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La storia / Quando Netanyahu chiese all’esercito di prepararsi ad attaccare l’Iran

Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato ebraico, intervistato nella trasmissione “Uvdah” (foto Channel 2 / Falafel Cafè)

«Poi forse è il caso di prepararsi al livello “P+”». Il giorno esatto in cui la frase venne pronunciata lo conoscono soltanto i pochi presenti. Perché, al di fuori, è uno dei segreti meglio custoditi degli ultimi anni dalle autorità israeliane. Ma si conoscono il periodo – a cavallo tra maggio e giugno, secondo le fonti – e l’anno: il 2010.

C’è stato un momento in cui la guerra tra Israele e Iran è stata più di un’opzione. Poco più di due anni fa il premier israeliano Benjamin Netanyahu – insieme al ministro della Difesa Ehud Barak – chiese di attivare il livello “P+”, la massima allerta, quella che prevede l’attivazione dell’esercito per un intervento nelle ore o al massimo nei giorni successivi. E l’obiettivo – non c’era bisogno di citarlo – era l’Iran.

Ma ci furono due uomini – il numero uno del Mossad, Meir Dagan, e il capo di Stato maggiore, Gabi Ashkenazi – a dire a Netanyahu, duri e scuri in volto: «Presidente, questa cosa non si può fare. Sarebbe illegale scatenare una guerra senza l’ok di tutto il governo. Eppoi non siamo pronti».

A confermare le indiscrezioni che in questi mesi sono girate negli ambienti militari e giornalistici dello Stato ebraico – compresa un’inchiesta simile di Canale 10 – è stato il programma tv di Canale 2 «Uvdah» (Il fatto, in ebraico – qui il video integrale) condotto dalla giornalista Ilana Dayan. Che racconta come, proprio in quella riunione – organizzata per tutt’altri motivi: la questione Mavi Marmara – il premier discusse tutto il tempo della nave turca arrembata dai soldati israeliani e che aveva provocato nove morti. E solo alla fine, «quando i sette ministri più importanti del governo e i due vertici dell’intelligence e dell’esercito stavano abbandonando la sala», Netanyahu chiese di prepararsi al conflitto.

Ehud Barak, ministro della Difesa, durante la trasmissione di Canale 2 (foto Channel 2 / Falafel Cafè)

«State probabilmente prendendo una decisione illegale dichiarando una guerra ora», ha replicato al primo ministro il direttore del Mossad, Dagan. «Soltanto il governo con tutti i ministri è autorizzato a decidere a riguardo». «E comunque le nostre forze armate non sarebbero mai pronte con un preavviso così breve», ha aggiunto il capo di Stato maggiore, Gabi Ashkenazi. Ehud Barak, ministro della Difesa allora come oggi, non ha smentito quel confronto. Ma ha omesso di dire che da quel momento lui gliel’ha giurata proprio ad Ashkenazi, Netanyahu a Dagan. E infatti, nemmeno un anno dopo, entrambi hanno perso l’incarico.

Il premier Netanyahu e il ministro Barak, intervistati per la trasmissione, hanno però pronunciato parole che per molti lanciano anche un messaggio valido da febbraio 2013, cioè subito dopo le elezioni del 22 gennaio. «Alla fine, in Israele quello che conta è la volontà dei vertici politici», s’è lasciato scappare a un certo punto della trasmissione il ministro della Difesa. Un ragionamento espresso peraltro già da Netanyahu che mesi prima aveva anche aggiunto: «I professionisti eseguono gli ordini dei politici. Prendiamo il caso di quello che è successo nel 1981: l’allora primo ministro Menachem Begin decise di bombardare il reattore nucleare di Osirak, in Iraq. E lo fece pur avendo contro il capo del Mossad che il direttore dell’Intelligence militare». Quasi trent’anni dopo la scena si è ripetuta. Il «blitz» della coppia Netanyahu-Barak è tecnicamente fallito. Ma non è detto che, a urne chiuse, il prossimo gennaio – nel bel mezzo dell’inverno – «Bibi» non decida di dare il via libera all’attacco su Teheran.

© Leonard Berberi

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“Netanyahu vuole attaccare l’Iran prima di novembre”. Ma nel partito del premier resiste il fronte del “no” alla guerra

«Ma quale primavera! Il governo israeliano vuole attaccare l’Iran prima delle elezioni americane!». Lunedì sera l’emittente tv israeliana Channel 10 ha mandato in fibrillazione un bel po’ di cancellerie. Abituate, ormai, all’idea che no, una guerra contro Teheran non ci sarà fino a febbraio-marzo 2013.

