attualità

Kosovo, simboli nazisti sulle tombe ebraiche

Nel cuore della notte, a cavallo tra il 29 e il 30 novembre, si sono messi a disegnare delle svastiche sopra le lapidi. Una, due, tre. Tanti segni di profanazione. E non su tombe qualsiasi, ma su quelle del cimitero ebraico – una novantina in tutto – del quartiere Velania di Pristina, la capitale del Kosovo. «Fuori gli ebrei», hanno aggiunto qua e là.

Il gesto – di per sé non nuovo qua e là per l’Europa – fa impressione nei Balcani. Tra la comunità albanese, soprattutto. Quella che, storicamente, può vantarsi di aver salvato tutti gli ebrei durante le persecuzioni nazifasciste.

I giornalisti dell’emittente albanese Top Channel (sotto il video) hanno intervistato alcuni testimoni oculari che avrebbero assistito al blitz. Dicono che a compiere il gesto son stati dei forestieri, «gente mai vista prima».

La polizia, intanto, indaga. Le autorità americane chiedono di fare piena luce sul caso. L’Ocse condanna il gesto. E la popolazione kosovara si chiede se il gesto non sia l’ennesima provocazione della minoranza serba.

© Leonard Berberi

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reportage

Albania / Il reportage sulle elezioni amministrative

Cari lettori,
uscendo un po’ fuori dal campo solito di questo blog, vi propongo questo reportage-documentario su uno spicchio delle elezioni amministrative albanesi che si sono svolte l’8 maggio scorso. Elezioni che se a Kavaje, la città-oggetto del video, ha portato una sorpresa, a Tirana ha fatto precipitare la crisi politica che dura ormai da giugno 2009. Ancora oggi, a due settimane dal voto, il sindaco della capitale non c’è ancora. Tra conteggi e riconteggi continua il braccio di ferro tra il premier Sali Berisha (centrodestra) e il leader dell’opposizione (e sindaco di Tirana) Edi Rama. Buona visione (leonard berberi)

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economia

Economia, “Calcalist” all’attacco: “Gli ultraortodossi? Una zavorra per Israele”

«Non ci sono missili o qualche scudo di protezione spaziale in questa guerra. Questa è una battaglia diversa. Che esiste da tempo, è discussa qua e là, ma è virtualmente nascosta. È una guerra civile». Inizia così una delle analisi più dure del principale quotidiano economico del Paese, “Calcalist”, scritta dall’editore Yoel Esteron. Al centro delle polemiche – tutte squisitamente di economia statale – è quella fetta considerevole di ebrei ultraortodossi che ha preferito la via religiosa a quella “razionale”.

«Questa guerra divide in due la nostra società», scrive Esteron. «Da un lato ci sono gli israeliani che hanno deciso di praticare la religione del lavoro e del guadagno. Dall’altro, invece, ci sono quegli israeliani che si accontentano del minimo indispensabile, che aspettano il Messia e nel frattempo passano il tempo a raccogliere amuleti e a credere agli incantesimi».

Ultraortodossi studiano la Torah (foto di Eliad Levy)

E ancora. «Da un lato ci sono israeliani che incoraggiano i loro figli a studiare e a prepararsi ad affrontare un mondo competitivo e sviluppato. Dall’altro ci sono israeliani che spiegano ai figli che la vera vita è quella vissuta in assoluta povertà». Con quale risultato? Esteron non ci gira molto attorno e va dritto al cuore del problema. «Tutto questo fa sì che ci sono israeliani che si preparano per giorni peggiori e per la pensione, mentre ce ne sono altri che si affidano allo Stato perché questo li salvi da loro stessi, quando verrà il momento». «Questa è una guerra contro la scienza e l’industria, contro le banche e l’agricoltura, contro la cultura e le infrastrutture», continua l’editore di “Calcalist”. «Questa è una guerra contro il nostro futuro».

Quindi i numeri. «Il prossimo anno staremo bene», scrive ancora Esteron. «Ci dicono che l’inflazione si attesterà attorno al 3%, che il tasso di disoccupazione non supererà il 7%, che la crescita sarà del 4% circa». Ma non basta. Perché altri numeri spiegano meglio cosa aspetta lo Stato ebraico nel prossimo futuro. «Il tasso di partecipazione al lavoro e i risultati sull’educazione continuano a calare da almeno vent’anni. Siamo sotto la media dei paesi Ocse».

I grattacieli di Tel Aviv, il cuore economico del Paese

«Quando il 65% degli uomini ultraortodossi in età lavorativa ha deciso di non lavorare e quando al 50%  dei studenti delle elementari è stato detto di vivere con il minimo indispensabile, come possiamo noi sperare che la prossima generazione si prenda sulle spalle quella che l’ha preceduta?».

Questa guerra chi è che la sta vincendo? Secondo l’editore per ora nessuno. Ma a vedere come si sta comportando l’esecutivo con entrambe le parti della società, «non è difficile prevederne l’esito». Anche perché «si sta facendo di tutto per nascondere il problema. Magari ricorrendo ai soliti spauracchi come il terrorismo e l’atomica iraniana. Oppure distraendo la popolazione scrivendo che Leonardo Di Caprio sta considerando di convertirsi all’ebraismo per sposare Bar Rafaeli».

Questa è una guerra che quindi resta sotto la superficie. E il silenzio che la circonda «serve solo a quelli che non lavorano e non risparmiano». Se poi ci sarà qualcuno che alzerà la voce, se ci sarà qualcuno che denuncerà questa società a due velocità (anzi a una, perché l’altra metà non cammina per niente), secondo Yoel Esteron «vincerà sicuramente l’Israel Prize. O uno schiaffo in faccia da parte del capo dei rabbini, Ovadia Yosef».

Leonard Berberi

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cartoline

Postcards from Middle East / 46

"L'ingresso dello stato d'Israele nell'Ocse - l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico - può aiutare a far ripartire il processo di pace in Medio Oriente". Con queste parole il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, ha accolto l'ingresso dello Stato ebraico guidato dal premier Benjamin Netanyahu dentro gli uffici della sede centrale di Parigi (foto: Avi Ohayon / GPO)

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