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I vertici della sicurezza israeliana e quel “no” alla guerra contro l’Iran

«No, Bibi, questo non si può fare. Non ora». Ci sono voluti i tre vertici della sicurezza israeliana per bloccare il premier, e il ministro della Difesa Ehud Barak, dai suoi propositi. Da giorni Benjamin Netanyahu premeva per un attacco militare contro l’Iran. Da giorni, l’allora capo del Mossad Meir Dagan, il numero uno dello Shin Bet (sicurezza interna) Yuval Diskin e il capo di Stato maggiore dell’esercito Gabi Ashkenazi consigliavano al primo ministro israeliano di fermarsi.

La storia non si sa bene quando sia successa. È stata raccontata domenica 12 agosto dalla tv israeliana Canale 10. L’unica cosa certa è che è sicuramente avvenuta prima di novembre 2010, mese in cui Dagan ha mollato il vertice del Mossad. «Il contesto della discussione era decisamente informale, con molte persone che fumavano», racconta chi c’era all’emittente. «Forse c’era troppa formalità, visto che si stava decidendo la storia di un Paese e, forse, del mondo».

L’incontro, quindi. Da un lato Netanyahu (e Barak) che chiede quando e come attaccare. Dall’altro i tre vertici della sicurezza che bocciano con forza l’idea di un attacco a Teheran senza l’appoggio di nessuno, Usa compresi. Il più deciso della serata sarebbe stato Gabi Ashkenazi. Sarebbe stato soprattutto lui a spostare alcuni voti del consiglio dei ministri ristretto, quello che deve prendere decisioni serie.

Il capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, Gabi Ashkenazi, e il ministro della Difesa, Ehud Barak

Le parole di Ashkenazi avrebbero – secondo la ricostruzione di Canale 10 – fatto cambiare idea a un «falco» come il ministro dell’Interno, Eli Yishai, del partito ultrareligioso Shas. Che si sarebbe aggiunto al fronte del «no» all’attacco composto sin dalle prime ore dai ministri Moshe Ya’alon, Benny Begin e Dan Meridor e che ha di fatto messo in minoranza l’asse interventista.

Un spostamento degli equilibri che avrebbe spinto il ministro della Difesa, Ehud Barak, a rinfacciare ad Ashkenazi: «Se fossi stato tu il capo di Stato maggiore nel 1967 non avremmo fatto e vinto la guerra dei Sei giorni, un vero e proprio attacco preventivo d’Israele che ci ha garantito il successo in così poco tempo».

Due anni dopo quella vicenda, lo stallo – all’interno del governo Netanyahu – resta. Anche se, assicurano le «gole profonde» dell’ultima ora, «Bibi e Barak decideranno entro qualche giorno cosa fare del dossier Iran».

Per ora, a sentire gli umori nello Stato ebraico, ogni calar del sole sembra rendere sempre più concreta la possibilità di un attacco mirato. Lo dimostrerebbero anche le frequenti telefonate sull’asse Gerusalemme – Washington. Con l’amministrazione Obama che cerca, a tutti i costi, di frenare la voglia d’Israele di risolvere una volta per tutte la minaccia nucleare di Teheran il prima possibile.

© Leonard Berberi

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Der Spiegel: “Israele installa testate nucleari sui sottomarini”

Un passo avanti verso la guerra all’Iran? Si vedrà. Quel che è certo è che, stando al racconto del settimanale tedesco Der Spiegel, Israele starebbe dotando di missili cruise a testata nucleare tutti i sottomarini acquistati dalla Germania. Il tutto in contraddizione con quanto ha detto in precedenza proprio il governo tedesco che, di fronte ad altre rivelazioni della stampa sulla compravendita, aveva negato che i sottomarini, di classe Dolphin, avessero capacità nucleare.

La Marina israeliana ha attualmente tre sottomarini di fabbricazione tedesca. Altri tre arriveranno nel 2017. «Sottomarini che permettono ad Israele di avere un vero arsenale atomico flottante», sostiene Der Spiegel dopo aver sentito ex ministri e militari tedeschi e fonti dell’Intelligence, tedesca, israeliana e americana.