È bastato vedere in primo piano la faccia di Alon Ben-David, giornalista esperto di cose militari, per aspettarsi tutto tranne che notizie buone. E infatti. «Il primo ministro Benjamin Netanyahu è intenzionato ad attaccare l’Iran prima delle elezioni statunitensi del 6 novembre», ha detto Ben-David. E ha aggiunto, nel caso non fosse chiaro: «Mai prima d’ora Israele è stata così vicino alla guerra ai programmi nucleari della Repubblica islamica».

Come ricorda il quotidiano elettronico Times of Israel, «Ben-David è stato l’unico autorizzato a curiosare nelle forze aeree israeliane per vedere come ci si sta preparando all’attacco militare». E Ben-David non ha tradito le attese. «Dal punto di vista di Netanyahu le sanzioni non hanno funzionato e ogni giorno che passa avvicina l’ora X», ha detto durante l’edizione principale del tg.

Quanto all’incontro con il presidente Usa previsto a settembre, in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu, Ben-David ha gelato tutti: «Non si sa nemmeno se ci sarà l’incontro», ha rivelato. E anche se un faccia a faccia ci sarà, continua l’analista, «dubito Obama sarà in grado di convincere Netanyahu a far ritardare l’attacco».

L’analista militare Alon Ben-David lunedì sera durante il tg di Channel 10

La guerra si avvicina. La guerra si allontana. L’elastico nucleare, in salsa mediorientale, continua ormai da settimane. Tanto che, secondo molti, i toni non sono più quelli di un conflitto, «ma di una telenovela». Telenovela che, però, a qualcuno non dispiace. «Più Netanyahu minaccia di attaccare l’Iran più in realtà questa guerra resta solo un’idea», spiega a Falafel Cafè un parlamentare del Likud, il partito del premier. «All’interno della nostra formazione non tutti seguono il ragionamento di Bibi: più di qualcuno – me compreso – non vuole avere sulla coscienza migliaia di vittime civili qui, nello Stato ebraico, e anche là, nella Repubblica islamica».

Il timore è anche un altro. «Bibi (Netanyahu, nda) mese dopo mese ha perso l’appoggio di molti Stati nostri alleati fino a qualche anno fa», continua il parlamentare del Likud. «Abbiamo perso la Turchia, abbiamo perso l’Egitto, la Giordania inizia ad avere problemi di stabilità e l’Arabia Saudita ci ha praticamente chiuso i corridoi aerei e navali». Quindi lo scenario successivo all’eventuale attacco all’Iran: «Basta una sola bomba su Teheran per incendiare tutto il Medio Oriente. Ci troveremmo a dover gestire più conflitti contemporaneamente e non ne siamo ancora in grado, checché ne dica Bibi». Poi, chiude il ragionamento, «ci sarebbe la questione – non meno importante – dei costi da sostenere per il conflitto su larga scala».

Già, i costi. Secondo l’analisi del gruppo di ricerca BDI-Coface la guerra potrebbe costare all’economia israeliana addirittura 167 miliardi di shekel, 42 miliardi di dollari. Ci sarebbero danni economici «diretti» (47 miliardi di shekel, pari al 5,4% del Pil del 2011). E danni «indiretti»: 24 miliardi di shekel all’anno, in un periodo previsto di recessione che va dai tre ai cinque anni. Per fare un confronto: la guerra in Libano nel 2006, durata 32 giorni, fece ridurre la crescita economica dello 0,5%. A cui si aggiunse un altro 1,3% del Pil utilizzato per ricostruire le infrastrutture danneggiate da Hezbollah. Ma nella guerra contro il Paese dei Cedri fu coinvolta soltanto la parte settentrionale, dove si produce il 20% della ricchezza nazionale. «In caso di attacco all’Iran – precisa lo studio – sarebbe coinvolta la parte d’Israele che realizza il 70% del Pil annuale».

© Leonard Berberi

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Usa-Israele, ecco i quattro punti dell’accordo per spostare la guerra all’Iran in primavera

«Ora il lavoro più difficile sarà convincere i nostri». Gli uomini più vicini al premier israeliano Benjamin Netanyahu non nascondono un certo entusiasmo. In poche ore, da quando il 15 agosto è arrivata la prima, allarmata, telefonata dalla Casa Bianca, di cose ne sono cambiate. A partire da quella, più fondamentale: gli Usa promettono di appoggiare, logisticamente e militarmente, lo Stato ebraico nelle varie fasi di attacco all’Iran. In cambio, però, Israele deve far slittare di qualche mese la sua guerra ad Ahmadinejad. Fino alla primavera 2013. Da quel momento Gerusalemme può far partire i suoi razzi.

