanno lamentato.

Fonti politiche israeliane hanno detto a Maariv che il premier Benyamin Netanyahu teme adesso pressioni statunitensi per il dislocamento sul Giordano di forze internazionali. Questa idea risulta essere sgradita ai palestinesi. Netanyahu, da parte sua, ha ribadito ieri in parlamento: «In ogni accordo (di pace) Israele dovrà essere in grado di difendersi da solo di fronte ad ogni minaccia. Non potremo affidarci a forze straniere». (Ansa)

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Quei colloqui di pace “arrivati a un punto morto”: tra israeliani e palestinesi restano le divergenze

Il mediatore israeliano Tzipi Livni, il segretario di Stato Usa John Kerry e il mediatore palestinese Saeb Erekat a Washington lo scorso luglio per l'inizio del nuovo giro di colloqui di pace

Il mediatore israeliano Tzipi Livni, il segretario di Stato Usa John Kerry e il mediatore palestinese Saeb Erekat a Washington lo scorso luglio per l’inizio del nuovo giro di colloqui di pace

Tu chiamali, se vuoi, colloqui di pace. Perché per ora «le tavolate sono a un punto morto». Hai voglia a organizzare ancora incontri. A mantenere la segretezza. A stare alla larga dai flash dei fotografi. A fare di tutto per non far capire cosa succede in quei vertici. A smentire addirittura che le due parti si siano incontrate ieri, la settimana scorsa o un mese fa.

«Cinque settimane di discussioni, zero progressi», dice Yasser Abed Rabbo, uno dei consiglieri più fidati del presidente palestinese Mahmoud Abbas, intervistato ai microfoni della radio La voce della Palestina. «Questi colloqui sono già diventati inutili e non porteranno a nessun risultato se gli americani non faranno alcuna pressione».

Cinque settimane. Cinque incontri. Il primo il 29 luglio. L’ultimo, a Gerusalemme, martedì scorso. In mezzo, e di fronte, il mediatore israeliano Tzipi Livni (che è anche ministro della Giustizia) e quello palestinese, Saeb Erekat. E un confronto tra le proprie «agende» nazionali: le richieste degl’israeliani, le richieste dei palestinesi. La sintesi, per ora, non è stata trovata. E nemmeno le basi per l’accordo.

L’ufficio del premier Benjamin Netanyahu non conferma, né smentisce. Così come l’entourage di Tzipi Livni. Washington, a luglio, è stata chiarissima: niente dichiarazioni alla stampa, niente aggiornamenti, niente indiscrezioni. Niente di niente. Promessa mantenuta dallo Stato ebraico. Più volte rotta, soprattutto negli ultimi giorni, dai palestinesi.

Le posizioni, dicono i bene informati, restano distanti. Proprio sulle questioni «chiave» di tutta la questione israelo-palestinese. Il presidente Abbas – e il popolo insieme a lui – chiede Gerusalemme Est. Ne vuole fare la capitale del futuro Stato della Palestina. «È la mia “linea rossa”», avrebbe detto Abbas, «non firmerò nessun accordo se nel documento non c’è scritto che Israele ci restituisce quel pezzo di città che ci spetta».

Un colono guarda l'insediamento ebraico di Maaleh Adumim, a Gerusalemme Est. Dichiarata città nel 1991 conta ormai 35 mila abitanti (foto Ap)

Un colono guarda l’insediamento ebraico di Maaleh Adumim, a Gerusalemme Est. Dichiarata città nel 1991 conta ormai 35 mila abitanti (foto Ap)

I palestinesi hanno riesumato anche la bozza di accordo del 2008 tra le due parti, quando alla guida del governo israeliano c’era Ehud Olmert. Il documento prevedeva la cessione di sovranità a Ramallah del 94% della Cisgiordania. Nel restante 6% lo Stato ebraico si sarebbe tenuto gli insediamenti più grandi e in cambio avrebbe dato ai palestinesi un 6% del proprio territorio. Punti che Netanyahu ha già respinto: «Non sono obbligato a tenere conto della bozza di Olmert».

A spostare i colloqui di pace verso un binario praticamente morto sarebbero anche le proposte degl’israeliani: sì allo Stato palestinese, ma – spiega all’Associated Press un anonimo alto esponente di Ramallah – «con frontiere provvisorie e senza toccare decine di insediamenti e avamposti militari, pari al 40% della Cisgiordania». Nella West Bank, oggi, si contano più di 500 mila israeliani che vivono nelle colonie ebraiche. E per i palestinesi è uno dei punti fondamentali di ogni discussione: non ci deve essere nessun futuro per i coloni in quel pezzo di terra.

«Gli israeliani continuano a dire di metterci a discutere sui confini provvisori», racconta ancora l’alto esponente palestinese, «mentre noi ripetiamo a loro: “Ok, ma prima dobbiamo accordarci sul fatto che il confine sarà quello esistente prima del 1967”».

Tu chiamali, se vuoi, colloqui.

© Leonard Berberi

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I demografi palestinesi: nel 2020 gli arabi saranno più degli ebrei

Infermiere palestinesi in una sala parto di Khan Younis, Striscia di Gaza (foto di Abed Rahim Khatib / Flash 90)

Infermiere palestinesi in una sala parto di Khan Younis, Striscia di Gaza (foto di Abed Rahim Khatib / Flash 90)

La guerra dei numeri. La guerra con i numeri. Perché, alla fin fine, con quelli bisognerà fare i conti. E che conti. Anno 2016: la parità. Anno 2020: il sorpasso. Anno 2021: chissà. In quest’inizio d’anno avviato con messaggi di speranza (intendi: Netanyahu e Abu Mazen) e mano tesa all’acerrimo nemico Hamas (vedi alla voce Shimon Peres), dove s’è festeggiato molto e litigato poco, ecco, in quest’inizio anno ecco che dall’Ufficio statistico palestinese han tirato fuori i dati che possono – in clima elettorale (vedi sulla cartina all’altezza d’Israele) – cambiare un po’ d’equilibri.

Dicono, i demografi della West Bank, che oggi gli arabi dell’area sono 5,8 milioni. Duecentomila meno della popolazione che s’identifica come ebraica (6.015.000 per la precisione). Differenza minima, destinata a dissolversi tra tre anni, quando sarà raggiunta la parità. Mentre tra sette anni – nel 2020 – ci sarà il sorpasso: 7,2 milioni di arabi, 6,9 milioni di ebrei. Del resto lo confermerebbero anche le tendenze: il tasso di crescita della popolazione ebraica segna +1,8%. Quella araba +2,4%.

Cosa vuol dire? Molto. Perché, se i dati saranno confermati nei prossimi mesi dall’autorità israeliana, l’argomento dei due Stati diventa l’unico tema dell’area. Tanto che, annusata l’aria, ci prova Hanan Ashrawi, uno degli ex dirigenti dell’Autorità palestinese, a dire quel che pensano in molti dalle parti di Ramallah e Gaza City: «Con queste cifre è ovvio che qualsiasi colloquio di Pace con gl’israeliani che veda al centro la soluzione basata sui due Stati nell’area non ci accontenterà più: i palestinesi non si accontenteranno soltanto della Cisgiordania e della Striscia. Saremo in maggioranza».

Le cifre. Il report dei demografi palestinesi scrive che alla fine del 2012 si contavano 11,6 milioni di palestinesi, compresi i 4,4 milioni dell’Autorità palestinese e gli 1,4 milioni con passaporto israeliano. Come in Israele, anche in Cisgiordania cala il tasso di fertilità: da una media di 6 figli del 1997, nel 2008-2009 se ne facevano 4,4.

© Leonard Berberi

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