Ma c’è di più. Ed è una cosa a dir poco imbarazzante per Berlino. Nonostante le rassicurazioni sulla destinazione e sull’uso di quei sottomarini, il settimanale scrive che il governo tedesco «ha sempre saputo che gli israeliani li avrebbero dotati di armi nucleari».

Intanto, sarà un caso o no, ma da Teheran non sono stati zitti. «Se Israele compierà un passo sbagliato e attaccherà l’Iran, l’attacco si ritorcerà sullo Stato ebraico come fulmini». A dirlo è stato l’ayatollah Ali Khamenei,la Guidasuprema dell’Iran, nel discorso in occasione del 23esimo anniversario della morte del fondatore della Repubblica islamica, l’ayatollah Khomeini, al mausoleo dedicato a quest’ultimo.

Khamenei ha aggiunto che Israele è ora più vulnerabile che mai visto che tutti i regimi pro Stati Uniti sono caduti conla Primaveraaraba e ha affermato che gli Usa e i suoi alleati si stanno concentrando sul  problema del nucleare iraniano per «coprire i loro problemi interni».

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Usa-Israele, è rottura sulla questione iraniana

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama

Da quattro giorni non si parlano. Gli uni chiedono un incontro. Gli altri non rispondono. È rottura sull’asse Washington – Gerusalemme. Quanto sia profonda, questa frattura, resta ancora da vedere. Ma è dal 25 maggio scorso che sia il premier Benjamin Netanyahu che il ministro della Difesa, Ehud Barak, dicono di no a un briefing con gli statunitensi. Da quando, proprio il 25 maggio, Wendy Sherman, sottosegretario di Stato americano, s’è vista rifiutare un incontro con i due principali sostenitori della guerra al regime degli ayatollah.

Sherman era di ritorno dall’incontro di Baghdad tra il gruppo 5+1 e l’Iran. Voleva spiegare a Netanyahu e a Barak che di progressi non ne erano stati fatti sull’arricchimento dell’uranio iraniano, ma anche dire loro che dopo tre settimane ci sarebbe stato un altro vertice – l’ennesimo, a dire il vero – a Mosca. Ma le segreterie del premier e del ministro dell’Interno hanno risposto con un laconico «non sono disponibili».

A Baghdad i diplomatici di Ahmadinejad hanno fatto sapere che non sono disponibili a fare passi indietro sui loro programmi di arricchimento dell’uranio sia al livello basso (3,5-5%) che a quello alto (20%). Non solo. Teheran ha anche detto di non aver nessuna intenzione di spegnere l’impianto nucleare di Fardu, nei pressi di Qom. Conclusioni, queste, che Wendy Sherman ha riportato al Consigliere israeliano per la sicurezza nazionale, Yaakov Amidror, e al direttore generale del ministero degli Esteri, Rafi Barak. Ma loro, il premier e il ministro che comanda l’esercito, ecco loro no. Non ne hanno voluto sapere di sentire un rappresentante americano sulla questione iraniana.

La centrale nucleare di Fardu, vicino a Qom, in Iran

A innervosire i vertici israeliani è l’inattività dell’amministrazione Obama. A Gerusalemme sono in molti a pensare che il presidente americano stia cercando di evitare il conflitto – in Iran come in Siria – per questioni puramente elettorali. Eppure qualche settimana fa il ministro Ehud Barak è stato molto chiaro con Washington: «Ogni giorno che passa senza far nulla è un passo in più verso la bomba atomica iraniana», ha detto Barak.

Fino allo scorso fine settimana questi di Barak erano avvertimenti. Da venerdì sono una certezza. Il dossier dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica scrive che da febbraio di quest’anno – quindi in circa tre mesi – l’Iran ha quasi raddoppiato le sue riserve di uranio altamente arricchito e che le centrifughe alla centrale nucleare di Fardu sono passate, nello stesso periodo di tempo, da 300 a 500.

Quel che il documento dell’Agenzia internazionale con sede a Vienna non dice sono i calcoli di produzione di uranio arricchito al 20% (utilizzato per scopi militari): a Fardu, secondo stime che girano a Gerusalemme, ogni mese vengono prodotti quasi 24 chilogrammi. A dicembre diventeranno 336 chili. E ci sono da capire quelle particelle di uranio arricchito al 27% che gli ispettori dell’Aiea hanno trovato proprio a Farduz, senza però riuscire capirne le origini.