LA STRATEGIA AMERICANA – Nello Studio Ovale, tra il 13 e il 14 agosto, avrebbero deciso di darsi una mossa sul fronte mediorientale. Soprattutto ora che i sondaggi danno, alle elezioni presidenziali del 6 novembre prossimo, in netto vantaggio il capo dello Stato uscente, Barack Obama. Da Gerusalemme, il 13 agosto – racconta una fonte – gli uomini di «Bibi» avrebbero fatto chiaramente intendere a Washington di essere più che determinati ad annichilire il programma nucleare iraniano «con ogni mezzo possibile» e, soprattutto, «già quest’autunno».

Tom Donilon, Barack Obama e Hillary Clinton

I PREPARATIVI – A confermare i preparativi tattici a Obama sarebbe stato lo stesso Tom Donilon, consigliere americano per la Sicurezza nazionale. Donilon ha passato le ultime settimane a tentare di smussare le posizioni interventiste degl’israeliani. Il timore, a Washington, è che una guerra prima delle elezioni di novembre non farebbe altro che far schizzare il prezzo del greggio, sconquassando più di un’economica. E, quindi, costando a Obama la rielezione.

L’INTESA – Per questo, il giorno successivo – e siamo al 14 agosto – la decisione americana: raggiungere un vero e proprio accordo con gl’israeliani sulla «grana» Teheran. A Ferragosto i primi colloqui approfonditi. Due giorni dopo la bozza d’intesa.

L’accordo – non senza una contropartita radicale per Gerusalemme, a dire il vero – dovrebbe ora essere perfezionato dai vertici delle due diplomazie sul dossier iraniano: Tom Donilon, per la parte americana, Ron Dermer, consigliere del primo ministro Netanyahu, per quella israeliana. Un accordo che prevede quattro punti. Uno più determinante dell’altro. E che sarà ulteriormente approfondito il 18 settembre, durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, tra Obama e Netanyahu.

I QUATTRO PUNTI – Da Gerusalemme rivelano che le due amministrazioni si sarebbero messe d’accordo su «almeno quattro punti», «imposti peraltro dallo Stato ebraico». Il primo, rivela la fonte, «prevede che il presidente americano vada a dire ai due rami del Parlamento Usa, e metta anche per iscritto, che il suo Paese prevede di usare l’esercito per prevenire che l’Iran si doti dell’arma nucleare». In questo modo, secondo Gerusalemme, «Obama, una volta ottenuto l’ok, avrà mani libere per far intervenire gli Stati Uniti quando vuole».

Il presidente Usa insieme al premier israeliano Benjamin Netanyahu nello Studio Ovale della Casa Bianca

Il secondo punto parla di una visita ufficiale di Obama a Gerusalemme «nelle settimane precedenti le elezioni americane» e in cui sostiene, alla Knesset, «che gli Usa forniranno tutto l’aiuto possibile per frenare il programma nucleare di Teheran». Al punto numero tre del possibile accordo, gli Stati Uniti si impegnano ad «aggiornare fino a primavera l’infrastruttura militare e tecnologica dell’esercito israeliano». In questo modo, fanno sapere da Gerusalemme, a gennaio, quando si insedierà il nuovo presidente americano, che sia Obama o Romney, «la nostra rete militare sarà sofisticata abbastanza da reggere anche un attacco in solitaria».

L’ultimo punto, invece, riguarda direttamente la tornata elettorale del 6 novembre negli Usa: l’amministrazione Netanyahu s’impegnerebbe ad attuare una sorta di moral suasion «cercando di convincere gli ebrei d’America a votare di nuovo per Obama, anche se molti di loro sono delusi per questi quattro anni di presidenza».

Resta da capire – nell’orgia di voci, indiscrezioni e racconti dettagliati che piovono da Gerusalemme e Tel Aviv – ecco, resta da capire, cosa ci sia di vero e cosa no. Negli ultimi mesi si è detto tutto e il suo contrario, in un’escalation che più che chiarire le cose le offusca ogni giorno di più.

© Leonard Berberi

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