© Leonard Berberi

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FOCUS / L’Iran prende tempo: “Altra sede per i negoziati nucleari”

Prendere tempo. Spostare la sede dei colloqui. Cercare di sfibrare gl’intenti interventisti d’Israele. Avvicinarsi, il più possibile, alle elezioni americane di novembre. Perché, a quel punto, sarà molto difficile per gli Usa avventurarsi in una guerra di proporzioni regionali.

I piani di Teheran, da qualche giorno, sono ormai chiarissimi. Mentre si avvicina l’estate e quando il ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, ammette che «il 2012 è l’anno giusto per risolvere la questione nucleare iraniana», ecco che il regime di Ahmadinejad ha già fatto sapere di considerare fallita, prim’ancora che inizi, la due giorni di Istanbul – il 13 e il 14 aprile – di negoziati nucleari. L’ultimo tentativo prima dell’intervento militare dello Stato ebraico.

Il gioco di Ahmadinejad però irrita Washington e Gerusalemme. Perché l’obiettivo iraniano è duplice: spostare la sede verso un Paese più «amico» (si parla, nell’ordine, di Mosca, Vienna o Ginevra). E guadagnare tempo – «almeno due mesi» – dallo spostamento dei colloqui. Poi, attraverso la Russia, Teheran ha già fatto sapere di non essere disposto a dialogare «in condizioni di minaccia militare e sanzioni economiche».

Mohsen Rezaie, uno degli emissari dell’ayatollah, ha detto che «i turchi non sono riusciti a realizzare alcune delle nostre richieste». E quindi «è meglio se i colloqui si svolgono in un altro Paese amico». Non ha detto, Rezaie, quali siano state le richieste iraniane, ma non ha esitato a bocciare Istanbul come sede adeguata. Ismail Kosari, altro alto esponente di Teheran, quello che lo scorso anno disse che «bin Laden è stato un pupazzo dei Sionisti», ecco Kosari ha attaccato il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan. «Ankara è un servo degli Usa, è il portavoce d’Israele». Frasi dette non a caso, segnalano a Gerusalemme. Perché sia Rezaie, sia Kosari – prima di aprire bocca – «avranno avuto il via libera del leader supremo religioso, l’ayatollah Ali Khamenei».

Insomma, un pasticcio. E tanto lavoro dietro le quinte. Soprattutto sull’asse Mosca-Teheran. E proprio i russi non nascondono le loro preoccupazioni. Dopo aver cercato per mesi di calmare le acque, anche al Consiglio di sicurezza dell’Onu, il viceministro degli Esteri di Mosca, Sergey Ryabkov, ha ammesso che «la situazione di stallo in Medio Oriente potrebbe esplodere in un’azione militare in qualsiasi momento». Di più. Sostengono i russi che «l’area è una pentola a pressione pronta a esplodere», che «è sempre più vicino il momento della conflagrazione militare». E quindi, proprio per questo, «bisognerebbe togliere il coperchio con la diplomazia».

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E Netanyahu sbottò contro gli Usa: decidiamo noi se e quando attaccare l’Iran

«Con tutto il rispetto, voi non siete a un tiro ti schioppo dal vostro peggior nemico e dalle sue bombe atomiche. Decidiamo noi quando, come e chi attaccare. Soprattutto quando è in gioco l’esistenza stessa d’Israele». Raccontano che a un certo punto Benjamin Netanyahu, premier d’Israele, non ce l’ha fatta più. E così, dopo due ore di colloquio drammatico con il consigliere americano della Sicurezza nazionale Tom Donilon, ha sbottato. E ha annunciato quel che da giorni si sapeva e si diceva tra i corridoi del governo: Israele continua a considerare gli Usa come partner strategico di primo livello, ma ora quel che conta è annientare il pericolo iraniano. Con o senza le bombe. Con o senza gli americani e la comunità internazionale.

«Siamo stanchi di questi continui tira e molla americani», avrebbe detto Netanyahu all’interlocutore diretto della Casa Bianca. «Non è questione di diplomazia: qui o l’Iran smette con il suo programma nucleare e le minacce nei nostri confronti o non potremo far altro che intervenire militarmente». A quel punto, stando ai pochi presenti, il consigliere Donilon avrebbe accennato un sorriso, avrebbe stretto la mano al primo ministro e se ne sarebbe tornato dritto a Tel Aviv a riferire tutto a Washington.

L’incontro è avvenuto la sera di domenica 19 febbraio. Due ore di colloquio «burrascoso» tra l’emissario di Obama e – per dirla con un consigliere americano – «un acrimonioso Netanyahu». La notizia, a dire il vero, è filtrata prima a Washington. Poi è rimbalzata a Gerusalemme. Dove, però, l’ufficio stampa del premier dello Stato ebraico ha smentito il faccia a faccia sia mai avvenuto.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Ap)

Secondo l’indiscrezione, l’amministrazione americana starebbe puntando su una «soluzione condivisa della crisi». Niente attacco militare, colloqui sempre più serrati (magari in un posto “neutro” come Istanbul), serie di sanzioni e magari anche qualche concessione. Una politica di «appeasement» che non sarebbe affatto piaciuta a Netanyahu. Tanto che il premier israeliano avrebbe tirato in ballo la Seconda guerra mondiale, l’atteggiamento «accomodante» di Regno Unito e Francia prima dello scoppio del conflitto e «le conseguenze catastrofiche, guarda caso, per il popolo ebraico». «Mentre voi prendete tempo – avrebbe urlato il primo ministro al consigliere americano – a Teheran continuano a fare quel che gli pare».

Per Netanyahu sono due i problemi da risolvere al più presto: l’arricchimento dell’uranio per mano iraniana  «dal 20%, come minimo, fino al 90%» e il trasferimento del materiale nei depositi sotterranei (soprattutto nei pressi di Fardu, a pochi chilometri da Qom). «Non possiamo permettere che Teheran arricchisca e nasconda il suo uranio, per questo è valida qualsiasi opzione, anche quella militare», avrebbe continuato Netanyahu. Che, a questo punto, avrebbe anche puntato il dito contro gli Usa e la loro speranza «vana» di fermare «i progetti folli degl’iraniani». «Anche se dovessimo sederci a un tavolo, la Repubblica islamica userà il tempo per lavorare ancora di più per costruire la bomba atomica».

Il giorno dopo, lunedì 20 febbraio, il consigliere Donilon ha incontrato il ministro della Difesa Ehud Barak. Di certo non una colomba, secondo i bene informati. Se è vero che, da un mese a questa parte, sarebbe il più grande sostenitore – all’interno del governo – dell’opzione militare contro l’Iran. Anche a Barak Donilon avrebbe ripetuto le stesse cose dette a Netanyahu. Mentre il ministro della Difesa ha ricordato – con fastidio – «l’operazione mediatica americana volta a farci desistere dall’intervenire contro Teheran».

Il consigliere della sicurezza nazionale americana, Tom Donilon nello studio Ovale. Di spalle, il presidente Usa Barack Obama

Ecco, a proposito di informazione statunitense. È vero quel che dice il ministro Barak: negli Usa c’è un gran vociare di giornalisti, analisti ed esperti militari. La maggior parte spinge per la carota, piuttosto che per il bastone. Alla Cnn, il generale Martin Dempsey, il numero uno delle forze armate americane, ha detto che, «Israele ha sì la capacità di colpire l’Iran, ma – nello scenario più ottimistico – può rallentare i lavori sull’uranio fino a un massimo di due anni. E, francamente, ritengo che certi obiettivi militari dello Stato ebraico siano fuori dalla portata delle armi a disposizione». Mentre sul New York Times certi esperti mettono in dubbio la capacità dei jet israeliani «di raggiungere l’Iran senza dover richiedere un’operazione delicatissima come quella del rifornimento in volo». Insomma: secondo gli americani Israele non avrebbe la capacità di far male alla Repubblica islamica.

Sullo sfondo dei colloqui falliti tra Usa e Israele, si muovono tre fronti, altrettanto interessanti. Il primo, già in atto, è quella degl’ispettori dell’Aiea (Agenzia internazionale dell’energia atomica): gli emissari sono sbarcati a Teheran con l’obiettivo di «chiarire le “zone d’ombra” del programma nucleare iraniano e i suoi obiettivi». È il secondo tentativo in meno di un mese. Gli esperti chiederanno anche di sentire gli scienziati che compaiono in una lista di nomi arrivata all’Aiea e che occuperebbero posizioni importanti all’interno del progetto atomico.

Il secondo fronte è quello russo. Da un lato il generale russo Nikolai Makarov ha detto che un eventuale attacco israeliano contro l’Iran «non potrà che avvenire con il coordinamento di alcuni governi». E la decisione, sull’intervento militare, «sarà fatta entro l’estate». Poco dopo, la Russia ha richiamato in patria – e senza dare spiegazioni – la portaerei “Ammiraglio Kutznetsov”, ancorata al porto siriano di Tartus.

Il terzo fronte è quello iraniano. Da un lato, il Paese ha sollecitato domenica «una rapida ripresa delle trattative sul nucleare con l’Occidente». Dall’altro, ha annunciato il blocco delle forniture di petrolio alla Gran Bretagna e alla Francia dopo il voto europeo sulle sanzioni. Non solo. Ha minacciato di tagliare i rifornimenti anche a Italia, Spagna e Grecia. Secondo i calcoli dell’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2011 il 13% del petrolio arrivato nel nostro Paese era “made in Iran”.

© Leonard Berberi

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Facebook fa scoprire un centro raccolta di missili nucleari. Ma Israele impone il silenzio

La base militare di S'dot Micha, in una delle poche foto sfuggite al controllo

La segretezza israeliana sulle armi atomiche (chiamate Adm) è venuta meno solo due volte. La prima, quando l’ingegnere Mordechai Vanunu spifferò a mezzo stampa che nell’impianto di Dimona si portavano avanti progetti nucleari. La seconda, quando l’ex primo ministro Ehud Olmert annunciò a tutti che sì, Israele aveva missili atomici.

Poi nulla. I giornalisti – anglosassoni, soprattutto – tentarono in tutti i modi di capire se c’erano altri impianti nucleari sparsi per lo Stato ebraico. Non avevano tenuto conto di Facebook, il social network. Perché basta collegarsi, fare un po’ di ricerche e scoprire che esiste addirittura un gruppo di ex dipendenti (chiamato la Valle di Elah) di quello che sembra essere un altro punto di raccolta di armi nucleare in Israele: S’dot Micha, vicino alla città di Beit Shemesh, a metà tra Ashdod e Gerusalemme.

Il gruppo Facebook che ha fatto saltare la copertura all'impianto israeliano vicino a Beit Shemesh

A scrivere per prima la notizia è stato il quotidiano Yedioth Ahronoth. Poi il Jerusalem Post ha fatto ulteriori approfondimenti. E ha scoperto anche la località precisa: S’dot Micha, appunto. Solo che in virtù della legge sulla pubblica sicurezza, il giornale ha scritto la notizia, ma non ha potuto dare il nome della località.

S’dot Micha non è una località qualsiasi. È il posto dove vengono ospitati 100 postazioni di lancio e missili Gerico I, II e III, in grado di arrivare in pochi minuti in Iran. C’è chi dice che i Gerico III siano in grado di percorrere oltre 7.000 chilometri. Circa sette volte la distanza per raggiungere Teheran.

Se si passa su S’dot Micha attraverso Google Earth si vede un cumulo di case circondato da colline verdi. Ma l’immagine è truccata. Non solo perché la località è una No-fly-zone (come Dimona), ma anche perché lo stesso governo israeliano ha chiesto a tutte le società di rilevamento satellitare di non divulgare immagini reali dell’area.

«Ci sono cose che vengono tenute nascoste. Ma così noi non capiremmo. E non conosceremmo». È così che si presenta il gruppo Facebook che ha fatto saltare la copertura di S’dot Micha. Ci sono più di 200 iscritti e fino a qualche giorno fa era ancora pubblico. Poi l’accesso è diventato riservato. Proprio come tutta la questione sulla base militare.

Leonard Berberi

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